Ha visto il nuovo stadio con gli occhi di chi, in quella maglia, ha vissuto due epoche. Ottavio Bianchi, 80 anni, bergamasco d’adozione e figura storica dell’Atalanta – da calciatore negli anni ’70 e da allenatore nei primi ’80 – era presente alla New Balance Arena nel pomeriggio più amaro della Dea: il 3-0 subito dal Sassuolo, ultimo atto dell’avventura di Ivan Juric. Un pomeriggio di delusione e consapevolezza, che ha spinto la società a una decisione storica: esonerare l’allenatore in corso d’opera, per la prima volta dal 2015.
UNA SCELTA CHE NASCE DALL’INTERNO - Bianchi, abituato a guardare oltre la superficie delle cose, interpreta così la svolta: «Non sono mai favorevole ai cambi di allenatore a stagione in corso, perché rappresentano sempre una sconfitta collettiva», spiega ai microfoni de La Gazzetta dello Sport. «Ma se una società solida e competente come l’Atalanta arriva a questa scelta, significa che la situazione lo richiedeva davvero. Da fuori possiamo solo osservare, ma chi vive quotidianamente lo spogliatoio conosce le dinamiche meglio di chiunque altro». Per l’ex tecnico, il segnale è chiaro: «La famiglia Percassi e la dirigenza hanno sempre puntato sulla continuità – lo dimostra la lunga era Gasperini – e se hanno scelto di cambiare strada, vuol dire che era arrivato il momento di farlo».
UNA PARTITA SCIALBA, SQUADRA SENZA NERBO - Bianchi non nasconde l’impressione negativa lasciata dal match contro il Sassuolo:
«Ho visto un’Atalanta senza anima, priva di intensità e di idee. Era difficile perfino individuare il peggiore in campo, perché nessuno è riuscito a distinguersi né in positivo né in negativo. È stata una gara scialba, e il segnale più preoccupante è stato l’atteggiamento». Un’analisi che fotografa bene il momento: una squadra spenta, smarrita, incapace di reagire.
ORA I GIOCATORI DEVONO ASSUMERSI LE LORO RESPONSABILITÀ - Il cambio in panchina, per Bianchi, servirà almeno a ristabilire le gerarchie e a togliere ogni alibi: «Quando un allenatore viene esonerato, per i giocatori finisce il tempo delle scuse. Da adesso in avanti tutti ripartono sullo stesso piano. Non ci sono più figli e figliastri, ognuno dovrà dimostrare il proprio valore e meritarsi il posto. È un momento in cui le responsabilità non possono essere scaricate su altri». E aggiunge: «L’arrivo di un nuovo tecnico crea sempre un clima di rinnovata competizione. Chi saprà recepire prima le idee del nuovo allenatore potrà guadagnare terreno. È un’occasione per rimettersi in gioco».
IL TEMPO C’È, MA BISOGNA REAGIRE SUBITO - Guardando la classifica, l’Atalanta oggi è più vicina alla zona retrocessione che all’Europa, ma Bianchi non è fatalista: «Il tempo per risalire c’è, e anche la qualità per farlo. Ma serve lucidità nel riconoscere le difficoltà e forza nel reagire. Bisogna rimboccarsi le maniche e ripartire subito, perché il campionato non aspetta». In Champions, dove il cammino resta positivo, il club può ancora trovare motivazioni per ritrovare ritmo e fiducia: «A volte le partite internazionali servono per ritrovare l’entusiasmo che manca in campionato», osserva.
DA OGGI SI RIPARTE TUTTI DALLO STESSO LIVELLO - Infine, un pensiero sull’impatto psicologico del cambio: «In situazioni così, lo spogliatoio si trova improvvisamente senza gerarchie definite. È un azzeramento totale, e questo può diventare un punto di forza. Chi avrà più fame e più voglia di seguire il nuovo allenatore, sarà premiato».
Per Bianchi, è proprio questa la chiave per la rinascita della Dea: «Il gruppo deve tornare a essere unito, determinato, senza scuse. Solo così si può invertire la rotta. L’Atalanta è una società seria e con le idee chiare: se ha deciso di cambiare, è perché vuole costruire qualcosa di nuovo».
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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