Quando Atalanta e Juventus si affrontano, per Alessio Tacchinardi non è mai una partita come le altre. È il confronto tra le due squadre che hanno segnato la sua carriera – e, in fondo, anche la sua vita: l’Atalanta, dove è cresciuto da ragazzino ed è arrivato all’esordio in Serie A a 17 anni; la Juventus, con cui dal 1994 al 2005 ha disputato 404 partite e segnato 14 gol, diventando uno degli juventini più vincenti di sempre ed entrando tra i primi 50 della Hall of Fame bianconera. Per l’ex centrocampista della Nazionale, oggi opinionista Mediaset dopo alcune esperienze da allenatore, questa sfida non vale solo tre punti: è un tuffo nei ricordi, nei sacrifici e nei traguardi di una carriera ad altissimo livello.
Atalanta–Juve: che emozione ti suscita oggi?
«Per me sarà sempre una partita speciale - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Ho avuto la fortuna di giocare per due società fantastiche, che si somigliano per nobiltà, sacrificio e dedizione quotidiana di tutti i collaboratori. Rappresenta la mia carriera: da quando, a 11 anni, sono arrivato all’Atalanta a quando, a 32, ho lasciato la Juve. Emozioni forti e importanti. Non smetterò mai di ringraziarle: l’Atalanta mi ha fatto diventare un ometto, la Juve mi ha fatto crescere come uomo, diventando un calciatore affermato che ha vinto tutto».
Il ricordo più bello degli anni a Zingonia?
«L’umiltà, la dedizione, il sacrificio di chi lavorava a Zingonia. Mi ha sempre colpito lo spirito lavoratore della gente di Bergamo, la voglia di crescere e migliorarsi. Ho avuto la fortuna di giocare con grandi compagni e grandi presidenti: già allora c’era Antonio Percassi. Con l’Atalanta sono cresciuto anche mentalmente: ho vinto Allievi Nazionali, Primavera e Viareggio. L’Atalanta ha accentuato la mia voglia di vincere».
La persona che associ di più alla tua Atalanta?
«Mino Favini. Lo porto – e lo porterò – sempre nel cuore. Mi ha insegnato il rispetto per l’avversario e anche a saper perdere, lasciando però tutto sul campo. L’Atalanta è stata una scuola di vita fondamentale».
A 15 anni racconti di esserti quasi disinnamorato del calcio. Che messaggio dai ai ragazzi dei vivai?
«Non avevo perso la voglia, ma non sentivo fiducia e non mi trovavo con un allenatore. Con l’arrivo di Prandelli è cambiato tutto: mi ha dato la fascia di capitano e mi ha fatto sentire importante. Il messaggio è non mollare mai. Ci saranno momenti durissimi, ma bisogna stare sul pezzo. Servono bravura, costanza, sacrifici, e anche un pizzico di fortuna nel trovare gli allenatori giusti: a Bergamo ce ne sono tanti. Passione, volontà e desiderio di migliorarsi ogni giorno sono imprescindibili».
Esordio in Serie A a 17 anni: che pressione sentivi?
«Fu un momento particolare. Si era infortunato un compagno e Lippi mi disse con serenità che avrei giocato. Emozione fortissima. Il pubblico mi aiutò subito. Per un giovane è fondamentale la personalità: io riuscii a giocare con personalità e serenità. Condividevo la stanza con Alemao, che mi aiutò molto. Vincemmo 2-1 con l’Ancona, con gol di Montero all’incrocio: apoteosi. Grande responsabilità, ma mi piaceva gestire le pressioni già da ragazzino».
Da giovane promessa a un’Atalanta oggi vista come traguardo: cosa racconta questo cambiamento del Club?
«Che l’Atalanta è un esempio da seguire. È cresciuta anno dopo anno. Con un presidente “affamato” come Percassi – che già nel ’94 mi premiò al Viareggio – costruisci qualcosa di importante. Ha creato qualcosa di spettacolare. L’Atalanta non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza per cercare sempre di più. Mi sento fortunato di aver fatto parte di questa famiglia».
In bianconero sei tra i più vincenti e nella Hall of Fame: l’hai dedicato a tuo padre. È stato il tuo primo tifoso?
«Ero juventino e da piccolo andavo allo stadio a vedere la Juve. Mio padre mi accompagnava e mi aiutava anche economicamente: era impegnativo. Volevo diventare come Platini. Entrare tra i primi 50 della Hall of Fame è un orgoglio enorme e lo dedico a lui, per i sacrifici che ha fatto per me».
Hai definito l’Atalanta una “piccola Juve”. In che senso?
«La Juve è un club mondiale, blasonato e vincente. Ma le similitudini ci sono: sacrificio, volontà, perseveranza, pedalare senza fare i fenomeni. Valori comuni che fanno la differenza».
Che impressione ti ha fatto l’Atalanta finora?
«In estate, in amichevole con la Juve, era ancora un cantiere aperto. Oggi è tosta e difficile da battere, sta crescendo partita dopo partita e continuerà a farlo: dietro c’è una società solida e un gruppo importante. Gli ultimi giorni di mercato hanno completato la rosa: è tornata forte e, per me, farà un altro grande campionato».
È vero che potevi tornare a Zingonia come allenatore del vivaio?
«Anni fa c’era stata un’idea, poi non se n’è fatto nulla. Oggi sono opinionista a Mediaset e sono felice: guardo tutto, in particolare la Juve, e ho modo di confrontarmi con tanti allenatori».
Juventus–Atalanta: che partita ti aspetti?
«Dura per entrambe. La Juve è in un momento positivo: si è fermata a Verona, ma ha fatto 10 punti in 4 gare. L’Atalanta era partita male – anche per il caso Lookman – ma il mercato finale è stato efficace e la squadra si è rinforzata. È più solida e i risultati si vedono: è risalita in fretta, con i tre punti si scala subito la classifica. Mi aspetto una gara intensa e fisica: giocano un calcio simile, ci saranno tanti duelli. Farà la differenza chi ne vincerà di più».
In ogni Juventus–Atalanta si riflette la storia di un calciatore vincente che ha saputo vivere il calcio con passione, umiltà e spirito di sacrificio. Alessio Tacchinardi guarda oggi questa partita con il cuore diviso e la gratitudine di chi ha dato tutto per entrambe le maglie. Dall’entusiasmo dei primi allenamenti a Zingonia alla gloria con la Juventus, la sua carriera resta un esempio per i giovani che sognano di emergere e un omaggio a due club che, in modi diversi, lo hanno reso ciò che è: calciatore e uomo.
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