Il presidente della Figc Gabriele Gravina si trova di fronte al momento più buio e delicato del suo intero mandato. «Non c'è nessuna norma che lo preveda», aveva dichiarato con estrema fermezza lo scorso 24 novembre, quando la Nazionale era ormai consapevole di doversi giocare le proprie carte iridate passando dalle forche caudine dei playoff. Un'anticipazione inequivocabile del suo pensiero: non si sarebbe dimesso, nemmeno in caso di mancata qualificazione per la terza volta consecutiva. Adesso che l'asteroide è tragicamente atterrato sul prato di Zenica, c'è da capire se il numero uno del calcio italiano confermerà quella linea di resistenza o se, in un atto forse sorprendente ma doveroso, deciderà di farsi da parte.

IL PRIMO PRESIDENTE SENZA DUE MONDIALI - Il dato statistico - scrive Tuttomercatoweb.com - è drammatico e si somma inesorabilmente alla scottante delusione per gli ultimi Europei. Anche dopo il fallimento della spedizione guidata da Luciano Spalletti, Gravina aveva sgombrato il campo dall'ipotesi di dimissioni, resistendo al timone anche quando l'Italia aveva seriamente compromesso le sue speranze di qualificazione diretta con il tracollo di Oslo. Un "Azzurro tenebra" affrontato con una certezza inossidabile, consacrata dal plebiscito che a inizio 2025 lo ha confermato al vertice federale per il terzo mandato consecutivo.

APPOGGIO SOLIDISSIMO O CASTELLO DI CARTA? - Subito dopo la rassegna continentale, in verità, il presidente aveva seriamente accarezzato la possibilità di dimettersi. Un'idea poi scartata, forse rinvigorito dal fuoco incrociato di chi aveva tirato in ballo vicende extracampo. A livello elettorale, la sua figura rappresenta un autentico fortino: è stato rieletto con una percentuale di consensi bulgara del 98%, una forza politica mai registrata prima nella storia della Figc. Tuttavia, è un appoggio che rischia di sgretolarsi in un attimo, incapace di rimanere intangibile di fronte a una Nazione che passerà oltre vent'anni senza partecipare alla massima competizione calcistica.

IL NODO GATTUSO-BUFFON E IL PESO DELLA STORIA - La transizione tecnica, con il progressivo peso assunto da Gianluigi Buffon in via Allegri e la scelta condivisa di affidare la panchina a Gennaro Gattuso, non può rappresentare un alibi sufficiente. L'eventuale addio dei due campioni del mondo del 2006, infatti, difficilmente potrebbe bastare a placare la furia della piazza: non possono e non devono essere loro gli unici a pagare. Esiste anche una questione di forma e di responsabilità istituzionale: in passato, di fronte a macerie di questa portata, l'addio era considerato un atto dovuto. Lo ha fatto Carlo Tavecchio alla prima mancata qualificazione, lo ha fatto Giancarlo Abete dopo un Mondiale sudafricano deludente. Oggi si è scesi decisamente più in basso, e l'indifferenza non sembra una strada eticamente percorribile.

I VENTI CONTRARI E LO SCONTRO POLITICO - Oltre al malcontento popolare, c'è un agguerrito fronte politico pronto a presentare il conto. I rapporti istituzionali con il ministro per lo Sport Andrea Abodi sono notoriamente gelidi da tempo. Nonostante le attuali complessità dell'esecutivo, molti addetti ai lavori sono convinti che la politica non aspettasse altro per allungare definitivamente le mani sulla gestione del nostro calcio, o quantomeno per agevolare un rapido e netto avvicendamento al vertice. E persino tra i grandi elettori di Gravina, c'è chi inizia a scaldare i motori per prenderne il posto. Se le dimissioni non dovessero arrivare a stretto giro di posta, reggere la tempesta perfetta potrebbe rivelarsi un'impresa titanica e logorante. Forse, per il bene del movimento, è davvero giunto il momento di anticipare l'inevitabile.

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Sezione: Italia / Data: Mer 01 aprile 2026 alle 00:01
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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