L’Atalanta non è solo una squadra di calcio. È una comunità, una memoria collettiva, un intreccio di vite che scorrono al ritmo delle domeniche allo stadio e delle notti europee. È questo il cuore di «Solo Atalanta. 90’. Tante vite», il libro che racconta oltre un secolo di storia nerazzurra attraverso persone, luoghi ed emozioni.

Dopo aver firmato «Favola Atalanta. Bergamo alla conquista dell’Europa, tra sogno e realtà» insieme a Fabio Gennari, il giornalista di Rai Sport Andrea Riscassi torna a raccontare l’universo atalantino insieme a Dino Nikpalj de L'Eco di Bergamo, scegliendo una chiave narrativa originale: novanta storie, una per ogni minuto di una partita. Un viaggio che parte dalla Serie C e arriva alle notti di Champions, passando per il cuore pulsante del tifo, i personaggi che hanno fatto la storia e i simboli. Con Riscassi abbiamo parlato d'identità atalantina, di com'è cambiato il tifo nel tempo e delle emozioni che accompagnano ogni stagione nerazzurra, proiettandoci anche verso la sfida di ritorno di Champions League contro il Borussia Dortmund, appuntamento decisivo nel cammino europeo della Dea.

IL LIBRO E L'IDENTITÀ ATALANTINA

Andrea, il titolo del libro è molto evocativo: «Solo Atalanta. 90’. Tante vite». Sono le vite di chi?
«Sono le vite di tutti quelli che ruotano intorno all’Atalanta: giocatori, allenatori, massaggiatori, tifosi – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Per tantissime persone la vita quotidiana s’intreccia con quella dell’Atalanta. Il calendario, per molti tifosi, non inizia il primo gennaio, ma ad agosto, con la prima giornata di campionato. La vita personale spesso coincide con quella della squadra».

Sei nato a Milano, ma ora vivi a Bergamo. Quando ti sei avvicinato al mondo Atalanta?
«Il mio avvicinamento all’Atalanta è nato per motivi di lavoro. Avevo già cominciato a seguirla al tempo del cambio tra Colantuono e Reja, ma la seguo stabilmente da quando è arrivato Gasperini. Questa, quindi, è la decima stagione che seguo la Dea per la Rai».

Cosa ti ha colpito così tanto del mondo atalantino da scriverci un libro?
«È un mondo particolare: apparentemente chiuso, ma solo al primo impatto. Rispecchia molto il carattere dei bergamaschi, che all’inizio sembrano diffidenti, ma in realtà sono persone molto accoglienti. Personalmente, non mi hanno mai fatto sentire “il milanese”, ma accolto pienamente, magari prendendomi un po’ in giro per gli accenti o i dialetti, che pur a soli 60 chilometri di distanza sono completamente diversi. Lo stesso vale per la mentalità. Se guardiamo la crescita dell’Atalanta in questi anni, non possiamo non vedere anche quella della città e della provincia, che si sono aperte e internazionalizzate: l’aeroporto, il turismo, l’esposizione mondiale. L’Atalanta ha contribuito tantissimo a far conoscere Bergamo nel mondo. Prima era un gioiellino vicino a Milano, oggi è una realtà riconosciuta ovunque. E il modo di giocare della squadra, senza paura, sempre in attacco, ha avuto un impatto positivo anche sulla mentalità del territorio in una fase drammatica come quella del Covid e in un periodo economicamente difficile come quello attuale. L’Atalanta è una valvola di sfogo, ma anche uno stimolo a non mollare. La domenica o il mercoledì vai allo stadio, ti distrai, ma allo stesso tempo trovi energia per andare avanti».

«Solo Atalanta. 90’. Tante vite» di cosa parla?
«Il libro racconta oltre cento anni di vita atalantina: dalla Serie C ai grandi palcoscenici europei. Racconta i luoghi dell’Atalanta che non sono solo lo stadio, ma anche il Baretto, la Trattoria Da Giuliana, i punti di ritrovo della gente. Ci sono storie drammatiche come quella di Celestino Colombi, le ferite degli scontri tra tifosi, i giovani giocatori cresciuti a Bergamo, quelli arrivati e poi andati via, magari tradendo lo spirito nerazzurro. A Bergamo c’è sempre stata la tradizione di valorizzare i giocatori e poi venderli, ma conta come si va via. Il modo in cui entri e quello in cui esci dal mondo nerazzurro incidono tantissimo sul rapporto con il pubblico. La memoria collettiva qui è fortissima: quando qualcuno viene fischiato, c’è sempre un motivo vero».

Quindi c’erano già stati dei casi Lookman?
«Koopmeiners a Bergamo viene sempre fischiato. Rientra in quei giocatori che se ne sono andati in malo modo e in malo modo vengono accolti».

Al contrario, chi sono i giocatori che vengono accolti con calore?
«Per esempio Zapata, che ogni volta che torna riceve un affetto incredibile. Viene accolto come uno di casa, anche se è andato via per trovare più spazio. Raccontiamo anche di Masiello, a cui l’Atalanta ha dato una seconda possibilità. Ci sono tanti personaggi che hanno segnato la storia dell’Atalanta. Ovviamente molte storie sono legate agli ultimi anni, perché sono stati straordinari, ma il racconto parte da molto prima: dai Bortolotti, dai giocatori e dagli allenatori che hanno costruito le basi. L’Atalanta non è nata con Gasperini: si arriva a lui grazie a decenni di lavoro, sacrifici e crescita. Se oggi si vince un’Europa League e si gioca in Champions è perché per anni si è lottato per non retrocedere, perché c’è stata una costruzione lenta, solida e coerente».

Quindi è un libro che racconta la storia dell’Atalanta attraverso persone e luoghi?
«Sì, esatto. Ed è questo che lo rende diverso dagli altri libri, che fanno una ricostruzione cronologica delle stagioni, delle partite, delle sconfitte. Qui non c’è un rigido filo logico temporale, ma umano».

Il libro è anche un viaggio dentro il tifo atalantino?
«Ci sono la Curva Nord, la Curva Sud, il rifacimento dello stadio, il fatto curioso che l’Atalanta sia una delle poche società senza un vero inno ufficiale, sostituito ormai dalla canzone di Simon & Garfunkel che viene mandata all’inizio delle partite e su cui canta sopra tutta la Curva. Sono tutte cose che il tifoso atalantino conosce bene, ma messe insieme, raccontate e fissate su carta, rendono la lettura molto piacevole. Non è un instant book: ho scelto di non scriverlo subito dopo la vittoria dell’Europa League, anche se ero a Dublino, perché sapevo che ne sarebbero usciti a decine. Questo, invece, è un libro che puoi leggere anche tra dieci anni e non perde valore, perché racconta storie che fanno parte della vita di chi vive l’Atalanta ogni giorno».

VOLTI E LUOGHI SIMBOLO

Prima dicevi che conta il modo in cui si entra e si esce dal mondo Atalanta. Gasperini da che parte viene messo, quella di chi si è lasciato bene o male?
«Da come è stato accolto durante la festa per l’inaugurazione della statua dell’Europa League, direi che non è uscito male. Quando è tornato a Bergamo con la Roma, lo stadio si è un po’ diviso tra Curva Nord e Curva Sud. Ovviamente conta anche la destinazione in cui vai, considerata la rivalità che c’è stata negli ultimi anni con la Roma: vedere l’allenatore che ha fatto la storia dell’Atalanta con i simboli della Lupa non è semplicissimo da digerire. Però è difficile chiudere una storia d’amore così lunga. Alla fine mi sembra che il pubblico si sia diviso, ma tutti riconoscono una cosa: senza di lui l’Atalanta non sarebbe mai arrivata a questi livelli. È una figura un po’ ibrida, ma per la stragrande maggioranza dei tifosi resterà per sempre colui che ha fatto vincere qualcosa di grande per la prima volta. A parte chi ha vissuto la Coppa Italia del ’63, praticamente nessuno era cresciuto con l’idea che l’Atalanta potesse vincere trofei. E Gasperini ha dimostrato che non è così».

C’è un personaggio nel libro che più di altri incarna lo spirito atalantino?
«A me piace moltissimo una figura meno visibile, ma fondamentale, quella di Marcello Ginami, il fisioterapista dell’Atalanta. Abbiamo voluto raccontare anche il dietro le quinte, quelli che non si vedono, non appaiono, non finiscono sui giornali, ma ci sono sempre. Ti volti e sai che ci sono. Lui è bergamasco, ha un record di presenze in panchina ed è un po’ il simbolo dell’atalantino vero».

E come luogo simbolico?
«Qui sono un po’ influenzato dal fatto che vivo a Borgo Santa Caterina. Più che lo stadio in sé, per me il vero cuore del tifo è Il Baretto. Un bar edicola che diventa casa del tifo è una cosa davvero unica. Ci si ritrova lì prima e dopo la partita, s’incontra sempre qualcuno che si conosce, si beve una birra, si commenta la gara. È aperto sempre, non solo nei giorni di match, ed è un punto d’identificazione fortissimo con il territorio».

Nel percorso di crescita dell’Atalanta, il tifo è cambiato nel tempo?
«Sicuramente sì. Io racconto nel libro la prima partita che ho seguito da giornalista, che coincise con gli scontri con il Brescia. Erano anni diversi, con una cultura ultras più dura. Oggi, tra telecamere, diffide e limitazioni alle trasferte, il contesto è cambiato molto e certe situazioni si sono ridotte. Però la spinta della Curva è rimasta. Con la copertura del nuovo stadio il tifo si sente ancora di più: quando c’è un gol importante lo stadio diventa una bolgia vera e propria, un ruggito unico. È successo con la Roma e anche domenica al gol di Samardzic. Nel libro raccontiamo anche il coro che parte sempre intorno al settantesimo minuto, “Forza Atalanta”, che definiamo “l’Haka” dei tifosi atalantini. È un momento che paralizza lo stadio e le tifoserie avversarie. Un momento quasi solenne in cui lo stadio si zittisce e si sente solo questo grido. Arrivando dall’esterno, noto dettagli che per chi vive l’Atalanta da dentro da sempre sembrano invece normale amministrazione».

Il nuovo stadio ha amplificato tutto questo?
«La copertura amplifica la possibilità di sentire la Curva in modo impressionante. È uno stadio bellissimo. Altri 5/6000 posti sarebbero stati perfetti, ma ci sono vincoli architettonici. Quando ci sono le grandi partite e vedi le immagini dall’alto ti rendi conto che è un vero gioiellino. Sembra uno stadio inglese. Non è scontato avere un impianto di proprietà così funzionale, non a caso la Nazionale ci viene a giocare per due volte. È un elemento di grande vanto per la città».

LA CHAMPIONS E IL CASO INACIO

Con il Dortmund lo stadio può essere una spinta in più?
«Lo stadio spinge sicuramente, ma bisogna cercare di non subire gol nei primi 20 minuti. La Curva canta sempre. Il resto dello stadio viene tirato dentro se la partita elettrizza, quindi se ci sono offensive e soprattutto se si tiene la porta inviolata. I tifosi non giocano, però dal punto di vista ambientale fanno la differenza. L’anno scorso Gasperini si era arrabbiato con Zaniolo per aver esultato in maniera esagerata dopo aver segnato al Cagliari e aver aizzato lo stadio, che poi si è fatto sentire pesantemente. Ecco, l'ideale domani sarebbe che il pubblico venisse aizzato subito da un gol dell'Atalanta. Sbloccandola, ci sarebbero vere chance di passare il turno».

Un ribaltone quindi è possibile?
«È difficilissimo. Anche domenica scorsa il Borussia perdeva 2-0 e poi ha pareggiato nel finale. È una squadra difficile da affrontare, seconda in Bundesliga, ma magari può essere distratta dall’impegno di domenica prossima in campionato contro il Bayern capolista. D’altro canto, l'Atalanta viaggia sull’entusiasmo della vittoria con il Napoli. In Champions tutto è possibile, ma a volte si vince più con la testa che con le gambe».

Per quello che hai visto nella gara di andata, secondo te il Borussia è superiore all'Atalanta?
«Io sono rimasto impressionato dal loro centrocampo e da come gli attaccanti si cambiavano di ruolo, rendendo difficili le marcature. In difesa traballano, ma bisogna arrivarci. All’andata non hanno subito tantissima pressione. Secondo me se si riesce a superare il centrocampo e quindi a fare un assedio come col Napoli nel secondo tempo, loro possono andare in difficoltà. Però bisogna essere bravi a mantenere sempre la testa su ogni azione, perché con la velocità che hanno i loro attaccanti, se li perdi è difficile recuperarli. In Champions, ancor più che in campionato, ogni errore lo paghi caro. Per superare il turno, servirà la gara perfetta e giocare la prima mezz'ora come gli ultimi 30 minuti con il Napoli. Così si può fare l’impresa».

Tu, quindi, che partita ti aspetti domani?
«Secondo me molto aggressiva da parte dell'Atalanta, che non ha niente da perdere. Siamo in una buona posizione in campionato e in semifinale in Coppa Italia: nessuno si aspetta che l'Atalanta vinca la Champions. Mentalmente i nerazzurri hanno meno pressioni del Borussia, che arriva alla partita sapendo di essere in vantaggio. Era già la squadra favorita e ora lo è ancora di più. Mi aspetto una gara che si sblocchi nella prima mezz'ora e spero che a farlo sia l’Atalanta, perché a quel punto la partita diventerebbe interessante. Non subire gol non sarà facile, però è l'obiettivo principale».

Perché non sarà facile?
«I loro attaccanti sono abili a muoversi. Guirassy è il classico giocatore difficile da marcare: alto, ma mobile; rientra e quindi attira i difensori. L’Atalanta ha ottimi difensori, ma mi sembra non sia facilissimo trovare il terzetto perfetto per ogni partita. Sono tutti e sei più o meno equivalenti, però il posizionamento dei tre può incidere sul risultato».

Lo stesso Palladino sembra stia ancora cercando un equilibrio.
«Il mister è arrivato tre mesi fa, in corsa, in uno spogliatoio che non era suo, in una squadra che si è trovato e che non ha visto all’opera in estate e con una situazione praticamente disperata. Ha un suo concetto di gioco e sta cercando di applicarlo. Ogni tanto magari fa delle scelte che dall’esterno possono sembrare discutibili, ma noi non vediamo gli allenamenti e non sappiamo quali sono le logiche e le condizioni fisiche. Cosa gli si può dire? Ha una media scudetto. Poi, magari, se fosse arrivato all'inizio, subito dopo Gasperini, non sarebbe stato così facile. Il confronto sarebbe stato difficile per tutti, ma prendendo le redini a giugno avrebbe potuto dare alla squadra un'impronta diversa. Purtroppo sono stati persi dei mesi preziosi con un allenatore che non andava bene per questa squadra».

Secondo te il mister che formazione schiererà domani?
«Ho la sensazione che davanti possa riproporre Samardzic, Scamacca e Zalewski. Restano da valutare le condizioni di Ederson e dietro non è semplice scegliere: Scalvini mi sembra in un ottimo momento, Ahanor non è nella sua fase migliore della stagione, mentre Kolasinac mi sembra imprescindibile. Lo stesso vale per Hien: quando è entrato a Dortmund, con le sue marcature ha messo in difficoltà le punte avversarie».

Quanto incidono le assenze di Raspadori e De Ketelaere?
«Sicuramente De Ketelaere è uno che salta l’uomo, però quest’anno la rosa è costruita in modo tale da poter sopperire alle assenze. Le alternative offensive non mancano. Con il Napoli, ad esempio, nel primo tempo Sulemana non aveva fatto male. Chiaro che con De Ketelaere e Raspadori sarebbe potuta essere un’altra partita. In attacco però abbiamo Scamacca e Krstovic: non sono due qualunque. E credo che il Borussia, comunque, un certo timore reverenziale nei confronti dell’Atalanta lo abbia».

Sull’incidente diplomatico legato alla questione di Samuele Inacio, che idea ti sei fatto?
«L’Atalanta è una società che raramente prende posizioni pubbliche così nette. È sempre stata di basso profilo, molto attenta ai protocolli. Il fatto che abbia fatto saltare il pranzo ufficiale e che Luca Percassi abbia voluto spiegarne pubblicamente il motivo è significativo. Conoscendo l’Atalanta, credo che abbiano tentato negli anni fino all’ultimo una soluzione amichevole, senza riuscirci. Nel Borussia ci sono anche altri giovani italiani. Credo che Percassi abbia rappresentato non solo l’Atalanta ma anche, idealmente, tutte le società italiane che lavorano sui giovani. Spesso si dice che non emergono talenti italiani, ma con l’Atalanta questo discorso non regge: Bernasconi, Carnesecchi, Scalvini sono titolari. Chi merita gioca. Scalvini è arrivato in prima squadra a 17 anni. Se Palestra fosse qui, giocherebbe titolare. Quello che ha fatto il Club tedesco ha prima stupito, poi irritato e infine fatto reagire una società che di solito non polemizza mai con nessuno. Se l’Atalanta è arrivata a esporsi così, significa che la questione era davvero grave».

GLI OBIETTIVI STAGIONALI

Prima dicevi che nessuno si aspetta che l’Atalanta vinca la Champions. Cosa ci si aspetta invece?
«Credo che ci si aspetti continuità, crescita. L’Europa League è stato un miracolo sportivo, mentre la Coppa Italia è un obiettivo storico. L’Atalanta l’ha sfiorata tante volte, con tre finali negli ultimi dieci anni. È normale aspettarsi che prima o poi possa vincerla. E se in una stagione di transizione arrivasse una Coppa Italia, sarebbe un traguardo enorme. Ci vorrebbe una stilizzazione di Palladino in Curva Nord come quella di Gasperini (ride, ndr)».

E per quel che riguarda il campionato?
«Si dice che l’Atalanta sia rientrata nella corsa Champions, ma cinque punti dalla Roma non sono pochi. Molto dipenderà dagli scontri diretti, da Roma-Juventus in particolare. Per com’era iniziata la stagione, personalmente firmerei per un posto in Europa League. È una competizione che l’Atalanta sa giocare e che può provare a vincere ancora. Certo, se arrivasse la Champions sarebbe straordinario dal punto di vista del prestigio. A livello personale, invece, mi piacerebbe passare il turno con il Borussia per regalare ai tifosi una trasferta a Londra contro l’Arsenal. Sarebbe qualcosa di spaziale vedere gli atalantini nella capitale inglese».

Attraverso racconti, volti e frammenti di vita quotidiana, «Solo Atalanta. 90’. Tante vite» restituisce l’immagine di una squadra che è cresciuta insieme alla sua città. Dalle sofferenze di provincia alle notti europee, dalla Curva ai bar storici, dalle figure celebri a quelle silenziose dietro le quinte, il libro di Riscassi e Nikpalj mostra come l’Atalanta di oggi sia il frutto di decenni di sacrifici, passione e appartenenza. Non una semplice cronaca sportiva, ma un racconto umano che spiega perché, a Bergamo, l’Atalanta non si tifa soltanto, ma si vive.

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Sezione: Primo Piano / Data: Mer 25 febbraio 2026 alle 01:01
Autore: Claudia Esposito
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