Ci sono date che si incidono a fuoco nella memoria collettiva, come cicatrici che la pioggia non lava via. Svezia, Macedonia del Nord e, da oggi, la tragica notte di Zenica. Sono passati 4298 giorni da quel morso di Suarez e dal colpo di testa di Godin a Natal. Sembrava il punto più basso della nostra storia calcistica, un incidente di percorso figlio del clima torrido brasiliano. Invece era solo l'antipasto di un incubo senza fine. Svegliateci, dateci uno schiaffo, perché mancare per la terza volta consecutiva la qualificazione alla massima rassegna iridata, per di più nell'era dell'allargamento a 48 squadre, è come avere in tasca un biglietto vincente della lotteria e vederlo volare via in un tombino a causa di una folata di vento.

I MILIONI NON CALCIANO I RIGORI - Guardiamo in faccia la realtà e snoccioliamo qualche numero, giusto per farci un po' più male. La Bosnia ed Erzegovina occupa la posizione numero 66 del Ranking FIFA. Il divario economico, strutturale e tecnico tra il nostro movimento e il loro è paragonabile alla differenza che passa tra cenare in un ristorante stellato e accontentarsi di un tramezzino stantio all'autogrill. Eppure, il rettangolo verde se ne infischia dei fatturati e dei diritti televisivi. Quando l'arbitro fischia, il pallone pesa come piombo per tutti. L'illusione ci è stata servita su un piatto d'argento dal sanguinoso errore in disimpegno di Vasilj, trasformato in oro dal sesto sigillo dell'era Gattuso a firma Kean con una conclusione di prima intenzione. Ma anziché azzannare la preda, ci siamo ritirati nel nostro guscio. L'espulsione di Bastoni al quarantaduesimo minuto è stata la ruota bucata sulla corsia di sorpasso: un ingenuo fallo da ultimo uomo che ha costretto l'intera squadra a indossare un pesantissimo cappotto invernale in piena estate, soffocando sotto il palleggio asfissiante degli esterni bosniaci per tutto il secondo tempo.

LA TRINCEA SGRETOLATA E LA ROULETTE RUSSA - La ripresa è stata un autentico supplizio tattico. Un 3-5-1 votato alla pura sopravvivenza, un fortino assediato in cui gli azzurri hanno capitalizzato malissimo tre ripartenze e in cui persino i due miracoli in serie di Donnarumma non sono bastati a evitare l'inevitabile. Il pareggio di Tabakovic al settantanovesimo era nell'aria, una sentenza annunciata dal controllo totale del gioco da parte della squadra di Barbarez. E poi i rigori, la crudele roulette russa in cui le gambe tremano e la porta si rimpicciolisce vertiginosamente. Gli errori dagli undici metri di Esposito e Cristante sono la fotografia della nostra totale impotenza psicologica. Oggi, però, prendersela con i singoli sarebbe un esercizio di vile miopia. Il vero male è la cronica assenza di lucidità e gestione nei momenti di apnea.

DAL SOTTOSUOLO PER RIVEDERE LE STELLE - E adesso? Adesso siamo letteralmente sottoterra, ai margini di un impero calcistico che non ci appartiene più. Inutile stasera parlare di 2030, di riscatti imminenti o di fantomatici progetti a lungo termine. La cruda verità è che il nostro sistema deve fermarsi, guardarsi allo specchio e accettare la condizione di tabula rasa. Ma è proprio nel buio più totale, quando si tocca il fondo raschiando il fango con le unghie, che deve scattare l'istinto primordiale di sopravvivenza. Non abbiamo alternative: dobbiamo usare questa ennesima umiliazione sportiva non come una lapide definitiva, ma come la prima, solida e umile fondamenta per ricostruire un palazzo crollato sotto il peso della sua stessa presunzione. Perché, per citare un vecchio adagio che sa di speranza disperata, «the night is darkest just before the dawn». La notte è più buia subito prima dell'alba. E la nostra, di alba, dovrà pur tornare a splendere.

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Sezione: Primo Piano / Data: Mer 01 aprile 2026 alle 00:31
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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