La pesantissima debacle dell'Atalanta contro l'extraterrestre Bayern Monaco non è soltanto l'amaro epilogo di una qualificazione fatalmente compromessa, ma la spietata fotografia di un intero movimento calcistico giunto al capolinea. Il sei a uno incassato sul prato amico certifica l'impossibilità di compiere un miracolo all'Allianz Arena, ma soprattutto suona come l'ennesimo e assordante campanello d'allarme per un calcio italiano sempre più incapace di rinnovarsi.
LA CRUDA REALTÀ E IL DIVARIO - Pretendere di ribaltare il passivo in terra di Germania rasenta la pura utopia sportiva, e in fondo l'esito della sfida tra la settima forza del nostro campionato e la capolista assoluta della Bundesliga rispetta spietatamente i distanti valori in campo. Tuttavia, puntare il dito esclusivamente sull'uscita di scena della formazione orobica significherebbe guardare il dito e ignorare la luna. Il vero dramma sportivo si consuma infatti osservando il quadro generale degli ultimi due anni, un biennio che ha visto sparire clamorosamente dai radar degli ottavi di finale piazze storiche e ambiziose come Juventus, Milan, Napoli e Bologna. Se gli emiliani hanno pagato a caro prezzo l'inevitabile scotto del noviziato alla prima apparizione, fa rumore il tonfo dei partenopei, inabissatisi addirittura nella fase a gironi.
IL PARADOSSO DEGLI SPRECHI E L'ILLUSIONE - L'unica flebile fiammella tricolore a varcare la soglia della seconda fase è stata l'Inter, spintasi fino all'atto conclusivo a Monaco di Baviera prima di sgretolarsi inopinatamente per cinque a zero sotto i colpi del Paris Saint Germain. Un'illusione ottica che non cancella l'anomalia di fondo: la Serie A vanta la medaglia d'argento su scala globale per volume di investimenti, spese sfrenate e monte ingaggi, eppure si scioglie come neve al sole non appena varca i confini nazionali. Una voragine economica che non produce alcun reale dividendo sportivo sul palcoscenico che conta.
IL CIMITERO DEI TALENTI E LE ECCEZIONI OROBICHE - La radice del male risiede in una totale aridità formativa. Il nostro sistema non sforna più "prodotti" di alto livello e non ha il coraggio di lanciarli. I profili dei vari Carnesecchi, Scalvini e Bernasconi rappresentano meravigliose e isolate oasi nel deserto, eccezioni virtuose se paragonate alle fucine inesauribili di Spagna e Francia. Nazioni come la Germania, pur con le proprie difficoltà interne, costruiscono dal basso e promuovono sistematicamente il talento in prima squadra, come insegnano i modelli del Bayern Monaco o del Borussia Dortmund, mentre la potenza economica inglese spazza via la concorrenza a suon di milioni.
Da noi, al contrario, resiste la vetusta convinzione che un ragazzo di ventitré anni sia ancora un acerbo prospetto a cui far compiere interminabili "percorsi" e gavette. E così, cullandosi nella sterile retorica dell'attesa, l'Italia continua a schierare le formazioni con l'età media più alta d'Europa, condannandosi a un inesorabile, malinconico e puntuale addio anticipato al calcio che conta.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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