Ci siamo abituati al buio. È questa la constatazione più agghiacciante della notte di Zenica. Non c'è più la disperazione rabbiosa del 2017 contro la Svezia, né l'incredulità apocalittica di Palermo contro la Macedonia del Nord. Oggi, di fronte alla terza esclusione consecutiva da un Mondiale, proviamo solo una stanca e rassegnata assuefazione. Il calcio italiano è diventato come quel parente nobile caduto in rovina, che si presenta alle cene di famiglia sventolando un blasone sbiadito mentre indossa un abito rammendato. Gennaro Gattuso si è presentato ai microfoni della Rai con gli occhi lucidi e la voce rotta, ci ha messo la faccia da vero condottiero, ma le sue parole suonano come l'ennesima marcia funebre del nostro movimento.
IL PARADOSSO DEL SOLLETICO E LA FERRARI IN TANGENZIALE - «Siamo rimasti in 10, abbiamo avuto tre palle gol e loro ci facevano il solletico», ha tuonato un amaro e orgoglioso Gattuso. E qui risiede il dramma perfetto della nostra Nazionale. Il calcio, signori, è esattamente come il traffico sul Grande Raccordo Anulare alle otto di lunedì mattina: puoi anche guidare una fuoriserie da centinaia di milioni di euro (il nostro blasone, il valore teorico della nostra rosa), ma se ti si buca una gomma — leggi: l'espulsione ingenua di Bastoni — il tizio con la vecchia utilitaria scassata ti passa accanto, ti saluta e arriva a destinazione prima di te. La Bosnia, numero 66 del Ranking FIFA, un Paese con un Prodotto Interno Lordo calcistico che equivale forse al budget di una nostra squadra in lotta per non retrocedere, ha semplicemente fatto il suo dovere. Ha aspettato il nostro errore, ha tenuto botta e ci ha punito alla roulette dei rigori. I milioni di euro dei diritti tv non calciano dal dischetto quando il pallone scotta, e ieri sera lo abbiamo visto fin troppo bene.
LE SCUSE NON BASTANO PIÙ A UN MOVIMENTO IN COMA - Rino ha chiesto scusa all'Italia intera. Ha parlato di «mazzata difficile da digerire» e di un verdetto «ingiusto» per il cuore gettato oltre l'ostacolo dai suoi ragazzi. Ma la verità è che l'ingiustizia non abita qui. Ingiusto è continuare a pensare che basti il cuore per colmare voragini strutturali impressionanti. Non andiamo al Mondiale dal 2014. Un bambino nato durante la spedizione brasiliana oggi va alle scuole medie e non ha mai visto l'Italia giocare una partita nella rassegna iridata. È un buco generazionale devastante. Ci culliamo sul nostro campionato, ci esaltiamo per i derby, ma poi usciamo dai confini nazionali e ci scopriamo fragili, incapaci di gestire la pressione, spuntati davanti alla porta avversaria.
SCAVARE NEL FANGO PER RITROVARE LA LUCE - Alla domanda sul suo futuro, il CT ha glissato: «Oggi parlare del mio futuro non è importante». Ha ragione, le sorti di una panchina sono l'ultimo dei nostri problemi. Ora il problema è rifondare da zero un sistema che è clinicamente morto. Serve strappare le erbacce, smettere di vivere di ricordi e ricominciare a coltivare i talenti nei campetti di periferia, insegnando loro a calciare i rigori prima ancora di insegnargli le diagonali difensive. Toccare il fondo tre volte di fila significa che ora, sotto di noi, c'è solo il nucleo terrestre. Da domani si riparte con la vanga in mano. La storia ci insegna che dalle più grandi tragedie sportive sappiamo risorgere con colpi di coda inaspettati. Dobbiamo aggrapparci a questo, alla nostra folle e irrazionale capacità di ricostruire sulle macerie. Perché, alla fine dei conti, «fall seven times, stand up eight».
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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