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Presentato dal direttore sportivo Cristiano Giuntoli, Thomas Kristensen ha affrontato il suo primo incontro con la stampa bergamasca da calciatore dell'Atalanta. Il difensore danese, arrivato dall'Udinese per completare il reparto arretrato ridisegnato per la linea a quattro, ha scelto in larga parte l'inglese per spiegarsi con precisione, raccontando le ragioni della scelta, il passaggio dalla difesa a tre a quella a quattro, il peso dell'eredità lasciata da Berat Djimsiti e le ambizioni personali e collettive in una stagione che si apre subito con l'Europa. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com

Thomas, perché ha scelto l'Atalanta e come si è trovato in questi giorni con la nuova difesa?
«Ho scelto l'Atalanta perché la conosco molto bene, anche dal campionato: è un club enorme, con grandi ambizioni. È un club che ha dimostrato di potersela giocare in Europa e anche contro le squadre più forti del mondo, portando via grandi risultati. Ho subito pensato fosse il passo giusto per me in questo momento, un posto molto attraente in cui venire per fare un ulteriore, grande sviluppo della mia carriera. Per quanto riguarda il ruolo, passo da una linea a cinque a una a quattro, ma ho sempre desiderato tornare a giocare a quattro: ho iniziato la mia carriera così e ho giocato con la difesa a quattro anche nell'Under 21 danese. I principi, poi, sono molto simili a quelli della difesa a tre. Non vedo l'ora di conoscere questo nuovo sistema».

Giovedì c'è già l'andata del playoff di Conference League: che ambizioni ha la squadra e che ambizioni ha lei in Europa?
«Le ambizioni sono mie, ma soprattutto sono del club: fare il meglio possibile in tutte e tre le competizioni. E si parte già da giovedì, con la prima gara europea, che dobbiamo affrontare nel migliore dei modi. Non ho dubbi su questo».

In pochi anni è passato da una valutazione di circa 5 milioni a oltre 20: che effetto le fa questo salto e in cosa può ancora migliorare?
«Si tratta di uno sviluppo importante, e ringrazio l'Udinese, che mi ha dato l'opportunità di crescere sia come giocatore sia dal punto di vista del valore: ci sono riuscito e questo mi ha portato qui. Non voglio focalizzarmi troppo sul mio prezzo. Sono venuto qui per fare un altro passo anche a livello individuale: voglio migliorare me stesso e migliorare il club, poi magari il valore crescerà di nuovo, ma non sono io a doverci mettere una cifra».

Come si è trovato in questi primi giorni con i nuovi compagni e che stagione si aspetta?
«Sono stati giorni molto impegnativi, ma è normale quando arrivi in un posto nuovo: ci sono tante persone da conoscere. L'accoglienza che ho ricevuto qui, dalla famiglia Percassi a Cristiano e a tutte le altre persone che hanno avuto un ruolo nel mio arrivo, è stata straordinaria. Mi sento già molto bene, e i ragazzi nello spogliatoio non avrebbero potuto fare di meglio per farmi sentire subito che questo è un posto dove mi piacerebbe restare. L'obiettivo stagionale, per me, è conoscere il prima possibile il modo in cui vogliamo giocare, prendermi delle responsabilità, dare alla squadra quello che porto con me e poi fare la miglior stagione possibile insieme».

I tifosi ricordano bene il suo gol dello scorso anno: vista la sua statura, pensa di poter dare una mano anche sui calci piazzati?
«È sicuramente un obiettivo per la squadra. Mi considero forte sui calci piazzati e voglio assolutamente portare questa qualità al gruppo, con qualche gol qua e là».

All'Atalanta si dice che prima si cresce come uomini e poi come calciatori: quanto pensa di poter crescere anche sul piano umano, magari fino a diventare un leader?
«Credo che questo sia un posto eccezionale per crescere sia come calciatore sia come persona. Sono entusiasta e non vedo l'ora di fare i prossimi passi in entrambe le direzioni. Sono curioso di vedere cosa mi offrirà questo posto, perché sono sicuro che sia esattamente il luogo in cui queste due cose sono possibili».

A Udine ha condiviso una stagione complicata con Lazar Samardžić: ha avuto un ruolo nel suo passaggio all'Atalanta?
«Conosco Lazar dal mio primo anno insieme a lui. Già allora sapevo, e tutti abbiamo visto, la qualità che ha: è un giocatore speciale. Per me è un piacere averlo seguito qui, in un grande club come questo, per fare belle cose insieme. E sì, ci siamo sentiti: mi ha parlato molto, molto bene di questo posto».

Perché ha scelto il numero 31 e ha un modello a cui si ispira nel suo ruolo?
«Il numero è quello di mio fratello, che è anche lui un calciatore e gioca nella seconda divisione danese: non c'è molto altro, è un numero di famiglia, lo indossiamo entrambi. Sull'idolo, invece, non direi di averne uno specifico: da giovane giocavo a centrocampo e il mio grande idolo era Yaya Touré, poi anche Kompany era una stella ai miei occhi. E van Dijk, chiaramente, è un grandissimo giocatore nel mio ruolo. Ma un modello preciso non ce l'ho».

Da avversario ha affrontato sia l'Atalanta sia le squadre di Sarri: cosa la colpiva di più?
«Venire a giocare a Bergamo significa percepire un'atmosfera straordinaria allo stadio: senti che è un grande club con grandi ambizioni e sai che devi fare molto bene per portare via un risultato da quella partita. Contro Sarri, invece, ti confronti con una squadra molto, molto organizzata, con giocatori che sembrano sapere esattamente cosa vogliono e cosa devono fare, esattamente quello che lui ha insegnato loro».

Oggi l'Atalanta ha salutato ufficialmente Djimsiti, che qui ha alzato una coppa: che sfida è raccoglierne l'eredità?
«È chiaramente un grande vuoto da riempire, perché è stato un giocatore enorme nella storia di questo club e lo rispetto moltissimo. Quello che voglio dire è che non sono venuto qui per rimpiazzarlo: sono venuto per aggiungere le mie qualità alla squadra. Con tutto il rispetto per lui, avere la stessa influenza che ha avuto sul club sarebbe un grandissimo traguardo per me».

Cosa l'ha convinta di più a scegliere l'Atalanta?
«Prima di tutto il fatto che sia un grande club. In secondo luogo il progetto: mi hanno presentato un progetto con grandi ambizioni nel quale mi sono riconosciuto. E poi, chiaramente, il tecnico: un allenatore internazionale, conosciuto per il suo modo di far migliorare i difensori. Per me tutto questo è stato molto attraente, ed è la ragione per cui ho scelto l'Atalanta».

Dopo tre anni in Italia torna a giocare in Europa, e proprio in Conference, competizione che aveva già assaggiato a inizio carriera.
«Sì, ho giocato qualche partita di Conference League in agosto quando ho iniziato la mia carriera. Per il resto conosco bene la Serie A e la Coppa Italia, dopo tre anni di fila. Adesso ho fame di Europa e qui la trovo: non vedo l'ora di fare bene in Europa, ma anche in campionato e in coppa».

In Italia si dice "altezza mezza bellezza": la sua statura è stata più un vantaggio o un ostacolo nel suo percorso?
«Mi ha dato soltanto cose belle. È chiaro che, quando sei così alto, devi fare attenzione che la mobilità stia al passo, altrimenti diventa difficile contro giocatori più piccoli. Ma per me ha rappresentato solo vantaggi».

L'Atalanta ha un'ottima tradizione con i giocatori scandinavi, danesi compresi: ha inciso anche questo nella sua scelta?
«Sì, conoscevo la storia di questo club con gli scandinavi: tanti sono passati da qui, e anche diversi danesi. Højlund è un caro amico e ho parlato con lui anche di questo trasferimento: me ne ha parlato benissimo, mi ha detto che sarebbe stato un posto fantastico dove andare per crescere ancora di più».

Misurato nei toni, chiarissimo nelle intenzioni: Kristensen si presenta senza proclami, rivendicando la voglia di aggiungere e non di sostituire, e affidandosi a un allenatore che sa come far crescere i difensori. Ora la teoria lascia il posto al campo, con l'Europa alle porte e una difesa tutta da costruire dopo le indicazioni raccolte nell'ultimo test estivo.

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© foto di atalanta.it
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Sezione: Interviste / Data: Mar 18 agosto 2026 alle 05:30 / Fonte: nostra inviata Claudia Esposito
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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