Certi incontri hanno la pazienza dei fiumi: girano, rallentano, sembrano sparire sotto la roccia, poi riemergono più avanti e ci sono ancora, lì, inevitabili. Maurizio Sarri e l'Atalanta si erano già sfiorati l'estate scorsa, quando la società stava cercando il successore di Gasperini – e il nome del toscano era entrato nella lista ristretta prima che si scegliesse Ivan Juric. Quella volta non se ne fece nulla. Adesso il filo è tornato a galla, più solido, più definitivo: l'accordo è totale, il contratto triennale è in via di definizione, e l'unico passaggio che manca è quello burocratico con la Lazio – dove nel frattempo si è materializzata la firma di Gennaro Gattuso per un biennale da 1,5 milioni a stagione, il che significa che il domino può cominciare a cadere. Bergamo sa già quello che verrà. E sa che non sarà una cosa semplice, né veloce, né indolore. Ma sa anche che ne vale la pena.
Il nodo Lotito e la geometria degli addii. Prima di parlare di quello che sarà, occorre capire quello che deve ancora risolversi. Sarri ha un contratto con la Lazio fino al 2028 – 2,5 milioni più premi a stagione – e per liberarsi serve un vertice con Claudio Lotito che al momento non è stato ancora fissato ma che, conoscendo le parti, potrebbe andare in scena da un momento all'altro. La logica dice che l'accordo si troverà: a entrambi conviene togliersi di mezzo un rapporto di lavoro che negli ultimi mesi ha accumulato frizioni su frizioni, silenzi su silenzi. Sarri stesso lo ha detto chiaramente – «non mi sono sentito ascoltato» – e quando un allenatore come lui arriva a dirlo in pubblico, la storia è già finita.
La rivoluzione tattica: addio alla difesa a tre, Samardzic a un bivio. Il cambio più profondo, però, è quello che succederà sul rettangolo verde. L'Atalanta dei prossimi anni giocherà con la difesa a quattro – il 4-3-3 di Sarri, con tutto quello che comporta in termini di mercato, di mentalità, di meccanismi d'allenamento. Per una società che ha cucito il proprio DNA sul 3-4-2-1 gasperiniano per oltre un decennio, si tratta di una rivoluzione che non è solo questione di modulo: è una questione di cultura calcistica, come cambiare il modo di respirare. Il reparto che cambierà di più è il centrocampo, e non per poco. Éderson è già in uscita – il Manchester United sta perfezionando l'acquisto per una cifra intorno ai 45 milioni più bonus –, Yunus Musah torna al Milan dal prestito, e il sistema richiede un regista che detti i tempi, che sappia leggere il momento della partita prima che accada. È qui che si deposita la curiosità più grande: Lazar Samardžić, acquistato per circa 20 milioni dall'Udinese nell'estate 2024, con tre allenatori diversi non è mai riuscito a trovare continuità – 31 presenze con Gasperini, la maggior parte da subentrante, media di 37 minuti a partita, numeri che raccontano un talento che aspetta ancora di esplodere davvero. Sarri con lui potrebbe sbizzarrirsi, plasmare una mezzala di qualità in un contesto tattico che finalmente gli calzerebbe come un guanto. O potrebbe non bastare, e allora il mercato darà le risposte.
Palestra, Giuntoli e l'Atalanta che si rigenera. C'è poi il capitolo Marco Palestra. Il giovane esterno classe 2005, rientrato dal prestito al Cagliari dove ha stupito per qualità e maturità – terzino destro, ala, jolly di posizione – è pronto per la sua prima stagione intera in prima squadra. Nel 4-3-3 di Sarri potrebbe risultare decisivo: progressione, duttilità, la velocità di chi ha ancora tutto da dimostrare ma ha già dimostrato abbastanza. Accanto a lui, in senso dirigenziale, arriva Cristiano Giuntoli, con un accordo che lo lega alla Dea fino al 2030 – e che è, in fondo, il vero motore di tutta l'operazione. È stato lui a indicare Sarri come prima e unica scelta. È stato lui a fare la differenza quando il Napoli sembrava ancora in lizza. La coppia si ritrova dopo Napoli, dopo la Juventus vissuta male, con la sensazione di chi sa che stavolta le condizioni sono quelle giuste: una società strutturata, una proprietà paziente, un progetto che guarda lontano. Intanto Tony D'Amico lascia dopo quattro stagioni di lavoro serio e silenzioso – quattro stagioni di Champions, di traguardi europei, di mercati intelligenti. Un addio che merita rispetto, anche nel mezzo di una rivoluzione.
Nuovo allenatore, nuovo direttore sportivo, nuovo modulo, nuova identità. L'Atalanta non cambia mai per paura. Cambia perché sa dove vuole andare.
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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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