La notte perfetta dell'Atalanta porta anche e soprattutto la firma dei suoi senatori. Dopo il fischio finale che ha sancito lo storico 4-1 sul Borussia Dortmund e il conseguente approdo agli ottavi di Champions League, Marten De Roon si è presentato ai microfoni di Sky Sport sprizzando gioia da tutti i pori. Il capitano nerazzurro ha analizzato lucidamente la portata dell'impresa, svelando i segreti tattici e motivazionali che hanno permesso alla squadra di ribaltare il doppio svantaggio dell'andata. Dalla feroce pressione offensiva al famoso "foglio del DNA" appeso nello spogliatoio, il centrocampista olandese rivendica con orgoglio la dimensione internazionale ormai raggiunta da una realtà che ama ancora definirsi "di provincia". Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Serve tanto cuore per pensare di affrontare Arsenal o Bayern Monaco, ma più di così era difficile chiedere. Ci credevate davvero?
«Ci crediamo, dai. Buonasera a tutti. Che posso dire? Questa è una serata storica per noi, è veramente tanta roba. Forse c'erano in pochi a crederci prima della partita. Noi, invece, il giorno dopo la gara di andata ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo crederci. Penso che dal primo minuto abbiamo messo in campo questo spirito, questo atteggiamento e questa consapevolezza di potercela fare. L’abbiamo fatto, pur soffrendo magari negli ultimi quindici o venti minuti, e poi chiudere in questo modo... non ho davvero parole.»
Qual è stata la molla, la scintilla? Vi siete parlati, cosa vi siete detti per caricarvi dal punto di vista motivazionale prima di una partita del genere? Il capitano ha fatto un discorso?
«Il capitano non ha fatto un discorso particolare. Piuttosto, ci siamo detti che prima di tutto era fondamentale la prestazione e poi avremmo guardato se riuscivamo a fare un gol, se riuscivamo a farne due. Non dovevamo entrare in campo con l'ossessione di dover per forza vincere subito, c'erano novanta minuti da giocare. Siamo entrati in campo con questa mentalità, ma con lo spirito di partire subito forte, perché trovare un gol iniziale aiuta sempre tantissimo. Abbiamo messo loro in difficoltà, soprattutto con la pressione. In trasferta avevamo concesso troppo spazio, specialmente a Guirassy tra le linee di centrocampo, dove io stesso avevo sofferto un pochino. In questa partita siamo stati più compatti, abbiamo fatto una grande gara di intensità. Davanti Zalewski ha fatto una prova eccezionale e alla fine tutti hanno portato il proprio contributo. Un po’ di fortuna devi averla, ma questa resta una grande serata.»
Hai vissuto tante grandi serate con questa maglia: sei d’accordo con chi dice che questa vittoria sta solo un gradino sotto il trionfo di Dublino?
«Anche la vittoria contro il Liverpool in trasferta è stata abbastanza bella, e poi ricordo la gara con il Valencia in casa. Però questa è in Champions League, e andare agli ottavi di finale è davvero tanta roba. Noi in fondo siamo ancora una squadra di provincia, però adesso rappresentiamo un orgoglio per tutta l'Italia e questo vuol dire davvero tanto.»
Quando si è visto il sangue sulla fronte di Krstovic, nessuno ha avuto dubbi sul rigore. Era scontato che lo tirasse Samardzic? C’è stata qualche discussione, sei andato da lui a chiedere se se la sentiva?
«No, nello spogliatoio c’è un foglio chiaro dove sono indicati i rigoristi: il primo è Scamacca, poi c'è Sama e il terzo è Pasalic. Ho sentito Jimmy chiedere al mister se dovesse calciare Sama, e lui ha confermato, quindi c’erano pochissimi dubbi. E, vedendo come l’ha calciato, mi pare che anche lui ne avesse ben pochi.»
A proposito di quel foglio, Palladino ha raccontato di aver chiesto ai giocatori di scrivere che cosa fosse il DNA dell’Atalanta. In questa serata di festa, ci racconti che cosa avete scritto?
«Ci sono scritte cento parole, perché l’Atalanta è tantissime cose. Si è partiti soprattutto dai concetti che ho citato prima: atteggiamento, spirito e cose del genere. Da lì si è passati a parlare di qualità, del fatto che dovevamo metterla in campo, e di tanti compiti e principi di gioco che abbiamo sviluppato in questi ultimi anni. Però le parole in assoluto più importanti sono state quelle legate allo spirito, perché senza quello non arrivi da nessuna parte. Secondo me oggi abbiamo visto esattamente questo: specialmente in casa riusciamo a trascinare non solo noi stessi ma anche i tifosi, e per qualsiasi avversario diventa estremamente difficile venire a giocare qui.»
La differenza tra andata e ritorno è sembrata enorme, soprattutto nel modo in cui avete messo alle corde il Borussia. Qual era il piano tattico per ribaltare la situazione? Più pressione e più ricerca della profondità?
«Il piano tattico era molto semplice: portare più pressione. Anche Scamacca andava ad aggredire il portiere partendo dalla zona sinistra, in modo che non ci fosse più il passaggio comodo verso il suo difensore di riferimento. L’idea di base era mettere una pressione feroce sui loro difensori, che all’andata avevano goduto di troppo spazio e troppo tempo per giocare palloni puliti. Inoltre, in fase di possesso palla, ci siamo ripromessi di cercare molto di più la profondità, perché loro difendono con una linea molto alta. All’andata avevamo giocato quasi sempre venendo incontro al pallone, mentre questa volta abbiamo attaccato sistematicamente gli spazi. Abbiamo spinto i nostri braccetti difensivi, con Kolasinac e Scalvini, ad aggredire i loro attaccanti; in questo modo loro si sono abbassati e le seconde palle, invece di cadere nella nostra metà campo, arrivavano direttamente nella loro. È andata esattamente così. Ripeto sempre che un pizzico di fortuna e di voglia in più sono necessari, ma oggi ce li siamo ampiamente meritati.»
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