Una stagione sola in nerazzurro, quella 1995/96, ma sufficiente per lasciare il segno. Sandro Tovalieri ricorda con affetto la sua annata a Bergamo: 38 presenze, 8 gol, una salvezza tranquilla e una cavalcata in Coppa Italia interrotta solo in finale, dopo una sua doppietta decisiva al Cagliari. Il "Cobra" ha vissuto una carriera da bomber di razza in giro per l’Italia, ma di Bergamo conserva intatto il ricordo del calore dei tifosi e l'amicizia nata con un giovane Bobo Vieri. Oggi, da procuratore a caccia di talenti, guarda all’Atalanta con stima e un pizzico di nostalgia, sperando di rivederla presto nelle zone nobili della classifica.
Sandro, riavvolgiamo il nastro: come arrivasti all’Atalanta?
«Venivo da un campionato straordinario a Bari: 17 gol in Serie A - racconta, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Stavo benissimo in Puglia e sarei rimasto volentieri, ma ero in scadenza di contratto e la società aveva bisogno di fare cassa vendendo i pezzi pregiati. Arrivò la proposta dell’Atalanta e la accettai con serenità».
L’impatto con la piazza bergamasca?
«Fui accolto benissimo. È vero, forse il mio rendimento non fu all'altezza delle aspettative iniziali, ma ci furono diverse circostanze che mi impedirono di esprimermi al massimo. Nonostante tutto, conservo un ricordo splendido perché la gente mi ha voluto bene, e per me l'aspetto umano conta più dei numeri».
Il bilancio finale fu comunque positivo.
«Assolutamente sì. Centrammo una salvezza tranquilla, che all'epoca era l'obiettivo primario del club, e arrivammo fino alla finale di Coppa Italia, persa poi contro la Fiorentina. Andammo decisamente oltre le previsioni».
Una finale conquistata grazie alla tua doppietta in semifinale col Cagliari.
«Due gol pesantissimi, che ci regalarono un traguardo forse insperato. Giocammo l'andata in casa sotto la neve: un'atmosfera magica. Poi in finale trovammo la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa, ma resta una grande soddisfazione per noi e per tutta la città».
Sono i gol a cui sei più legato di quell'annata?
«Tutti i gol contano, ma quelli decisivi hanno un sapore diverso. Quella doppietta sotto la neve resta un ricordo dolcissimo».
Hai parlato di «circostanze negative»: a cosa ti riferivi?
«Davanti c'era una concorrenza fortissima: oltre a me c'erano Bobo Vieri, il compianto Chicco Pisani e Domenico Morfeo. Quando giocavamo a due punte, mister Mondonico mi utilizzava spesso in un ruolo non mio, più esterno che centrale. Solo quando Bobo si fece male potei giocare da centravanti puro e lì segnai sei gol. Prima, dovendo snaturare le mie caratteristiche, facevo fatica a dimostrare il mio valore da goleador».
È vero che a gennaio stavi per tornare alla Roma?
«Tutto vero. A Bergamo non avevo ancora segnato e la Roma mi voleva. La società aveva dato l'ok: il martedì sarei dovuto andare a Trigoria. La domenica precedente, però, c'era Bari-Atalanta. Contro la mia ex squadra, che mi accolse tra gli applausi, segnai due gol. A quel punto l’Atalanta decise di togliermi dal mercato. Restai tutta la stagione, ma sono fiero di aver segnato quei gol: a cose fatte avrei potuto tirarmi indietro, invece scesi in campo e onorai la maglia fino all'ultimo per rispetto dei tifosi e della mia professionalità».
Col senno di poi, c’è rammarico?
«Un po' di dispiacere c'è, inutile negarlo. Roma è casa mia e sarei tornato a 33 anni, maturo e con un allenatore come Mazzone che mi stimava molto. Sarebbe stata una grande gioia, non lo nascondo».
Quando segnasti a Bari con la maglia dell'Atalanta, non esultasti...
«Non potevo, per rispetto dei miei tre anni lì. Mi avevano amato e applaudito anche da avversario, regandomi fiori sotto la Curva. Mi sembrava doveroso. Andai verso il settore ospiti atalantino per rispetto verso i miei nuovi tifosi, ma senza esultare».
Il ricordo umano più bello di quella stagione?
«Il gruppo era fantastico, unito, ma il legame con Bobo Vieri era speciale. Lui era giovanissimo, io più esperto, eppure legammo subito. Tra attaccanti spesso c'è invidia o rivalità, tra noi zero. Bobo era un compagnone, ti faceva ridere sempre. Ho un ricordo bellissimo di lui e di tutti i compagni».
Sei rimasto in contatto con qualcuno?
«Ci si sente ogni tanto, ma la vita porta ognuno per la sua strada. Però seguo sempre l’Atalanta con piacere: vederla diventare una realtà europea è una gioia. Non sono più tornato a Bergamo, ma vorrei farlo presto: i tifosi mi invitano spesso e mi piacerebbe vedere una partita in Curva con loro».
Curiosità: il tuo esordio in A fu proprio contro la Dea.
«Esatto, con la maglia della Roma. Finì 1-2 per noi. Non segnai, ma giocai una buona gara».
Perché lasciasti Bergamo dopo un solo anno?
«Non c’erano più le condizioni tecniche. La società aveva altri progetti e io rischiavo di non trovare lo spazio che desideravo. Preferii fare nuove esperienze per gli ultimi anni di carriera».
Chi è l'attaccante più forte con cui hai giocato?
«Impossibile dirne uno solo. Da giovane ho imparato tanto da Pruzzo, poi ho avuto la fortuna di giocare con campioni come Protti, Vieri, Montella. All'epoca il livello era altissimo: in Serie A, tra italiani e stranieri, c'erano fuoriclasse in ogni ruolo».
Oggi il livello è sceso?
«Il calcio è cambiato, qualcosa si è perso. Troppe regole che non condivido, il gioco è spezzettato, meno fisico e meno passionale. E poi manca il contatto con la gente: una volta gli allenamenti erano a porte aperte, firmavamo autografi, c'era osmosi coi tifosi. Oggi è tutto blindato. Abbiamo perso quel legame fondamentale».
Di cosa ti occupi oggi?
«Dopo aver aperto una scuola calcio e allenato nel vivaio della Roma, ho fondato un’agenzia di procura con amici a Genzano. Mi piace andare a caccia di nuovi talenti».
E ce ne sono in Italia?
«Ci sono, ma bisogna dargli tempo e fiducia. Il calcio italiano deve tornare alle origini: rinvigorire i vivai e far giocare i diciottenni bravi, invece di preferire stranieri mediocri. Non è un caso se abbiamo saltato due Mondiali e rischiamo col terzo».
Come giudichi l'attacco dell'Atalanta di oggi?
«Fortissimo. L'Atalanta di Gasperini mi aveva impressionato, poi c'è stata la flessione con Juric, ma con Palladino rivedo quella verve. È una squadra pimpante, con personalità: concede qualcosa ma crea tantissimo. Scamacca è tornato a segnare, Lookman ha risolto i suoi problemi, De Ketelaere ed Ederson sono certezze. Faranno bene anche in Champions».
Meglio il tridente Tovalieri-Vieri-Morfeo o Scamacca-Lookman-De Ketelaere?
«All’epoca eravamo forti noi, oggi lo sono loro. Il calcio è troppo diverso per fare paragoni. Non so se loro avrebbero giocato ai nostri tempi, e non so se noi giocheremmo oggi».
A Bergamo tanti rimpiangono Gasperini. A Roma come sta andando?
«All'inizio ha pagato qualche ruggine col passato, ma i risultati stanno cancellando tutto. È stato scelto da Ranieri, che qui è un'istituzione, e questo lo ha aiutato. Sta provando a inculcare la sua filosofia, anche se la rosa della Roma non ha le stesse caratteristiche di quella dell'Atalanta. Il gioco latita un po', ma i punti arrivano».
Chi arriverà davanti tra Roma e Atalanta?
«Spero di vederle entrambe in alto. La Roma è partita forte, l'Atalanta sta recuperando ma il distacco dalle prime è ampio e ci sono 4-5 squadre davanti. Il campionato però è equilibrato. Sarei felice se la Roma arrivasse terza e l’Atalanta quarta».
Che partita ti aspetti tra Genoa e Atalanta?
«Impegnativa. Marassi è un campo caldo e il Genoa di De Rossi ha trovato nuova linfa. L'Inter lì ha sofferto parecchio. Sarà una battaglia, ma l’Atalanta ha più qualità tecnica e può portarla a casa».
Nelle parole di Tovalieri non ci sono proclami, ma la serenità di chi sa di aver dato tutto. Ha onorato la maglia nerazzurra da professionista vero, anche quando la valigia per tornare a casa era già pronta. E se Roma resta il primo amore e Bari un pezzo di cuore, Bergamo avrà sempre un posto speciale nell'album dei ricordi del "Cobra".
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