A più di dieci anni da quando ha lasciato Bergamo, Leonardo Pettinari continua ad avere nel profilo WhatsApp una foto con la maglia dell'Atalanta. Un dettaglio che racchiude i due anni più intensi della sua vita calcistica e personale. Bergamo, per lui, non è mai stata una parentesi qualunque. È il posto dove ha vissuto il calore travolgente di una piazza che non aveva mai visto altrove, ma anche il momento in cui il calcio si è improvvisamente fermato.
Doppio ex della sfida tra Fiorentina e Atalanta, Pettinari arrivò a Bergamo nell'estate del ritorno di Antonio Percassi alla guida del club, ritrovandosi dentro l'inizio di un ciclo destinato a cambiare la storia nerazzurra. Cresciuto nel settore giovanile viola, fu però costretto a smettere giovanissimo per una cardiomiopatia aritmogena scoperta proprio durante la sua esperienza atalantina. Eppure il legame con Bergamo non si è mai spezzato, perché certe empatie, come dice lui stesso, «nascono e poi restano».
Leonardo, quello nella foto profilo di WhatsApp sei tu con la maglia dell'Atalanta?
«Sì, io nel ritiro di Rovetta».
Sono passati più di dieci anni. Come mai?
«Sono rimasto molto legato a quei ricordi e mi fa piacere tenerla - confida a TuttoAtalanta.com -. A Bergamo sono rimasto due anni. Non tanto, ma nemmeno poco. Sono arrivato nella stagione in cui è subentrato Antonio Percassi, all'inizio del suo ciclo, e quindi oggi anche noi di quel gruppo, nel nostro piccolo, ci sentiamo parte del grande cammino fatto dall'Atalanta negli ultimi quindici anni».
Si percepiva già che si stava costruendo qualcosa di speciale?
«Quando sono arrivato a Bergamo venivo da un anno in Serie B in cui avevo segnato dieci gol. Avevo anche un paio di richieste dalla Serie A, però l'ambiente di Bergamo mi convinse a scegliere l'Atalanta perché si vedeva che c'era un potenziale clamoroso. Negli anni successivi si è sviluppato tutto quello che vediamo ora. Magari all'epoca non immaginavo esattamente l'Atalanta di oggi, ma quello che è successo non mi ha stupito».
Che ricordo hai del presidente Percassi?
«Bellissimo. Aveva un grande entusiasmo. Sebbene l'Atalanta arrivasse da una retrocessione e non fosse quindi in un momento particolarmente felice, si vedeva che puntava in altissimo. C'era già un progetto. La piazza di Bergamo, poi, è uno dei motivi per cui avevo scelto l'Atalanta. Quel calore era una cosa che non avevo mai visto altrove, a parte forse alla Fiorentina, dove però avevo fatto solo le giovanili. A Bergamo c'era ancora qualcosa in più. Percassi trascinava tutti con il suo entusiasmo. Fu un'esperienza bellissima».
C'è stato subito feeling anche con i tifosi?
«Mi adoravano ed entrammo subito in sintonia, fin dal ritiro. Io arrivai quattro giorni dopo. Quando firmai il contratto la squadra era già in ritiro, ma fu subito amore tra noi. Sono empatie che non si possono spiegare ed è bello così. Semplicemente nascono e poi restano».
Ti capita di tornare?
«Ora poco perché mi manca il tempo. Sono tornato nel periodo pre-Covid per Atalanta-Manchester City e sono stato accolto in un modo che non mi aspettavo. Ho ritrovato un sacco di amici, di persone vicine all'Atalanta. È stata davvero una bella serata».
Proprio durante il Covid avevi scritto un post commovente per Bergamo e per tutti i bergamaschi. Come mai sentivi il bisogno di farlo?
«Sono legato al territorio e Bergamo soffriva in modo particolare. Ero in contatto con alcuni amici che vivono lì ed erano tutti molto preoccupati. Mi sono trovato così bene che per me è come una seconda casa. L'ho nel cuore».
In quel post parlavi di «caldissima freddezza» dei bergamaschi. Cosa intendevi?
«All'inizio i bergamaschi sono molto chiusi, ma quando scatta la sintonia ed entri nel loro cuore diventano persone speciali con cui i rapporti restano per sempre. Non le scordi più. All'inizio è difficile, devi meritarti la loro fiducia, ma quando succede è qualcosa di indissolubile».
Avevi un posto del cuore?
«Dire Bergamo Alta sarebbe troppo facile. Penso ne siano tutti innamorati. Io ero molto legato anche alla periferia. Andavo spesso a trovare a Grumello del Monte il mio amico Daniele Capelli, che giocava con me. Mi piaceva quella dimensione, molto semplice, molto vera. Andavamo sempre nello stesso agriturismo a mangiare. Erano cose che mi facevano stare bene».
E il tuo esordio con l'Atalanta in Serie A, alla seconda stagione in nerazzurro, lo ricordi?
«Atalanta-Cagliari, ma quello non fu un bel periodo per me».
È giusto dire che il momento più bello della tua carriera ha coinciso con il più brutto?
«Sì, è stato proprio così. Avevo vissuto annate importanti, avevo firmato con l'Atalanta, ero in un periodo bellissimo della mia carriera. Poi arrivo a Bergamo, vinco il campionato di B, vado in ritiro e già comincio a sentire che qualcosa non andava. Proprio quando la mia carriera poteva arrivare al picco è successo quello che tutti sanno».
In quel momento c'era più rabbia, più dolore o più paura?
«All'inizio paura. Poi più rabbia e dispiacere. La delusione per essere arrivato lì e non essermelo goduto. Avevo ventotto anni, non ero più giovanissimo dal punto di vista calcistico. Mi ero già tolto diverse soddisfazioni, ma dal punto di vista professionale quello è il momento migliore in assoluto: non troppo vecchio, ma abbastanza maturo per gestire certe situazioni. Iniziavo quei quattro anni in cui sei nel pieno della carriera».
Non c'erano alternative? Solo smettere di giocare?
«L'alternativa era andare a giocare all'estero, fuori dall'Italia, ma non volevo. Il rischio c'era e in quel momento sarei stato il primo a fare una scelta del genere, perché all'epoca non c'erano tanti casi simili. Avrei firmato io e scelto io di rischiare, ma non me la sono sentita».
Hai sentito Bergamo vicina in quel momento? Qualcuno in particolare?
«Tutti, anche se io distinguo sempre la parte professionale da quella umana. Il calcio da questo punto di vista è un mondo un po' particolare. C'è poca gratitudine, poca riconoscenza. Spesso sei solo un numero perché ci sono interessi enormi dietro. Le persone, i tifosi che incroci, la gente che vedi tutti i giorni ti vedono come il calciatore dell'Atalanta, uno di Serie A, ma in realtà sei un ragazzo giovanissimo che vive in una città che non è la sua, lontano da tutti gli affetti. E allora le persone che incontri nella vita quotidiana ti restano nel cuore molto più di tutto il resto, che invece spesso si sgretola appena finisce il sogno».
Sei rimasto in contatto con qualche tuo ex compagno?
«Sì, con tanti. Due anni fa è venuto a trovarmi a Prato, al mio paese, anche Talamonti dall'Argentina».
E se dovessi scegliere il ricordo più bello di tutti degli anni a Bergamo, quale sarebbe?
«La festa promozione in Serie A, al pari del primo gol con l'Atalanta. Io ne ho segnati due con la maglia nerazzurra: uno brutto e uno bellissimo, e sono più legato a quello brutto. Era Atalanta-Vicenza, alla mia prima stagione a Bergamo. La mia prima partita ufficiale in casa, alla prima giornata di campionato. C'erano trentamila persone e dopo trenta secondi ho fatto gol. È stato un modo bellissimo per rompere il ghiaccio. Ero un nuovo acquisto, avevo fatto bene l'anno prima e segnai il gol più veloce della Serie cadetta. Un gol bruttino: sfiora il pallone di testa, il portiere è svenuto (ride, ndr) e ho fatto gol. È un ricordo bellissimo, in uno stadio pieno, con quell'entusiasmo incredibile. Venivo da Cittadella dove c'era pochissima gente allo stadio. Trovarmi all'improvviso in un ambiente così caldo mi ha aiutato anche a giocare bene dopo».
Il gol bello invece?
«Con il Crotone. Feci gol al volo da fuori area, ma era un momento della stagione in cui eravamo già lanciati e ormai ero all'Atalanta da un po'».
E di quella festa promozione cosa ricordi?
«È stata qualcosa di clamoroso. Tutta la città in fermento, il pullman scoperto, le gigantografie di noi calciatori appese ai lampioni. Davvero bellissimo».
Quando hai appeso le scarpe al chiodo, sei rimasto nel mondo del calcio?
«Fino all'anno scorso ho allenato, anche nel settore giovanile della Fiorentina. Ora sono il responsabile del settore giovanile del Prato, ma dal prossimo anno avrò un ruolo leggermente diverso. Farò il direttore tecnico. Preferisco la parte tecnica a quella manageriale e dirigenziale. Mi piace stare in campo lavorando sugli aspetti tecnici».
La Fiorentina cosa rappresenta per te?
«La Fiorentina sono diciassette anni della mia vita. Sono arrivato a Firenze a dieci anni, ci sono cresciuto e poi ci sono tornato anche quando ho smesso, da allenatore. Per me resta un pezzo di cuore».
Nella partita tra Fiorentina e Atalanta senti di appartenere un po' a entrambe le squadre?
«Voglio essere sincero. Se giocano Fiorentina e Atalanta tifo per i nerazzurri. Ho grande gratitudine per la squadra viola, ma non ne sono mai stato un tifoso. Anzi, ho sempre tifato una delle squadre che a Firenze si odia di più: la Juventus. Il sogno da bambino era giocare nella squadra bianconera».
Parlando delle due squadre di oggi, né Fiorentina né Atalanta erano partite bene in questo campionato. Chi si è ripresa meglio dopo l'avvio complicato?
«L'Atalanta, che ha fatto un campionato ancora di vertice ed è sempre stata più in alto. La Fiorentina ha rischiato anche di retrocedere. Io non ho mai creduto che potesse succedere, perché il potenziale e la qualità della rosa erano troppo alti per stare nelle ultime posizioni, però sicuramente i viola hanno vissuto momenti peggiori rispetto all'Atalanta. I bergamaschi hanno disputato un campionato diverso da quello a cui ci avevano abituato negli ultimi anni, però dopo l'addio di Gasperini è normale che quest'anno sia andata così».
Il lavoro di Palladino come lo giudichi?
«Fondamentalmente buono, anche se ha avuto qualche periodo altalenante».
Guardando la classifica, tra le due chi ti sorprende di più per posizione? Da chi ti aspettavi qualcosa di diverso?
«Dalla Fiorentina. Per l'Atalanta avevo messo in preventivo un anno leggermente sotto il livello degli ultimi anni. Un anno di flessione con il cambio di allenatore ci può stare. Invece vedere la Fiorentina navigare sul fondo della classifica non me lo sarei mai aspettato».
Che partita ti aspetti venerdì sera?
«Spero una partita spettacolare, senza troppi tatticismi, anche se siamo all'ultima giornata. Sono due squadre che non hanno più nulla da chiedere. Sarebbe bello vedere qualche giovane esordire».
Quindi Leonardo, tornerai nella tua Bergamo a vedere qualche partita?
«Me lo auguro. Vorrei venire e fermarmi qualche giorno, salutare un po' di amici. Mi farebbe immensamente piacere. Appena troverò un po' di tempo verrò, magari anche per una settimana».
Nel racconto di Leonardo Pettinari c'è tutta la serenità di chi ha imparato a guardare oltre ciò che avrebbe potuto essere. Firenze resta un pezzo di cuore, il luogo dove è cresciuto da bambino e poi da allenatore. Bergamo, però, sembra avergli lasciato qualcosa di diverso. Più viscerale. Più difficile da spiegare. Forse perché lì ha conosciuto insieme l'entusiasmo della piazza, una promozione in Serie A vissuta da protagonista e il momento più duro della sua vita. E allora non sorprende che, ancora oggi, a distanza di oltre dieci anni, continui a parlare dell'Atalanta con il tono di chi sente davvero di appartenere un po' a questa storia.
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