Tantissimi trofei in carriera, ma soprattutto un esempio dentro e fuori dal campo. Antonio Cabrini, ex difensore di Cremonese, Atalanta, Juventus e Bologna, ha aggiunto al suo palmarès anche il premio "Uomo di Sport", consegnatogli dal Comitato della Coppa Quarenghi lunedì 22 giugno. E proprio da Bergamo, dove tutto cominciò, l'ex terzino azzurro riparte con i ricordi più belli.
IL CUORE LASCIATO A BERGAMO - Il legame con i colori nerazzurri resta intatto. Cabrini torna con la mente al suo approdo in città nel 1975: «Dell'Atalanta ho ricordi bellissimi di gioventù, un anno stupendo con ragazzi meravigliosi che mi ha insegnato molto», racconta, prima di confessare che «all'Atalanta ho lasciato una parte di cuore». Uno sguardo che si allunga fino al presente: la Dea «ha fatto grandi cose», e con un presidente come Antonio Percassi può tornare in alto, perché — è il suo mantra — «se hai gli uomini giusti i risultati arrivano». Non a caso l'ex difensore tiene a sottolineare il valore di iniziative dedicate alla crescita dei più giovani come i tornei della rassegna di San Pellegrino Terme.
I DUE MONDIALI - La maglia azzurra è stata il filo conduttore della sua carriera. «Ho esordito in Nazionale subito al Mondiale, ad Argentina '78», ricorda, al fianco di Paolo Rossi, perché Enzo Bearzot «voleva uomini nuovi». Il trionfo, però, sarebbe arrivato quattro anni dopo, in una Spagna '82 nata male: «c'era astio tra stampa e Bearzot», ma «la squadra riuscì a isolarsi» e il ct «ci disse solo di giocare». Da lì la svolta: «ci rendemmo conto che eravamo forti, il gruppo era compatto», con il successo sull'Argentina a spingere gli azzurri fino a Madrid. Quanto alla finale, Cabrini non si nasconde dietro il celebre rigore fallito: «sono l'unico calciatore ad avere sbagliato un rigore nei 90' in una finale», ammette sorridendo, «ma sapevamo di poter vincere comunque, soprattutto eravamo forti mentalmente».
IL CALCIO DI OGGI - Inevitabile il confronto con il presente. Per Cabrini, alla Nazionale di oggi mancano gli elementi capaci di fare la differenza, e la soluzione affonda nelle radici: «bisogna allenare i ragazzini più sulla tecnica e meno sulla tattica», altrimenti, avverte, resterà poca qualità. Un calcio profondamente cambiato, in cui «un portiere non può toccare la palla tutte quelle volte», e che ora attende il lavoro del nuovo presidente federale Giovanni Malagò, chiamato secondo lui a un compito tutt'altro che semplice. Lui, intanto, ha preso le distanze: «io da tre anni non vado allo stadio, non è più il calcio di una volta».
DALLA PANCHINA AZZURRA AL CONGEDO - Un capitolo a parte è quello della Nazionale femminile, guidata dal 2012 al 2017: «sono stati anni molto belli», ricorda, pur sottolineando come rispetto al calcio maschile «sono due mondi diversi», anche nella gestione dello spogliatoio. Poi il bilancio, sereno: «mi ritengo fortunato per quello che ho fatto in campo e in panchina». E ora, da par suo, un passo indietro elegante: «lascio volentieri spazio agli altri».
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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