Caldara e la difficoltà dell'Atalanta di Sarri, raccontata da chi quella mentalità l'ha vissuta dall'interno e ha poi dovuto liberarsene. In un colloquio con L'Eco di Bergamo, Mattia Caldara ha analizzato le ragioni dell'avvio complicato dei nerazzurri, ha confrontato il momento attuale con la rivoluzione di dieci anni fa e ha spiegato con la propria esperienza perché disimparare sia più difficile che imparare.

IL RIBALTAMENTO - Da tifoso, prima ancora che da ex, il bergamasco si aspettava una partenza in salita, e immagina che lo prevedesse anche la società. Il motivo è la portata del cambiamento: «ora si fa l'opposto di ciò che è stato fatto per dieci anni». A complicare il quadro c'è la meticolosità del nuovo allenatore: «Sarri è un perfezionista», osserva, e le sue molte indicazioni tattiche entrano in collisione con quanto i giocatori avevano assimilato, mettendone in crisi alcuni più di altri. Un processo descritto bene da un cambio che ha toccato ogni reparto, dalla regia alla difesa.

QUANTO SERVE - Sulla durata della transizione Caldara non si sbilancia: «È difficile resettare», e l'augurio è che il tecnico riesca presto a entrare nella testa di tutti. Ciò che spera di rivedere è una squadra aggressiva e divertente, capace di giocare per vincere. Il precedente di Maurizio Sarri a Napoli, che da avversario ricorda con ammirazione, autorizza aspettative alte, pur sapendo che certi interpreti di allora sono irripetibili. E qualche segnale lo ha già colto: «già nelle ultime partite ho iniziato a vedere qualcosa».

DIFFICILE USCIRNE - È sul peso delle abitudini che l'analisi diventa più personale. Passato dall'Atalanta al Milan, racconta, si era trovato con un allenatore che chiedeva un lavoro di linea in un sistema a quattro, e pur stando bene fisicamente non riusciva a trovare spazio: il calcio di prima gli si era incollato addosso. Da qui la sintesi che vale come chiave di lettura del momento nerazzurro: «è molto più facile entrarci che uscirne». I principi di Gian Piero Gasperini, spiega, si assimilano in fretta, perché il concetto di base è restare attaccati all'avversario. Il viaggio di ritorno, invece, è molto più faticoso.

LA RIVOLUZIONE DI DIECI ANNI FA - Di quella precedente trasformazione Caldara fu protagonista, ma con una fortuna che riconosce apertamente: cominciò a giocare a ottobre, a processo quasi compiuto. Con autoironia ammette che, se fosse sceso in campo in estate, «avrei fatto più danni della grandine». Ricorda carichi di lavoro enormi e la sensazione iniziale di non essere all'altezza, superata solo quando la squadra ingranò sul piano atletico.

NON È IL 2016 - Proprio per questo, l'idea che la storia possa ripetersi con una risalita autunnale lo convince poco. Allora, spiega, la differenza era soprattutto fisica: «noi superammo il momento perché andavamo al doppio degli altri». Oggi tutte le squadre si allenano di più e quel vantaggio non esiste: andrà cercato altrove, magari in qualche dettaglio tattico. L'augurio è che l'uscita dal tunnel arrivi presto, ma l'avvertenza resta: «non è così automatico».

Una diagnosi lucida e senza scorciatoie: per Caldara il problema dell'Atalanta non è imparare il nuovo, ma dimenticare il vecchio. Ed è un lavoro che non si misura in settimane.

© Riproduzione Riservata

Sezione: Rassegna Stampa / Data: Sab 10 ottobre 2026 alle 08:45
Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
vedi letture