La metamorfosi in negativo del Milan sfiora i confini dell'incredibile. La corazzata compatta ammirata fino allo scorso dicembre, capace di tallonare la vetta della classifica a un solo punto di distanza, si è letteralmente sgretolata all'alba del girone di ritorno, trasformandosi in una compagine spenta e irriconoscibile. Un tracollo che interessa da vicinissimo la corsa all'Europa dell'Atalanta di Raffaele Palladino, pronta ad approfittare del momento nerissimo di un avversario ormai svuotato, tanto nelle gambe quanto nell'anima, per tentare il colpo grosso a San Siro.
NUMERI DA INCUBO - Le statistiche fotografano impietosamente il disastro sportivo consumatosi dalle parti di Milanello. Soltanto venticinque punti raccolti in sedici uscite nella seconda metà del campionato: un ruolino di marcia deprimente che viaggia a medie da modesta qualificazione in Conference League, e questo nonostante l'assenza di logoranti impegni infrasettimanali. Il baratro si è spalancato definitivamente nell'ultimo mese, con una sola vittoria all'attivo e l'incredibile miseria di un unico gol segnato contro il Verona, restando a secco contro Napoli, Udinese, Juventus e Sassuolo. Un quadro clinico allarmante che ha costretto Massimiliano Allegri a catechizzare duramente il gruppo: «Non buttiamo via quanto di buono abbiamo faticosamente costruito in questi dieci mesi di lavoro», il senso del disperato appello del tecnico, consapevole che per blindare la Champions bisognerà fare punti vitali nell'imminente scontro diretto con i bergamaschi e nelle successive sfide contro Genoa e Cagliari.
IL TRACOLLO PSICOLOGICO - Alla base di questo blackout collettivo c'è un movente squisitamente mentale. Negli spogliatoi del club milanese – come analizza Il Corriere dello Sport – regna l'intima convinzione che la spallata letale alla stagione sia arrivata lo scorso 15 marzo con il pesantissimo ko patito all'Olimpico contro la Lazio. Quella sera, preso atto dell'allungo irrecuperabile dell'Inter in ottica Scudetto, la rosa ha staccato la spina, accontentandosi di gestire il piazzamento utile per l'Europa che conta. Una rassegnazione tossica che nemmeno l'euforia di un derby vinto è riuscita a scalfire, palesando preoccupanti limiti di leadership in un gruppo che pure vanta la presenza di campioni assoluti e navigati come Luka Modric, Adrien Rabiot e il capitano Mike Maignan.
L'ALIBI DEL MERCATO - Oltre alla delicata componente psicologica, la flessione affonda le radici nelle mancate risposte della dirigenza durante la finestra invernale di riparazione. Quando la vetta era lontana una sola lunghezza, l'allenatore auspicava sforzi tangibili per alimentare l'assalto al tricolore: serviva un centrale difensivo di altissimo profilo e un centravanti in grado di garantire gol e caratteristiche diverse rispetto all'ingombrante fisicità di Niclas Fullkrug. Una mossa coraggiosa in stile Roma, che per fare il salto di qualità definitivo si era assicurata a gennaio un pezzo da novanta come Donyell Malen. I rinforzi invocati, invece, sono rimasti un puro miraggio. Senza rotazioni adeguate, il Diavolo si ritrova oggi col fiato corto, aggrappato all'orgoglio per difendere i propri traguardi dall'assalto di una Dea che si presenterà al Meazza, lontana dalla spinta della sua New Balance Arena, col chiaro intento di azzannare la preda ferita.
La supersfida si preannuncia quindi infuocata: da una parte una nobile decaduta alla disperata ricerca del suo orgoglio perduto, dall'altra una compagine orobica pronta a scrivere un'altra pagina di storia senza guardare in faccia a nessuno.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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