A 33 anni, con una bacheca che ora vanta un trofeo europeo e un legame indissolubile con la piazza, Marten de Roon guarda all'orizzonte. Il capitano dell'Atalanta non ha dubbi su dove pianterà le tende una volta appesi gli scarpini al chiodo: Bergamo è diventata la sua vera casa e il suo futuro si tingerà ancora, in un modo o nell'altro, di nerazzurro.
IL DOMANI TRA SCRIVANIA E PANCHINA - La vita oltre il rettangolo verde è un pensiero che comincia a prendere forma. La decisione familiare è presa e la permanenza in Lombardia è una certezza. Interrogandosi sul prossimo capitolo professionale, il giocatore ammette di studiare da allenatore, avendo parlato con Gian Piero Gasperini e con Raffaele Palladino. Quest'ultimo lo ha però messo in guardia sulle tempistiche massacranti del ruolo: «È un lavoro 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Se vuoi più tempo con la famiglia, forse non è la scelta migliore». Ecco perché avanza con prepotenza l'ipotesi di un futuro dirigenziale, unendo l'amore per il calcio alla passione per i numeri, coltivata fin dai tempi dell'università. Alla battuta su un domani alla guida del club, non si nasconde: «Magari. Dovrei sviluppare ancora alcune competenze, ma è un’idea che mi è già passata per la testa: amo il calcio e mi piace lavorare con i numeri, quindi potrebbe essere una combinazione perfetta».
CACCIA AL RECORD E SPIRITO DI APPARTENENZA - L'attaccamento alla maglia si riflette anche negli imminenti traguardi storici. Manca poco per agganciare la vetta delle presenze all-time, trono occupato da Gianpaolo Bellini. In un recente incontro, l'attuale leader dello spogliatoio gli ha confessato: «Quando ti vedo non voglio prenderti il record, perché sei una leggenda di Bergamo. Hai giocato qui tutta la tua vita. Sei una bandiera». La risposta dell'ex terzino è stata una vera e propria investitura: «Sì, ma se qualcuno deve togliermelo, spero che sia tu». Un'attestazione di stima che riempie di orgoglio l'olandese, fiero di esportare il marchio atalantino e il calore della New Balance Arena nel mondo, ricordando che anni fa le prospettive erano ben diverse: «Ricordo che era una gioia incredibile quando a due o tre partite dalla fine sapevamo che ci saremmo salvati, era un enorme sollievo, festeggiavano tutti. Ora siamo dall’altra parte».
LA CAREZZA DEI TIFOSI E IL RAMMARICO EUROPEO - Il punto più alto dell'epopea continentale della Dea ha coinciso con un momento drammatico per il mediano, costretto a saltare la finale di Europa League. Eppure, il popolo bergamasco ha saputo scaldargli il cuore. L'olandese ricorda una sera di tempesta in cui, tornando a casa, la moglie gli fece notare uno striscione fuori dal finestrino: «C’era scritto che, nonostante non potessi partecipare alla Finale, avevo già vinto il mio trofeo. Mi ha emozionato molto». Una dimostrazione di affetto incondizionato che ha lenito il rammarico per l'assenza sul prato verde, cementando per sempre il rapporto con l'intera tifoseria.
CULTURA DEL LAVORO E TALENTI DA COLTIVARE - L'integrazione nel tessuto sociale cittadino è passata inesorabilmente attraverso la celebre etica del lavoro locale. La scritta sui colletti non è un semplice slogan: «"La maglia sudata sempre" è ovviamente la frase che ci portiamo sulle maglie anche per questo», spiega il centrocampista. Allargando lo sguardo al sistema calcistico nazionale – come riferisce Savoir Sport riprendendo l'intervista rilasciata a CBS Kickin'It – il capitano bacchetta la mancanza di coraggio in Italia. I giovani di valore, come Francesco Pio Esposito, esistono, ma faticano a trovare spazio. L'appello ai club è chiarissimo: «Il problema è che dobbiamo competere con i campionati più grandi, quindi magari compriamo giocatori già più forti dei giovani talenti del momento. Bisogna trovare un equilibrio. Penso che in Italia allenatori e squadre dovrebbero avere un po’ più di coraggio e dire: questo è un grande talento, io lo metto in campo. Anche se perdi una partita in più, anche se serve tempo».
L'ALIENO MESSI E LA CONCLUSIONE - In un viaggio sul viale dei ricordi, c'è spazio anche per l'incrocio Mondiale contro Lionel Messi. Un'esperienza che lascia il segno, perché affrontando da vicino il fuoriclasse argentino si capisce la reale portata del suo talento: «Una volta ha controllato una palla difficilissima con l’intensità perfetta e in un metro era già dall’altra parte. Ho pensato: com’è possibile? Lui cammina per il campo e poi improvvisamente accelera e in quel momento è perfetto al 200%. Non sbaglia. Per me è il miglior giocatore che abbia mai visto».
Da arcigno rubapalloni a simbolo indiscusso di un'era irripetibile, l'evoluzione dell'olandese è il manifesto di una provinciale diventata regina. E se un domani i suoi appunti di tattica si mescoleranno ai bilanci finanziari, l'Atalanta saprà di aver trovato in casa il suo prossimo grande dirigente.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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