C'è un momento preciso, nella carriera di un portiere, in cui smette di essere una "promessa" e diventa una certezza granitica, di quelle che fanno dormire sonni tranquilli a tutta la città. Per Marco Carnesecchi quel momento è adesso. Festeggiare le 101 presenze in nerazzurro (traguardo delle 100 tagliato contro la Roma e celebrato col Torino) non è solo una questione di statistica da almanacco. È la certificazione che quel ragazzo biondo, arrivato in punta di piedi, si è preso l'Atalanta sulle spalle. E ha deciso che da lì, la palla, non passa più.
Un muro chiamato Marco: i numeri della svolta. Diciamocelo chiaramente: guardare i numeri della difesa atalantina nell'ultimo mese fa quasi impressione. Nelle ultime cinque giornate, Carnesecchi ha raccolto il pallone in fondo al sacco una sola volta. E per giunta in quella carambola sfortunata e rocambolesca contro l'Inter a San Siro. Per il resto? Porta blindata. Contro il Torino, quando la squadra ha fisiologicamente rifiatato, Marco ha messo la firma sui tre punti con due interventi prodigiosi, specialmente quello su Simeone che ha fatto strozzare l'urlo in gola ai granata. Non sono parate banali: sono interventi che pesano come gol segnati.
"Testa bassa e pedalare": parole da leader vero. Ma se le parate ci esaltano, sono le parole a colpirci. Sentirlo parlare ai microfoni di Sky Sport è come sentire un veterano di 35 anni, non un giovane nel pieno della carriera. Quando Billy Costacurta gli fa i complimenti, lui sposta i riflettori: «Il merito è del pressing degli attaccanti». Umiltà? Sì, ma anche intelligenza. Marco ha capito perfettamente la filosofia di Raffaele Palladino: si difende in undici, si attacca in undici.
E proprio sul mister, Carnesecchi non usa giri di parole: «È un fenomeno nel preparare le partite». C'è un feeling tecnico ed emotivo che trasuda da ogni dichiarazione. L'entusiasmo di cui parla («Siamo propensi al risultato, vogliamo portarlo a casa a tutti i costi») è la benzina che ha permesso la scalata dal tredicesimo posto alla zona Europa che conta. Marco lo dice chiaro: non centrare gli obiettivi «sarebbe una disfatta». Niente alibi, solo ambizione.
Il guardiano dei sogni. Oggi l'Atalanta non ha solo un portiere forte tra i pali. Ha un leader che guida la difesa, che esulta per un intervento decisivo come se avesse segnato in rovesciata, che trasmette sicurezza a tutto il reparto. Le 101 presenze sono un bel traguardo, certo. Ma vedendo come para e come parla questo "San Marco", abbiamo la netta sensazione che siano solo l'antipasto. La saracinesca è giù, e la Dea può continuare a sognare.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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