Dopo oltre un secolo è rinato un nome storico del calcio italiano: la Confederazione Calcistica Italiana (CCI), riportata alla luce dal presidente Andrea Montemurro, che ne ha recuperato marchio e diritti dopo anni di oblio. Non una scelta nostalgica, ma strategica: creare uno spazio nuovo, moderno e inclusivo capace di abbracciare tutte le derivazioni dello sport più popolare al mondo. La CCI si propone come punto di aggregazione, promozione e valorizzazione di discipline spesso trascurate — dal calcio a 7 e a 8 al beach soccer, dal walking football al padbol, dal calcio tennis al freestyle, fino a goalkeeper technique e soccer technique — con progetti sociali, attenzione ai più fragili, campionati inclusivi e iniziative educative come il cartellino bianco che premia i gesti positivi dei bambini. Montemurro, che ha attraversato il calcio come giocatore, allenatore, dirigente e presidente federale, ha costruito un’alternativa concreta alla struttura tradizionale del movimento: una realtà privata e autonoma, senza contributi pubblici, che punta a un “calcio 2.0”: meno business e più valori, meno esasperazione e più educazione, meno pressioni e più spazio alle persone. Dai 18.000 bambini coinvolti ogni settimana, ai campionati speciali per ragazzi con disabilità mentale, fino ai successi internazionali nel calcio a 7 e a 8, la CCI si presenta oggi come un modello diverso che unisce sport, inclusione e visione.
Cos’è la Confederazione Calcistica Italiana e perché si è scelto di farla rinascere dopo oltre un secolo?
«Abbiamo deciso di far rinascere questo marchio, glorioso per il calcio italiano, in contrapposizione con l’attività della Federazione - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Io sono stato tanti anni in FIGC e ritengo che alcune cose vadano riviste. Non sono riuscito a farlo dall’interno e ora sto provando a farlo dall’esterno, dando la mia idea di calcio, che è diversa: non soltanto Serie A e Champions League. Esiste anche un calcio differente, dei bambini, un calcio sociale e con discipline diverse, per alcune delle quali siamo ufficialmente riconosciuti a livello internazionale».
In cosa si differenzia la CCI dalla FIGC?
«Intanto cambiano le dimensioni: la FIGC è un punto di riferimento nazionale e internazionale, un colosso. La differenza principale però sta nello spirito con cui affrontiamo l’idea di calcio: una visione 2.0, innovativa e realmente inclusiva. Portiamo attenzione alle discipline meno conosciute, come calcio a 7, calcio a 8 o padbol, e a attività che raramente si vedono, come il nostro campionato Lega Unica per ragazzi con disabilità mentale. Nel nostro campionato giovanile abbiamo introdotto il cartellino bianco per premiare i bambini autori di bei gesti».
La CCI nasce da una storia di dissidi e divisioni, mentre oggi si presenta come simbolo di unità. Rispetto al passato cosa cambia?
«Un po’ tutto. Anche se i valori restano gli stessi, quello era un calcio completamente diverso, dove il business non prevaleva. Oggi, invece, il business domina — sia nelle massime serie, sia nel settore giovanile. Noi stiamo cercando di ribaltare questo concetto. La nostra attività giovanile, oltre 18.000 atleti, è sociale: non vogliamo il risultato a ogni costo e non cerchiamo il campione da vendere. Lavoriamo fianco a fianco con le società per formare persone: bambini e bambine che portino con sé un’esperienza sportiva umana, non solo legata ai risultati. Le nostre finali sono grandi feste — vedi Alba Adriatica e Cascia — con mangiafuoco e truccabimbi. È qualcosa di diverso dal campionato federale. Una realtà fatta di famiglie: non è permesso offendere avversari o arbitri. Se l’arbitro viene offeso, la gara è sospesa. Sono regole diverse da ciò che ho visto in 35 anni sui campi».
Quanti e quali sono i vostri campionati di calcio a livello giovanile?
«Nel settore giovanile abbiamo tutte le discipline. La nostra Youth League comprende quattro campionati: calcio a 11, a 7, a 8 e a 5, che vanno dai 6 ai 13 anni».
Si svolgono anche nella provincia di Bergamo?
«Abbiamo iniziato quest’anno: a Bergamo non ancora, ma siamo presenti in Lombardia, su Milano, e ci stiamo diramando. L’area forte è Roma. Coinvolgiamo 18.000 bambini ogni settimana e l’obiettivo è espanderci in altre province, allargando i campionati e amplificando il messaggio: una visione di calcio diversa, a partire dalla tutela degli arbitri in un momento in cui si parla spesso di aggressioni verbali e fisiche. Noi cerchiamo di lavorare diversamente».
Secondo lei è cambiato il calcio, le famiglie o la società?
«Sono nel calcio da quando avevo sei anni: prima giocatore, poi allenatore, presidente di club, dirigente generale, presidente federale. Sono più di quarant’anni nel calcio. Non credo siano cambiate le famiglie: penso piuttosto siano cambiati i messaggi veicolati dalle società. Oggi molti allenatori vivono il settore giovanile come trampolino verso la prima squadra, per farne un business: così non danno spazio ai bambini meno meritevoli sul piano sportivo, generando la necessità di vittoria a tutti i costi. A loro volta, molti genitori sognano il figlio professionista per un tema economico. È tutto esasperato. La prima cosa, secondo me, è fare allenamenti a porte chiuse, senza genitori; e durante le partite, se si offende l’arbitro, sospendere la gara. Bisogna avere coraggio. Nei nostri campionati è previsto. Già quando presiedevo una squadra di calcio a 5 avevo creato il progetto “Tolleranza zero”: serve intervenire educativamente, non far finta di nulla mentre gli arbitri vengono aggrediti ogni settimana».
Vi è mai capitato di dover sospendere una gara?
«No, perché le famiglie che entrano nel nostro progetto ne condividono valori e identità. La nostra mentalità è inclusiva: tutti devono poter giocare. Nel settore giovanile ci interessa la crescita dei ragazzi. A livello di prima squadra — nella nostra “Serie A” — il discorso cambia, ma non è comunque concesso offendere o aggredire l’arbitro».
Dialogate con la FIGC?
«Sono amico da anni di Gravina e ne ho stima. Sono stato anche consigliere federale. Dialogo diretto, dal punto di vista sportivo, non ne abbiamo. Siamo un’attività privata: la prima federazione privata in Italia, fuori dalle dinamiche CONI e FIGC. Non prendiamo contributi pubblici: viviamo di iscrizioni, quote associative e sponsor».
Quali sono le discipline più promettenti o con maggior potenziale di sviluppo?
«Penso che il calcio a 7 e il calcio a 8 siano il calcio del futuro. Il calcio a 5 ormai è in difficoltà e ha perso visibilità. Il 7 e l’8 sono lo spazio giusto per chi viene dall’11 ma cerca un calcio diverso: qui trova una nuova dimensione senza troppi cambiamenti. A differenza del passaggio al 5, dove le dinamiche tecniche (stop, tiro, controllo) cambiano molto, il 7 e l’8 sono calcio a 11 in piccolo».
Il passaggio dall’11 al 7 o 8 avviene spesso? In quali casi?
«Sì, per vari motivi. Primo: un ragazzo può preferire una massima serie nel 7 o nell’8 invece di una Seconda categoria nell’11, magari con la possibilità di vestire l’azzurro e disputare Mondiali o Europei. È una seconda carriera, in campionati organizzati professionalmente, con grande visibilità anche Social e mediatica».
Progetti futuri?
«Quest’anno siamo diventati vicecampioni del mondo di calcio a 7 in Brasile. Abbiamo organizzato, con Enel, l’evento per disabili “Play for Humanity” (lo faremo due volte l’anno) con oltre 700 associazioni partecipanti. Ora stiamo preparando un quadrangolare di calcio a 7 (13–14 dicembre, Roma) con Macedonia, Repubblica Ceca e Serbia, alla presenza di tanti ex del calcio a 11 nazionali e internazionali. Inoltre ci è stata affidata l’organizzazione dell’Europeo di calcio a 7 che si terrà a Roma il prossimo luglio».
Il raduno della Nazionale di calcio a 7 si è tenuto proprio nei giorni scorsi allo Sportitalia Village. Tra i convocati anche il bergamasco Francesco Contini. Come nasce la partnership con Sportitalia?
«Nasce dall’amicizia con il direttore Michele Criscitiello, una delle persone più intelligenti e lungimiranti che conosca. Michele ha colto le potenzialità di questa disciplina ed è diventato partner ufficiale».
Con che obiettivo vi presentate all’Europeo?
«Vogliamo vincere. Ormai siamo una realtà grande e importante e puntiamo al titolo. Quest’anno, con la Nazionale di calcio a 8, abbiamo vinto la Nations League, battendo in finale la Spagna: evento meraviglioso, trasmesso su Sportitalia, con in campo tanti ex, tra cui Di Natale».
A proposito di Nazionale: come vede quella maggiore italiana?
«Con tutto il rispetto per Gravina, penso che il problema non stia nell’allenatore: non in Gattuso, come non lo era in Spalletti. Quello che fecero Mancini e Vialli vincendo l’Europeo fu un miracolo sportivo che ci ha distolto dai problemi del calcio italiano, che nascono dal basso: dai Comitati regionali, dallo sviluppo dei settori giovanili e dalla ricerca del talento. Oggi servono manager e innovazione, e non vedo nulla di tutto questo nei Comitati, che guidano il territorio. Così si fa fatica. Vedo calare l’attenzione dei ragazzi per la Nazionale: due Mondiali mancati e il rischio di una terza assenza. Si perde l’appeal di quello che dovrebbe essere il traino sportivo e sociale del Paese. Se tanti bambini oggi tifano squadre estere, qualcosa non funziona: trent’anni fa era impensabile. Sulla ricerca del talento andrebbe intrapresa un’altra strada. Vent’anni fa, in Federazione, avevo sviluppato il progetto “Futsal in Soccer”: in Brasile e Spagna si usa il calcio a 5 come propedeutico all’11. In spazi ristretti impari il gesto tecnico. Quando me ne sono andato, il progetto è finito nel cassetto. L’obiettivo deve essere chiaro: se vuoi cercare il talento è una strada; se vuoi fare attività sociale, come nel nostro caso, è un’altra. Ma quando metti la barca a mare, devi sapere dove portarla. Oggi si naviga a vista».
Dell’Atalanta, invece, cosa ne pensa?
«Mi ha stupito la scelta di Juric: non mi era piaciuto nelle esperienze precedenti. Vediamo come si riprenderà la squadra con l’arrivo di Palladino. Certo è che Atalanta e Bergamo sono ormai un nome importante nel panorama italiano, sia a livello giovanile sia di prima squadra. È un club consolidato e merita i vertici. Peccato per la scelta dubbia e, di conseguenza, per un avvio di campionato tentennante».
Dalle parole di Andrea Montemurro emerge un progetto che non vuole semplicemente affiancarsi al sistema tradizionale, ma proporre un modo nuovo di viverlo. La CCI punta sul sociale, sulla formazione umana, sulla tutela degli arbitri, sul rispetto e sul valore educativo dello sport; al contempo cresce sul piano internazionale, tra Europei, Mondiali e partnership strutturate. Nel suo racconto s’intrecciano passato e futuro: la riscoperta di un marchio storico e la costruzione di un calcio moderno, aperto e vitale. Un movimento che guarda ai bambini prima che ai risultati, alle famiglie prima che ai numeri, e che trova nella dimensione inclusiva la sua vera forza. In un panorama spesso segnato da pressioni, aggressività e business, la Confederazione Calcistica Italiana prova a rimettere al centro ciò che il calcio, nella sua forma più autentica, dovrebbe rappresentare: crescita, condivisione e possibilità.
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