In camera oscura capita di guardare un foglio nella bacinella e vedere una metà dell'immagine già venuta su nitida, con i contorni definiti, mentre l'altra è ancora bianca e lattiginosa. Sai già che fotografia sarà, ma non ce l'hai. L'Atalanta che domenica ha battuto 2-1 il Sassuolo è esattamente quel foglio: Maurizio Sarri ha avuto la sua mezz'ora stampata a dovere e poi un'ora abbondante ancora nel liquido.

La prova sta tutta nel gol del vantaggio, sesto minuto. Davide Zappacosta va sul fondo a destra e crossa, la difesa emiliana respinge male, Gianluca Gaetano intercetta e con un filtrante di prima infila in profondità Giacomo Raspadori, che scarica il sinistro sotto la traversa. Terzino, mezzala, ala: il dialogo che il tecnico chiede da giugno, eseguito come se lo provassero da tre anni. Venerdì avevamo scritto che questa squadra traduceva a mente prima di parlare. Per trenta minuti, domenica, ha parlato.

Poi il liquido ha smesso di lavorare. E qui i numeri sono più eloquenti di qualsiasi impressione: il Sassuolo ha chiuso con 22 conclusioni contro 14 e 8 tiri nello specchio contro 6, pur perdendo in trasferta. Stiamo parlando della fase senza palla, non del palleggio. Sarri lo ha detto meglio di chiunque altro: quando si comincia a difendere bassi e passivi è un problema, e il problema vero è la difficoltà a rialzarsi, a riprendere campo, a ritrovare un baricentro compatibile con l'idea. Non è un dettaglio d'agosto: è il cantiere.

Per la seconda notte consecutiva è stato l'inossidabile Marco Carnesecchi a tenere in piedi la baracca, tre interventi difficili a cavallo della mezz'ora. Sul pareggio non poteva nulla: una spizzata all'indietro di Odilon Kossounou in mezzo all'area si è trasformata nell'assist perfetto per il difensore ospite. Il 2-1 è arrivato invece da un lancio lungo del portiere, e vale la pena riportare la spiegazione del tecnico perché smonta la retorica dell'episodio: la rimessa lunga in posizione corta la provano tutte le settimane, lo sviluppo successivo no. L'errore di testa di un centrale emiliano ha messo Nikola Krstović davanti alla porta, e il montenegrino non ha sbagliato.

Curiosità che dà profondità alla serata: il migliore dei primi trenta minuti insieme a Gaetano è stato Mario Pašalić, 31 anni, riportato mezzala, cioè dove era nato calcisticamente. Arrivò a Bergamo il 25 luglio 2018 in prestito dal Chelsea — proprio nell'estate in cui a Londra sbarcava Sarri — e debuttò il 9 agosto in un preliminare europeo contro una squadra israeliana, l'Hapoel Haifa, segnando. Otto anni dopo è vicecapitano e riparte da capo con un sistema nuovo. Ma torniamo a giovedì, perché è lì che si decide il mese.

Va detta anche la cornice, perché domenica contava. Ventimilaottocentoventotto spettatori, oltre duemila moto a scortare la squadra fino allo stadio, e in curva uno striscione in bergamasco firmato dai fedelissimi del Gruppo Pensiunàcc che vale una dichiarazione di politica sportiva: «Ga öl tep», ci vuole tempo, sosteniamoli anche in caso di errore. Non capita spesso che una tifoseria firmi la cambiale della pazienza prima ancora del fischio d'inizio. Non dimentichiamolo quando arriverà la serata storta.

Il campionato, intanto, è cominciato bene: tre punti, piccoli passi in avanti e un quarto d'ora d'assaggio per Eljif Elmas, che si era allenato una sola volta. Ga öl tép, si sussurra. A Miskolc, però, il tempo scade giovedì alle 22.30.

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Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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