C'è una vibrazione particolare nella voce dell'amministratore delegato Luca Percassi, una commozione sincera che rompe l'aplomb istituzionale e restituisce l'immagine di un uomo prima ancora che di un dirigente. «Penso che questa partita arrivi poco dietro Dublino, ma solo perché in quell'occasione abbiamo sollevato un trofeo», ha sussurrato ai microfoni di Sky, certificando la portata epica di un quattro a uno che ha squarciato la notte europea. Ma nelle sue parole c'è anche il sano orgoglio di chi si è preso una rivincita totale, umana e sportiva. Quella «giustizia divina» invocata contro l'arroganza della dirigenza del Borussia Dortmund di fronte allo 'scippo' di Samuele Inacio. Chi è scappato, stanotte, lo ha fatto con la coda tra le gambe.
IL CAPOLAVORO TATTICO E LA SCINTILLA - Ribaltare uno zero a due contro una nobile del calcio europeo sembrava materia per sognatori. Eppure, la scintilla è scoccata ben prima del fischio d'inizio. Come rivelato da capitan De Roon, la squadra si è guardata negli occhi il giorno dopo la disfatta dell'andata, giurandosi che l'impresa era possibile. E qui si erge, gigantesca, la figura di Raffaele Palladino. L'allenatore ha disegnato una partita ai limiti della perfezione tattica: pressione asfissiante, ricerca viscerale della profondità per scardinare la linea alta dei tedeschi e braccetti (Kolasinac e Scalvini) trasformati in incursori. Ha atteso settanta minuti prima di cambiare, leggendo la gara con la freddezza di un veterano. Predestinato, lo ha chiamato Percassi. Infallibile, ha sentenziato il campo.
SANGUE, SUDORE E GLI EROI DELLA NOTTE - Il resto lo hanno fatto i gladiatori sul prato verde. C'è la ferocia di Scamacca, che dopo cinque minuti ha stappato il Gewiss Stadium illudendo i tedeschi. C'è la partita totale, monumentale, di Zappacosta, un treno inarrestabile che ha propiziato il due a zero mandando in tilt Bensebaini. C'è la saracinesca Carnesecchi, che ha esultato a ogni parata su Guirassy come se avesse segnato un gol. E poi c'è Mario Pasalic. Il croato ha giocato una gara universale. Il suo gol del tre a zero è un capolavoro balistico, ma è soprattutto una dedica silenziosa al papà scomparso da poco, l'uomo che per primo credette nel progetto Atalanta. Ma l'immagine simbolo di questa qualificazione è il sacrificio eroico di Krstovic: entrato nel finale, si è letteralmente preso i tacchetti di Bensebaini in testa pur di conquistare il rigore decisivo. Samardzic, freddo come il ghiaccio, ha poi tolto le ragnatele dall'incrocio al minuto novantotto, scatenando l'apoteosi.
NELL'OLIMPO DEI GRANDI - I numeri, a volte, spiegano più delle parole. L'Atalanta è la prima squadra, dai tempi del leggendario Liverpool del 2019, a ribaltare uno svantaggio di due o più gol in una gara a eliminazione diretta di Champions. Roba da far tremare i polsi. I tedeschi parlavano tanto del loro celebre Muro Giallo, ma la verità è che ieri l'unica, vera e invalicabile muraglia era quella nerazzurra. Un muro fatto di passione, di striscioni, di voce che ha spinto la squadra oltre l'ostacolo. Ora ci attendono gli ottavi, contro Arsenal o Bayern Monaco. Saremo ancora la squadra "di provincia" di cui parla De Roon, ma oggi questa provincia siede di prepotenza al tavolo dei sovrani d'Europa.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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