Alexandre Dumas fece tornare i suoi moschettieri vent'anni dopo, e il bello di quel romanzo è che nessuno dei quattro era più lo stesso ma tutti erano riconoscibili. Franck Kessie ci ha messo la metà: dieci anni fra il primo gol con l'Atalanta, quando a Bergamo si parlava dell'alba di Gian Piero Gasperini, e lo scavetto del 4' di lunedì sera alla New Balance Arena, quando si parla invece del primo ciclo di Maurizio Sarri. Nel mezzo, un giocatore cambiato in tutto e riconoscibile in ogni gesto. Ecco perché, tra le tante cose dette dopo il 3-1 al Venezia, quel gol merita un pezzo a sé.

Partiamo dal dato notarile. L'ultima rete di Kessie in Serie A portava la data del 22 maggio 2022 a Reggio Emilia, la sera in cui il Milan si cucì addosso il diciannovesimo scudetto e l'ivoriano, perno di quel centrocampo, firmò il terzo gol. Da lì a lunedì sono passati 4 anni e 143 giorni: un anno così così a Barcellona, una bocciatura rapida, tre stagioni di esilio dorato all'Al-Ahli. Il tipo di curriculum che in estate fa storcere il naso agli scettici, e non dico che avessero torto. L'Arabia non è un campionato in cui si torna da una guerra, è un posto in cui si rischia di dimenticare che la guerra esiste.

Il campo ha risposto in fretta. Contro il Venezia è stata la terza partita consecutiva da titolare, la migliore dopo due uscite in chiaroscuro con Cagliari e Juventus, e il passaggio al 4-2-3-1 lo ha aiutato: accanto a Éderson, in una mediana a due muscolare e senza regista puro, Kessie ha ritrovato l'habitat del Milan di Pioli, quello in cui recupera un pallone in anticipo e lo trasforma in un'idea. Il gol nasce esattamente così: anticipo, imbucata di Nikola Krstović, cucchiaio sul portiere in uscita. Poi l'esultanza da presidente, che a Bergamo non avevano mai visto dal vivo e che lo stadio ha accolto come si accoglie una vecchia canzone cantata da un vecchio amico. Stiamo parlando di psicologia, non di tattica: un gol fatto così, dopo un digiuno così, vale più di un gol.

Sarri in conferenza ha detto la cosa che mi ha colpito di più, e non riguarda il tiro. Riguarda il ragazzo: umile e insieme di grande personalità, una combinazione che lui stesso ha definito rara e che in uno spogliatoio ancora in cerca di una gerarchia dopo la rivoluzione estiva vale come una fideiussione. L'ha visto chiunque fosse allo stadio: Kessie che va a prendersi il compagno dopo un pallone recuperato, che applaude una diagonale, che ai microfoni parla prima di Krstović e poi di sé. Il presidente, insomma, governa. E quando gli hanno chiesto di San Siro, dove tornerà fra una settimana da ex di una parte e nemico dell'altra, ha risposto con quattro parole che nessun ufficio stampa avrebbe scritto meglio: il presidente è sempre pronto.

Curiosità: anche la Juventus, che lo aveva avuto per un attimo nel mirino prima di questa estate, lunedì ha guardato Bergamo con un certo interesse. Ma torniamo all'Atalanta, perché il cerchio che Kessie chiude non è soltanto suo. Dieci anni fa era il simbolo di una squadra che stava per scoprire di poter diventare grande; oggi è il simbolo di una squadra che deve scoprire chi è, dopo averlo saputo per un decennio. Sarri chiede coraggio per allungare i trenta minuti buoni fino a sessanta, e per farlo ha bisogno di qualcuno che tenga la squadra sul filo quando la corrente cala. Lunedì, nell'ora di sofferenza seguita alla mezz'ora di dominio, quel qualcuno è stato spesso lui.

Avevo creduto, in estate, che un trentenne di ritorno dall'Arabia fosse una scommessa più sentimentale che tecnica? Sì, e per ora i fatti mi stanno dando torto. Dumas fece tornare d'Artagnan perché la Francia aveva ancora bisogno di lui. Bergamo, a quanto pare, aveva ancora bisogno del suo presidente.

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Sezione: Esclusive TA / Data: Mer 30 settembre 2026 alle 20:00
Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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