Una carriera che somiglia a un film, fatta di cadute e di risalite. A 38 anni Alejandro "Papu" Gómez non ha alcuna voglia di scrivere i titoli di coda: l'ex bandiera dell'Atalanta lavora come un ossesso per rimettersi al passo con il pallone, ha sistemato la caviglia che lo tormentava e, mentre dal Padova arrivano segnali tutt'altro che rassicuranti, manda un messaggio limpido alla sua società: vuole restare.
LA RINASCITA FISICA - Il primo fronte è quello del corpo. A marzo Gómez si è fatto «ripulire» la caviglia dagli osteofiti, stanco di scendere in campo a suon di infiltrazioni: «non ne potevo più di giocare infiltrato», ammette, ricordando un mese e mezzo di terapia conservativa che non gli consentiva nemmeno di correre. Ora macina chilometri all'Isokinetic di Bologna per farsi trovare pronto al 10 luglio. È il secondo intervento dopo quello dei tempi di Siviglia, stavolta sull'altro piede: il dazio, spiega, di chi punta l'uomo e finisce sempre nelle mischie, lì dove i falli fioccano.
I COLPI PIÙ DURI - Le ferite peggiori, però, non sono quelle fisiche: «fanno più male» quelle psicologiche, più profonde e lente a rimarginarsi. La più dolorosa porta il nome della squalifica per doping – nel lungo racconto affidato a La Gazzetta dello Sport –, nata quasi per beffa: lo sciroppo per la tosse del figlio, il controllo a sorpresa il giorno dopo, quasi la sceneggiatura di un film. Un errore che lo ha però reso un uomo migliore, è la sua lettura. Nei primi tempi pensò perfino di smettere: chi gli pronosticava sei mesi, chi un anno, chi il ricorso al Tas. Quando la sentenza definitiva fece crollare tutto, si rifugiava nel padel e provò a iscriversi ai corsi da allenatore o da procuratore. Risposta: «Non puoi, sei sospeso per doping».
GLI AMICI DEL CAMPIONE - In quei mesi ha conosciuto la solitudine. In un ambiente che descrive come un circo fatto di ego e apparenza, quando tutto gira bene ci si ritrova circondati da quelli che lui chiama «gli amici del campione». Poi le luci si spengono e i conti tornano: oggi sa chi gli è rimasto accanto davvero. Lo stesso disincanto lo riversa sui social, dove pure conta cinque milioni di follower: niente più bisogno di riflettori, pubblica soltanto quando ne ha voglia.
IL PERCORSO INTERIORE - La risalita è passata anche dalla testa: sei mesi di colloqui a distanza con un analista argentino, non per sfogarsi ma per raccogliere pochi, concreti consigli da calare nella quotidianità. Accanto, il sostegno della moglie Linda, che studia psicologia e ha seguito un corso di coaching mentale. La vera eredità di tutto questo? Aver imparato a vivere il presente, smettendo di rincorrere i ricordi o di proiettarsi sul domani: «conta chi sono e cosa faccio oggi».
IL FUTURO A PADOVA - Da capitano si è ritrovato leader senza campo, e i segnali raccontano di una società non più certa di puntare su di lui. Il Papu, però, non arretra: «non ho intenzione di andarmene», scandisce, forte di un altro anno di contratto e di una famiglia che in Veneto sta bene. Punta al ritiro precampionato e non si accontenta: «le nove partite con questa maglia non mi bastano».
NESSUN RIMPIANTO - Per ancora qualche settimana potrà fregiarsi del titolo di campione del mondo in carica, e sul prossimo torneo non ha dubbi: l'Argentina di Messi gli appare «più forte di quella che ha vinto in Qatar». Quanto alla sua storia, nessun rammarico per i no a Inter, Milan, Atletico Madrid o ai milioni dell'Al-Hilal: senza la parentesi ucraina del Metalist, ragiona, forse non ci sarebbe stata l'Atalanta. «Si è chiusa una porta e si è aperto un portone», sintetizza, rivendicando oltre trecento gare in Serie A e un pezzetto di storia del calcio italiano.
A tenerlo in piedi, in fondo, è la stessa cosa di sempre: la passione pura per il pallone. Lo confessa senza giri di parole: quando entra in campo e sente l'odore dell'erba, «lì sono ancora felice».
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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