Più che un ottavo di finale, quella andata in scena alla New Balance Arena è sembrata un’esibizione di forza bruta contro una vittima sacrificale. L’Atalanta non si limita a battere il Genoa di Daniele De Rossi: lo annichilisce, lo mastica e lo sputa via in novanta minuti di monologo a senso unico. Il 4-0 finale è persino stretto per quanto visto sul rettangolo verde, dove il divario tecnico e mentale è apparso abissale fin dalle prime battute. Il brivido iniziale, con Siegrist costretto agli straordinari per rimediare all’orrore di Norton-Cuffy su pressione di Sulemana, era solo il presagio della tempesta. E quando Djimsiti, puntuale come una tassa, ha incornato in rete il cross telecomandato di uno Zalewski in versione lusso, si è capito subito che per i liguri sarebbe stata una notte lunghissima.
IL SUICIDIO ROSSOBLÙ – Se già a parità numerica la partita sembrava una scalata all’Everest per gli ospiti, l’ingenuità di Fini ha trasformato la gara in una discesa agli inferi. L’intervento scomposto su un Bellanova lanciato a velocità supersonica non ha lasciato scelta all’arbitro: rosso diretto e partita virtualmente chiusa al 35’ del primo tempo. Da quel momento, la Dea ha giocato sul velluto. Nemmeno l’uscita di scena di Sulemana ha scalfito le certezze di Palladino: l’ingresso di Daniel Maldini ha aggiunto, se possibile, ancora più qualità, come testimonia quel palo clamoroso che trema ancora, stampato su calcio piazzato, così come lascia l'amaro in bocca l'occasione sprecata. Un dominio territoriale imbarazzante per la facilità con cui è stato esercitato.
L’URLO DEL CAPITANO E IL SOLITO MARIO – La ripresa è stata accademia pura, impreziosita da gesti tecnici di rara bellezza. Il raddoppio porta la firma del cuore pulsante di questa squadra: Marten de Roon. Il suo destro da fuori è un missile terra-aria che non lascia scampo, un gol che premia l’anima operaia che sa vestirsi da sera. Poi, immancabile, la firma di Mario Pasalic. Il croato ha il dono dell’ubiquità: quando la palla vaga in area, lui c’è. Il tiro "sporco" di Scamacca (in campo per 90 minuti, segnale importantissimo per la sua condizione) si è trasformato in un assist al bacio che SuperMario ha dovuto solo spingere dentro. È la legge dei grandi numeri: con certi giocatori in campo, il gol è una conseguenza naturale.
VENDETTA DELL’EX E SGUARDO AL FUTURO – Nel finale c’è spazio anche per la ciliegina sulla torta, servita fredda dal destino. Honest Ahanor, il gioiello strappato proprio al Grifone con un investimento importante, ha chiuso i conti con il poker, approfittando dell’ennesima dormita di una difesa genovana in disarmo. Un gol che sa di sentenza e che ribadisce la bontà delle scelte di mercato della società. Ora il tabellone dice Juventus. Sarà un’altra storia, un’altra intensità, un altro fascino. Ma l’Atalanta vista stasera, cinica e straripante, ha lanciato un messaggio chiaro a Torino: alla New Balance Arena non si passa.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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