Esperienza internazionale, freddezza glaciale sotto porta e un legame viscerale con la maglia nerazzurra. Mario Pasalic rappresenta l'anima europea dell'Atalanta, il giocatore capace di innalzare il livello quando la posta in palio diventa rovente. Intervenuto in sala stampa alla New Balance Arena per presentare la prestigiosa sfida di Champions League contro il Bayern Monaco, il duttile centrocampista croato ha ripercorso il suo straordinario viaggio a Bergamo. Dagli inizi in punta di piedi fino a diventare il terzo giocatore per presenze nella storia del club, Pasalic guarda oggi i colossi europei dritti negli occhi. Tra i complimenti ricevuti da ex compagni illustri e la consapevolezza di affrontare i favoriti della competizione, il numero 8 suona la carica: la Dea è pronta a regalare un'altra notte da brividi. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Mario, in questi anni sei stato spesso l'autore di reti meravigliose e fondamentali nei momenti chiave. Cosa può portare la tua consolidata esperienza in una gara storica e dal coefficiente di difficoltà estremo come questa?
«Sicuramente un altro gol non guasterebbe! Scherzi a parte, credo che in appuntamenti di questa portata noi giocatori con più esperienza internazionale abbiamo il dovere di trasmettere serenità e coraggio a tutta la squadra. Dobbiamo avere la faccia tosta di giocarcela senza paure. Sappiamo bene che andiamo ad affrontare i probabili favoriti per la vittoria finale della competizione, ma questo palcoscenico ce lo siamo sudato e guadagnato sul campo. Prima di tutto dobbiamo goderci il fascino dell'evento, poi metterci anima e corpo per far valere le nostre qualità. Domani non rappresentiamo soltanto la città di Bergamo e i colori dell'Atalanta, ma scendiamo in campo per tenere alto il nome di tutto il calcio italiano in Europa. Bisogna fare una grande partita e confrontarci a testa altissima».
A proposito di conoscenze internazionali, nel Bayern milita il tuo connazionale e compagno di nazionale Stanisic. Vi siete sentiti in questi giorni di frenetica vigilia per scambiare qualche battuta?
«Onestamente non ci siamo sentiti in questi ultimissimi giorni per telefono, ma siamo grandissimi amici. Josip è un mio connazionale e soprattutto un giocatore di altissimo livello, che non a caso gioca con continuità in una delle squadre più forti e competitive del pianeta. Sarà un grande piacere ritrovarlo domani sul terreno di gioco e non vedo l'ora di abbracciarlo e chiacchierare un po' con lui al fischio finale».
Tu hai vissuto in prima persona l'incredibile parabola ascendente dell'Atalanta in Europa. Che significato assume oggi per te giocare la Champions League da assoluto protagonista con questi colori?
«Poter calcare il palcoscenico della Champions League è la realizzazione del sogno che hai fin da bambino, quando inizi a tirare i primi calci a un pallone sperando di poterti confrontare ai massimi livelli contro i più forti. La vera differenza è nell'evoluzione del nostro percorso: negli anni scorsi, agli inizi della nostra avventura europea, affrontavamo questi colossi ed eravamo felici quasi solo per il fatto di esserci, di poter giocare su quei campi. Oggi la prospettiva è totalmente cambiata: siamo cresciuti, abbiamo acquisito consapevolezza e scendiamo in campo guardando tutti negli occhi, giocando alla pari. Abbiamo già ottenuto risultati storici contro corazzate del genere e l'obiettivo è riprovarci anche in questa occasione».
In questi giorni hai ricevuto elogi sinceri. Oltre all'aspetto tattico, questa sembra essere un'annata all'insegna della riconoscenza per te, dopo otto anni di militanza e di attaccamento alla maglia. Ti inorgoglisce questo percorso?
«Non posso che esserne felice. Fin dal mio primo giorno qui a Bergamo mi sono trovato in sintonia perfetta con l'ambiente, con i tifosi e con l'intera città: mi sono sentito immediatamente a casa. Il fatto che io stia disputando la mia ottava stagione consecutiva con l'Atalanta è la prova inconfutabile di quanto io stia bene qui. Sento l'affetto della gente e cerco sempre di ripagarlo mettendo a disposizione della squadra la massima professionalità».
Con le tue innumerevoli battaglie sei diventato il terzo giocatore per numero di presenze nell'intera storia dell'Atalanta. Rientra questa notte di Champions tra le partite più emozionanti del tuo percorso in nerazzurro?
«Per me questo traguardo statistico è qualcosa di letteralmente incredibile. Se ripenso a quando sono arrivato qui, la mia mentalità era quella di dover affrontare l'ennesimo prestito della mia carriera, avendo girato ben cinque paesi diversi in altrettanti anni. Credevo fosse solo una tappa di passaggio. Invece, dopo due anni la società ha deciso di acquistarmi a titolo definitivo, credendo in me. Arrivare a essere il terzo giocatore per presenze in un club così glorioso, costruendo insieme ai compagni, agli staff tecnici, alla società e ai tifosi risultati inimmaginabili, è un qualcosa che mi riempie di un orgoglio profondo. Questa maglia è parte della mia storia».
La tua proverbiale duttilità ti porta a ricoprire i ruoli di centrocampista puro, trequartista o persino "falso 9". Quanto ha inciso questa flessibilità tattica sulla tua capacità di essere sempre letale e decisivo?
«Senza dubbio la duttilità tattica è un vantaggio, perché ti offre molte più opzioni e la possibilità di coprire diverse zone di campo a seconda delle necessità della partita. Ma, in tutta onestà, l'aspetto fondamentale che mi ha permesso di incidere è puramente mentale. La testa e la concentrazione fanno la vera differenza: sia quando sei schierato dal primo minuto e devi massimizzare ogni pallone, sia quando siedi in panchina e devi tenere la mente agganciata al match, aspettando con fame il tuo momento per farti trovare pronto. È una questione di etica del lavoro».
Domani vi troverete di fronte uno dei centravanti più formidabili dell'era moderna, Harry Kane. Che impressione ti fa affrontarlo e hai dei ricordi legati a lui del passato?
«Mi viene in mente una lontana partita con l'Under 21, un Croazia-Inghilterra in cui ci siamo incrociati. Devo essere sincero: all'epoca giocava già un buon calcio, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe arrivato a dominare a questi livelli stratosferici. Oggi, senza troppi giri di parole, è uno degli attaccanti più forti, se non il più forte e completo, del panorama mondiale. E il problema non sono solo le caterve di gol che segna: osservando il Bayern Monaco, si nota quanto lavori per la squadra, faccia assist, arretri per cucire il gioco e crei spazi vitali per gli inserimenti dei compagni. Sarà un cliente durissimo per i nostri difensori».
Recentemente un campione del calibro di Ivan Rakitic ha speso parole bellissime per te. In Italia, a volte, non vieni inserito nell'élite dei centrocampisti, mentre a livello internazionale sei temuto e rispettato. Soffri questa disparità di giudizio?
«Sinceramente, faccio il mio lavoro ogni singolo giorno mettendo il massimo dell'impegno e lasciando che a parlare sia il campo. Questo è l'unico aspetto su cui posso avere il controllo. Quello che dicono gli altri, i giudizi o le classifiche, lo accetto ma non mi tocca minimamente. Le parole di Ivan, però, mi hanno fatto un piacere immenso e l'ho ringraziato privatamente. Oltre a essere stato un calciatore magnifico, è una persona dal valore umano inestimabile: quando noi giovani approdavamo in Nazionale, lui era sempre il primo a farsi avanti per aiutarci, darci consigli e farci sentire protetti. È un grande uomo».
I tuoi compagni parlano spesso di un "click" mentale scattato con l'arrivo in panchina di mister Palladino. Da leader dello spogliatoio, ci spieghi in cosa consiste questo fatidico interruttore psicologico?
«Il "click" è generato dalla medicina più antica del calcio: i risultati positivi. Prima del suo arrivo attraversavamo un momento delicato in classifica, l'ambiente era un po' sfiduciato ed era fisiologicamente necessario un cambiamento per dare una scossa. Da quando il mister è subentrato, ha portato idee nuove e, soprattutto, sono arrivate vittorie pesanti in rapida successione. Quei tre punti conquistati di volta in volta hanno ricostruito la nostra autostima, fungendo da propulsore per spingerci ad alzare sempre di più l'asticella. Quando giochi tanto e vinci con continuità, la fatica si azzera e la fiducia ti fa volare».
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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