Ci sono traguardi che tagli a braccia alzate, con il vento in faccia e le lacrime di gioia, e altri che oltrepassi trascinando i piedi, sperando solo che qualcuno ti timbri in fretta il passaporto per andare a dormire. L'accesso dell'Atalanta alla prossima Conference League appartiene, malinconicamente, a questa seconda categoria. Il sesto stop stagionale interno, griffato dal chirurgico sinistro di Orsolini, è il perfetto riassunto di una fine primavera vissuta in apnea. Indossare le magliette celebrative "EuroAtalanta" dopo uno scialbo 0-1 casalingo, il terzo consecutivo senza segnare un gol alla New Balance Arena, ha lo stesso sapore di chi stappa una bottiglia di champagne tiepido per aver preso un 18 politico a un esame universitario. L'obiettivo è in tasca, certo, ma l'estetica e l'anima del calcio, per oggi, possono accomodarsi in sala d'attesa.
Il campo: una burocrazia calcistica senza guizzi. La sfida contro il Bologna, in un pomeriggio dal clima vacanziero, si è trascinata stancamente come la coda alla posta per pagare il bollo dell'auto. Un livello di intensità che ha giustificato, in modo quasi profetico, la competizione in cui andremo a giocare: una pura "sconfitta da Conference League". L'Atalanta ha giocato per non prendere imbarcate, sapendo che il margine accumulato e gli scontri diretti erano un'assicurazione sulla vita. Eppure, fa male vedere una squadra storicamente arrembante rintanarsi nel proprio guscio. Le trequarti sono rimaste terre inesplorate, con De Ketelaere a sprazzi e un attacco lasciato all'asciutto, dove Scamacca è rimasto a fare la muffa in panchina per 90 minuti per la seconda volta di fila. Se non fosse stato per i consueti miracoli di Carnesecchi nel primo tempo e per un Krstovic sprecone nel recupero, il divario avrebbe potuto essere ben più netto. Il Bologna di Italiano, cinico e spietato in trasferta (decimo blitz stagionale), ci ha semplicemente ricordato che nel calcio chi ha più fame, alla fine, mangia.
L'ammonizione della Nord e il valzer degli addii. Ma il cuore pulsante di questa domenica non era sul prato verde, bensì sugli spalti e nei meandri degli spogliatoi. La Curva Nord ha applaudito, perché nove qualificazioni europee in dieci anni sono un dato storico e inconfutabile, un miracolo sportivo che nessuna sconfitta sbiadita potrà mai cancellare. Eppure, lo striscione srotolato parla chiarissimo: «Pretendiamo un altro atteggiamento nella prossima stagione». È la voce genuina di una piazza che non chiede la luna, ma esige il sudore; accetta l'errore tecnico, ma ripudia la sufficienza.
Un monito che, molto probabilmente, andrà a fischiare nelle orecchie di un nuovo direttore d'orchestra. Le parole di Raffaele Palladino nel post-partita sanno di commiato avvolto nella carta stagnola della diplomazia: «Ci vedremo dopo Firenze... la volontà ci deve essere da entrambe le parti». Nel vocabolario del calcio, quando un allenatore parla di "idee che devono combaciare" a fine maggio, significa che gli scatoloni nel suo ufficio a Zingonia sono già per metà riempiti. Un destino curiosamente parallelo a quello del suo avversario odierno, Vincenzo Italiano, anch'egli pronto al tavolo delle trattative con un biglietto di sola andata in tasca.
Ripartire dalle fondamenta: il futuro è adesso. Alla fine della fiera, resta un dato di fatto imprescindibile: l'Atalanta è ancora in Europa. La Conference League non avrà il fascino dei martedì notte a Madrid o a Liverpool, ma è un palcoscenico continentale che permetterà di mantenere alto il ranking, di far crescere i giovani (e l'Under 23 freme) e di alimentare il blasone del club. La fine di questa annata turbolenta e transitoria deve essere il concime per la prossima rinascita. Ci sarà una nuova guida tecnica, un nuovo direttore sportivo e una squadra da rimodellare. Abbassiamo il sipario su questa stagione stiracchiata, prendiamoci l'Europa e prepariamoci a rimettere i mattoni al loro posto. Il cantiere nerazzurro non chiude mai. The show must go on.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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