Il severo punteggio incassato alla New Balance Arena dall'Atalanta guidata da Raffaele Palladino contro l'onnipotente Bayern Monaco è diventato in poche ore il pretesto perfetto per i finti moralisti del nostro pallone. Pur di non guardare in faccia una realtà ormai desolante, in molti si sono affrettati a etichettare la debacle orobica come la grande "figuraccia" dell'Italia, scegliendo la via più facile: colpire l'unico bersaglio rimasto in piedi per nascondere le macerie di un intero sistema calcistico.
BERSAGLIO SBAGLIATO - Trasformare la compagine bergamasca nel simbolo della crisi nazionale è un paradosso intellettuale e sportivo. Pur conservando la sua fiera dimensione provinciale, la Dea resta infatti l'unica realtà italiana ad aver sollevato un trofeo continentale di prestigio negli ultimi anni e la sola ad aver staccato il pass per gli ottavi di questa edizione della Champions League. Puntare il dito contro una rosa che si è dovuta misurare con una corazzata dalla potenza economica e tecnica fuori scala, dotata di risorse impareggiabili, significa semplicemente rifiutarsi di analizzare il vero baratro in cui è sprofondata la Serie A.
LE VERE DEBACLE - Le autentiche umiliazioni del nostro calcio, infatti, portano firme ben più blasonate e sono maturate rovinosamente molto prima degli ottavi di finale. Il Napoli ha salutato la competizione racimolando un disastroso trentesimo posto nella fase a campionato, restando escluso persino dai playoff e subendo una clamorosa scoppola per 6-2 contro il PSV Eindhoven. Non è andata minimamente meglio all'Inter, estromessa in modo inspiegabile agli spareggi dai norvegesi del Bodo/Glimt, né alla Juventus, travolta per 5-2 a Istanbul dal Galatasaray nel medesimo turno – come analizza in modo certosino Pianetaatalanta.it – dimostrando inequivocabilmente come i top club nostrani abbiano fallito i propri obiettivi primari con risorse ben superiori a quelle dei nerazzurri lombardi.
STATISTICHE ALLARMANTI - A certificare il crollo strutturale del movimento ci pensano i numeri, freddi e letali. Sezionando i 176 giocatori scesi in campo da titolari nelle gare di andata degli ottavi di finale, emerge una fotografia a dir poco drammatica: gli italiani presenti sono stati la miseria di sette. Un gruppetto che comprende Gianluigi Donnarumma e Sandro Tonali, ai quali si unisce il blocco bergamasco formato da Tommaso Bernasconi, Marco Carnesecchi, Matteo Ruggeri, Gianluca Scamacca e Davide Zappacosta. Una statistica impietosa se paragonata alle fucine di talento come Spagna (20 presenze), Inghilterra (19) e Francia (17), ma che ci vede inesorabilmente soccombere persino contro nazioni come Brasile e Portogallo (11), o Germania e Norvegia (10).
IL RIFLESSO SULLA NAZIONALE - Con queste fondamenta sgretolate, i drammi collezionati dalla selezione azzurra smettono di essere un caso per trasformarsi in una cronica conseguenza. Non sorprende più, dunque, che proprio la Norvegia ci abbia soffiato il pass diretto per il prossimo Mondiale, condannando l'Italia all'ennesimo, ansiogeno purgatorio dei playoff. Il male oscuro non risiede certo in una singola, seppur pesante, serata storta della Dea contro i giganti di Baviera, ma in un sistema obsoleto che non produce più talenti di caratura internazionale.
Smettere di scaricare le colpe su chi ha provato, da solo, a tenere alta la bandiera tricolore in Europa è il primo, doloroso passo per iniziare a ricostruire le fondamenta di uno sport che ha perso la propria identità.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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