Sindacalista della Fiom Cgil e volto noto di Telenova, Mirco Rota segue l’Atalanta da oltre quarant’anni. Un legame nato negli anni della Serie B, cresciuto tra trasferte e un calcio più genuino, e rimasto intatto nell’epoca delle notti europee e delle semifinali di Coppa Italia. In questa intervista, Rota racconta l’evoluzione di un club che ha cambiato dimensione e obiettivi senza mai smarrire la propria identità e il profondo attaccamento alla sua gente.

LE ORIGINI E LA PASSIONE NERAZZURRA

Mirco, dove nasce la passione per l’Atalanta?
«Nasce da lontano, da quando ero un ragazzino - confida e racconta ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Nella stagione 1983-84, quando avevo sedici anni, avevo la tessera della Curva Nord numero 1, che conservo ancora oggi con orgoglio, piena di autografi».

È una tradizione di famiglia o nasce dagli amici?
«No, nasce proprio da una passione personale per il calcio. Giocavo nel Ponte San Pietro, ma frequentavo la scuola superiore Pesenti e avevamo una nostra squadra d’istituto. Con me c’erano ragazzi che poi hanno fatto strada: ho giocato due anni con Beppe Signori, per esempio. Nessuno immaginava la carriera che avrebbe fatto. Facevamo i tornei scolastici e abbiamo perso due volte di fila la finale provinciale contro il Vittorio Alfieri, ma eravamo fortissimi: oltre a Signori c’erano Lazzarini, che giocava nell’Atalanta, Moroni che era il nostro libero, e Manzoni della Romanese. Uno squadrone, eppure arrivavamo sempre secondi».

Che Atalanta era quella dei tuoi sedici anni?
«Un’Atalanta che lottava in Serie B. È scivolata anche in C, ma l’ho sempre seguita. Erano sofferenze diverse rispetto a oggi. Adesso è un’altra dimensione, ma era bellissimo anche prima. La tifoseria era molto legata alla squadra in un calcio più autentico, meno mediatico. Non erano i diritti televisivi a dettare legge. Oggi cambia il contesto, ma il cuore del tifo è lo stesso. Anche il rapporto con i giocatori era diverso, molto più diretto. Finita la partita aspettavo Daniele Filisetti, grande appassionato di basket, e andavamo a vedere l’Alpe Sav Bergamo. Il vice allenatore era il mio professore di ginnastica. Poi Filisetti fu venduto alla Lazio per 100 milioni: per l’epoca era una cifra importante per l’Atalanta. Erano anni in cui si viveva tutto in maniera più semplice, più vicina».

I ricordi più belli sono legati a quell’Atalanta che lottava tra B e A o ai risultati recenti?
«Oggi l’Atalanta vive un'altra dimensione, sotto tutti i punti di vista: straordinaria, spettacolare, qualcosa che allora non avremmo mai immaginato. Ma era bello anche prima. La passione è rimasta identica e nasce da quegli anni. C’è sempre stato un legame fortissimo tra l’Atalanta e la città, tra la squadra e la mentalità del bergamasco. È una dinamica diversa rispetto a tante altre piazze ed è rimasta inalterata nel tempo. Oggi è cresciuta, si è evoluta, ma la radice è la stessa. Quando arrivava la salvezza con tre giornate d’anticipo, noi festeggiavamo come fosse uno scudetto. Quella era la nostra Champions League. Siamo cresciuti con l’idea che l’obiettivo fosse salvarsi con il coltello tra i denti».

Quindi quando Antonio Percassi ancora oggi parla di salvezza come primo obiettivo, non lo dice per nascondersi?
«Lo dice perché questa è la nostra vera tradizione. La tifoseria nerazzurra per anni ha vissuto così».

E invece oggi l’obiettivo qual è?
«Oggi è quello di stare stabilmente tra le prime sei o sette squadre del campionato, con una mentalità diversa garantita dalla famiglia Percassi, dalla nuova dimensione americana e dal lavoro di Gasperini. La società si è strutturata e ragiona con altri presupposti, ma dentro Antonio Percassi resta viva la memoria di quegli anni di sacrificio e passione pura».

IL NUOVO CALCIO E I TIFOSI

Da allora sono cambiate tante cose, anche il modo di vivere le trasferte.
«È cambiato tutto. Prima non c’era la tessera del tifoso e non c’erano tutte queste limitazioni. C’era più libertà, più vivacità, a volte purtroppo anche negli scontri, ma si partiva tutti insieme, in pullman o in treno, senza le restrizioni attuali. Era un altro calcio».

E adesso ci troviamo a giocare una semifinale di Coppa Italia praticamente senza tifosi.
«Noi non possiamo andare e i laziali disertano per protesta contro la società. È una situazione che fa effetto. Una semifinale in uno stadio grande, con pochissima gente, è qualcosa che non avevamo mai visto».

Quanto può incidere questo sulla partita contro la Lazio?
«Sono spesso a Roma per lavoro e so che la posizione dei tifosi laziali verso la dirigenza è rigidissima. Non intendono fare passi indietro. Questo rischia di condizionare la Lazio in negativo, perché in una semifinale lo stadio dovrebbe spingere la squadra. Senza pubblico cambia tutto, e l’Atalanta può approfittarne».

A Roma che clima c’è attorno a questa sfida?
«I laziali non sono mai contenti di affrontare l’Atalanta, ma restano intransigenti sulla loro linea di protesta».

Dell’arrivo di Daniel Maldini nella capitale cosa dicono?
«A Roma il calcio è un’altra dimensione rispetto a Bergamo: 24 ore su 24 si parla solo di quello, ma è molto più facile parlare della Roma che della Lazio. A questo proposito, all’inizio c’era molta diffidenza verso Gasperini. Ora il giudizio sta migliorando grazie ai risultati, ma a Roma basta poco per perdere i consensi. È una piazza molto esigente».

LA MAGIA DELLA CHAMPIONS E I PROTAGONISTI -

Hai commentato la partita di Champions contro il Borussia Dortmund a Telenova. Che impressioni hai avuto?
«Ti dico la verità: dopo dieci minuti avevo già capito che potevamo farcela e l’ho detto in diretta. C’era uno spirito diverso, si vedeva che la squadra voleva vincerla davvero. Avevo persino previsto il 2-0 nel primo tempo. Eravamo perfetti nelle giocate, nel pressing e nell’attenzione difensiva. Sembrava quasi di aver vinto un’altra finale, anche se non abbiamo ancora vinto nulla e rischiamo di uscire al prossimo turno contro il Bayer Leverkusen o l'Arsenal. Ma segnare quattro gol in Champions contro una squadra del genere è qualcosa che resterà nella storia».

Luca Percassi ha detto che quella con il Dortmund è una vittoria seconda solo a Dublino. Sei d’accordo?
«Se la guardiamo solo nell’ottica Champions, può essere. Ma se allarghiamo lo sguardo alla dimensione europea in generale, ci sono state altre vittorie pesantissime: Liverpool, Valencia, Marsiglia. È diventata un'abitudine felice. Contro il Borussia Dortmund partivamo con un 20-30% di possibilità di superare il turno, c'era molto scetticismo, ma io dopo dieci minuti ero convinto che ce l’avremmo fatta. Non solo per il gioco, ma per l’atteggiamento mentale: c'era fame di vittoria. I tedeschi sul 2-0 erano spaventati, sono andati negli spogliatoi preoccupati perché noi non sbagliavamo nulla. Sul 3-1 hanno preso coraggio loro e siamo andati un po’ in difficoltà. In queste partite devi saper leggere l’aspetto emotivo: è subentrata la stanchezza e il timore dei supplementari. Poi, sull’errore del loro portiere, ci siamo inventati la giocata. Krstovic è stato fenomenale, ci ha messo anima, coraggio e anche la testa. E vedere un ragazzo di 22 anni come Samardzic tirare un rigore decisivo quasi da fermo, con quella freddezza, è stato incredibile».

Nel calcio basta un attimo per cambiare la percezione: fino a qualche giorno fa Samardzic era criticato, oggi è l’eroe.
«Il dubbio non era sulle qualità di Samardzic, quelle c’erano prima e ci sono adesso. Il punto è che prima non riusciva a esprimerle con continuità».

E Pasalic?
«Pazzesco. È uno che magari non fa rumore, ma quando serve risponde presente. L’avevo incontrato a luglio e mi aveva assicurato che questa sarebbe stata un'altra stagione bellissima. Dal punto di vista comportamentale è un numero uno, sa stare nel gruppo anche quando non gioca. E nei momenti importanti lascia il segno: ha segnato di testa con il Napoli e si è ripetuto con il Borussia Dortmund. È un vero campione».

Hai detto che servirebbero tre Kolasinac.
«Ha un atteggiamento e uno spirito grandiosi. Non avrà la tecnica di Maldini, ma è uno che dà tutto e se hai tre difensori come lui, tiri su una difesa d’acciaio. È un mix tra Magnocavallo e Bellini, figure che hanno sempre incarnato l’anima della squadra. Ricordo che una volta, dopo una sconfitta, accompagnai Magnocavallo a casa: era uscito dallo stadio con il borsone in mano, come uno di noi. Era un calcio meno "vip", più semplice e umano. Penso anche a Eugenio Perico, una persona di cuore d’altri tempi. A ogni modo, è impossibile dare un voto più alto a un giocatore rispetto a un altro per la prestazione in Champions. Carnesecchi ha fatto un paio di interventi fondamentali, salvando il risultato. È stata una gara perfetta a livello collettivo. Penso a Zappacosta: a 34 anni corre come un pazzo, segna, difende e spinge».

Eppure di Zappacosta si parla sempre poco. È uno dei giocatori più sottovalutati?
«Juric lo teneva addirittura in panchina. Per qualità e intensità, oggi è forse il miglior esterno in Serie A. Qualcuno in trasmissione suggeriva che meriterebbe la Nazionale. Non ha più vent’anni, ma per corsa e rendimento è eccezionale».

LA CORSA ALL'EUROPA E IL SOGNO COPPA ITALIA

E adesso quali prospettive ci sono?
«Adesso testa al campionato. La Juventus è in difficoltà e abbiamo avvicinato il Napoli. Per me dobbiamo puntare al quarto posto. Il palcoscenico europeo ce lo siamo conquistati: agli ottavi affronteremo una grande squadra senza nulla da perdere. Pensiamo al campionato e alla Coppa Italia. Le vere pretendenti per la coppa, secondo me, siamo noi e l’Inter, che non mi sembra in forma smagliante. Alzare un secondo trofeo in pochi anni sarebbe enorme. Possiamo pensarci».

Quindi l’Atalanta deve puntare al quarto posto?
«Nella mia classifica personale metto davanti la Coppa Italia, ancor più del quarto posto. Sono disposto ad arrivare quinto o sesto, pur di vincere la Coppa, perché è un traguardo concreto e in finale ce la giocheremmo. Con l’Inter a Bergamo abbiamo perso per un errore clamoroso nostro. Se poi arrivasse anche il quarto posto, considerando che pochi mesi fa eravamo tredicesimi, ben venga».

Atalanta al quarto posto a spese di chi?
«In questo momento direi della Juventus. La Roma sta andando fortissimo, del resto ha il miglior tecnico della Serie A e i risultati parlano per lui. Sulla carta i giallorossi non sono superiori all’Atalanta, ma Gasperini ha una capacità unica di modellare e trasformare le squadre. È una garanzia».

La differenza sta anche nel fatto che la Roma è partita subito forte, mentre l’Atalanta sconta il difficile avvio di stagione.
«C'è un po’ di rammarico per i punti lasciati all’inizio. La scelta di Juric aveva generato subito diffidenza nei tifosi e col tempo si è visto che le valutazioni potevano essere diverse. Palladino ha rappresentato un punto di svolta, ha dato equilibrio alla squadra».

A fine partita con il Dortmund abbiamo visto Palladino saltare con la Curva. Ha dichiarato che è stata la sua vittoria più bella da allenatore.
«Il palcoscenico della Champions l’ha raggiunto grazie all’Atalanta e le sarà giustamente grato, ma sta sfruttando benissimo quest’opportunità. Un plauso va anche ai tifosi, eccezionali: la coreografia era stupenda e il sostegno continuo. Anche in caso di eliminazione, una prestazione così sarebbe stata applaudita, perché il tifoso bergamasco guarda l’atteggiamento prima del risultato. Lo stesso Krstovic, inizialmente accolto con scetticismo, si sta conquistando la stima di tutti perché lotta e dà tutto. Magari non è perfetto tecnicamente, ma sul piano dell’impegno non gli si può rimproverare nulla. La mentalità bergamasca esige la maglia sudata: meglio un giocatore meno dotato ma generoso, piuttosto che un talento percepito come indolente, alla Zaniolo. A volte anche Scamacca sembra rinunciatario per indole, e il tifoso lo nota subito. Non è cattiveria, è la nostra cultura sportiva. Qui il "coltello tra i denti" è un'identità, non uno slogan».

Tra Arsenal e Bayern Monaco, chi preferiresti incontrare?
«L’Arsenal. Non perché sia più debole, a questi livelli nessuno lo è, ma perché si sta giocando la Premier League e potrebbe arrivare più stressato alla gara di Champions. Il Bayern Monaco ha quasi chiuso il discorso in patria e può gestire meglio le energie. Detto questo, tra le prime sedici d’Europa le differenze sono minime, conta il momento in cui le affronti. Se sono in giornata storta rischi il colpo. L’eliminazione dell’Inter contro i norvegesi insegna».

Quindi non è vietato sognare?
«L’Atalanta ci ha abituati a sognare. Potevamo essere tra le prime otto e abbiamo perso due partite clamorose, ma ora siamo di nuovo in corsa, unici italiani rimasti in Champions. Siamo tra le prime 16 in Europa e tutto è possibile. Se giochiamo come contro i tedeschi, non facciamo brutta figura contro nessuno. Sulla carta gli avversari possono essere più forti, ma il calcio vive di serate, di episodi e di coraggio».

Una finale di Coppa Italia tra Atalanta e Como potrebbe giocarsi a San Siro, visti i precedenti di Reggio Emilia nel 2021?
«Sarebbe una finale storica tra due provinciali. Il Como calca stabilmente i campi di Serie A da pochi anni e ha avuto un passato complicato, a tratti più del nostro. Sarebbe un'affermazione del lavoro e della programmazione fuori dai grandi circuiti tradizionali. A livello istituzionale si potrebbe provare a chiedere San Siro, ma purtroppo in questi casi contano maggiormente i diritti televisivi e l’apparato organizzativo già strutturato della capitale».

Contro il Sassuolo che partita ti aspetti?
«Bisogna giocare con la massima concentrazione, senza rilassarsi. A Bergamo, nell'ultima di Juric, ne abbiamo prese tre facendo una figuraccia. Il Sassuolo è in un buono stato di forma. Se vogliamo restare agganciati alle prime posizioni, dobbiamo scendere in campo per vincere. La vera incognita sarà la gestione emotiva dopo l’impresa europea. Speriamo che la stanchezza non si faccia sentire e che la vittoria diventi carburante. Qui entra in gioco Palladino: dovrà mantenere alta la tensione e impedire quella leggerezza che in passato ci ha fatto perdere punti contro squadre sulla carta inferiori».

Dalla salvezza celebrata come un’impresa alle sfide contro le grandi d’Europa, l’Atalanta ha cambiato orizzonte, ma non natura. È cresciuta nelle ambizioni e nella struttura organizzativa, senza perdere quella mentalità fatta di duro lavoro, appartenenza e maglia sudata che ne ha sempre definito il carattere. Gli obiettivi sono più alti e i palcoscenici più prestigiosi, ma l'anima è la stessa. Le soddisfazioni sono diverse da ieri, ma lo spirito resta inconfondibile.

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Sezione: Primo Piano / Data: Ven 27 febbraio 2026 alle 00:00
Autore: Claudia Esposito
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