Ci sono carriere che si consumano nell’arco di una vita sportiva, e altre che si frantumano sotto il peso del destino. Quella di Mattia Caldara appartiene alla seconda categoria, non per scelta ma per sopravvivenza. A 31 anni il difensore bergamasco ha detto basta, tradito da un corpo che non regge più, e da una mente che ha dovuto ingoiare troppo dolore.
UNA LETTERA COME CONFESSIONE – L’addio arriva attraverso una lettera intensa e sincera, pubblicata sul sito di Gianluca Di Marzio. Un bilancio crudele della propria esistenza da calciatore: «Sono crollato. Prima fisicamente, poi mentalmente». Caldara racconta di essere arrivato nel punto più alto della carriera e di aver visto tutto sgretolarsi «in pochi secondi». Non ha mai smesso di lottare, ma la rincorsa verso una versione di sé che non esisteva più lo ha consumato: «Non sono più riuscito a tornare quel Caldara. Questa rincorsa a un’illusione mi ha logorato».
DAL SOGNO AL INCUBO – I problemi iniziano nell’ottobre 2018, poco dopo l’arrivo al Milan in un affare-monstre da 35 milioni. Prima il tendine d’Achille, poi – sei giorni dopo il rientro – il ginocchio sinistro. «La gamba non mi reggeva. Il mio ginocchio era spappolato», scrive. Un istante che segna una linea di confine: prima c’era un difensore ricercato da mezza Europa, dopo un ragazzo che avrebbe passato gli anni successivi a inseguire una normalità impossibile.
IL “POETA” DI ZINGONIA – Chi lo conosce racconta un ragazzo semplice, timido, studioso - riprende La Gazzetta dello Sport -. Nelle giovanili dell’Atalanta lo chiamavano “il poeta”, amante dei libri e di Dostoevskij. Un difensore pulito, arcigno, maturo oltre l’età, che Gasperini trasformò in uno dei gioielli della Serie A. Due annate da golden boy, sette gol nell’ultima stagione bergamasca, l’interesse della Juventus e l’emozione di crescere accanto a Chiellini: «Abbi pazienza, Mattia», gli diceva Giorgio. Ma la smania di giocare lo portò al Milan. La vita, poi, gli presentò il conto.
LA DISCESA NEL BUIO – Dopo il secondo infortunio, Caldara si ritrova immerso in una spirale psicologica difficile da descrivere: «Ogni giorno era uguale, fatto di dolore, dubbi, incertezza». Tra prestiti a Venezia e Spezia, fino all’ultimo anno a Modena, il campo è diventato un ricordo intermittente. «Con il tempo sono stato meglio, ma non sono mai stato bene. Mai più».
IL VERDETTO FINALE – Il colpo definitivo arriva a luglio, durante una visita: «Non hai più la cartilagine della caviglia. Se continui, tra qualche anno dovremo metterti una protesi». È in quel momento che Mattia capisce che la battaglia è finita. A vincere, questa volta, deve essere lui. La salute, la vita, la sua famiglia. Con coraggio, come il Sean Penn di Sorrentino: se non vedi la luce, allora sii tu quella luce.
UN NUOVO INIZIO – Ora Caldara guarda avanti. Ha trovato forza nella moglie, nei figli, nei genitori. Ha scelto di rialzarsi, di studiare da allenatore, di iscriversi al corso di Coverciano. Vuole rientrare nel calcio da un’altra porta, restituendo ciò che il pallone gli ha negato. La paura non domina più. La sofferenza resta, ma non comanda.
Mattia Caldara lascia il calcio giocato troppo presto, ma lo fa con una lucidità rara. È la storia di un talento interrotto, ma anche di un uomo che ha scelto di non farsi travolgere dal dolore. Una rinascita che parte dal punto più buio: lì dove, spesso, ricomincia la vita.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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