Una stagione soltanto, ma abbastanza per conservare ricordi che il tempo non ha cancellato. Stefano De Agostini, doppio ex di Atalanta e Venezia, torna con la memoria alla Bergamo del 1992-1993, quella di Marcello Lippi, di un giovane Antonio Percassi alla presidenza e di una squadra capace di accendere l'entusiasmo di un'intera città, arrivando a sfiorare la qualificazione europea. Un'Atalanta sanguigna e combattiva, nella quale il centrocampista friulano riconobbe immediatamente il proprio carattere. E poi le emozioni di una vittoria indimenticabile contro la Juventus di Trapattoni, i legami nati nello spogliatoio e il ricordo di un presidente che sapeva trasmettere ai giocatori tutta la propria passione. Ben diverso, invece, il bilancio dell'esperienza al Venezia, una parentesi nella quale non riuscì a trovare lo stesso ambiente. Oggi direttore tecnico del settore giovanile di una società dilettantistica, De Agostini racconta in esclusiva a TuttoAtalanta.com i suoi ricordi nerazzurri e analizza il presente della Dea, tra il nuovo corso di Maurizio Sarri, la sfida con il Venezia e le ambizioni in Conference League.
Stefano, il suo esordio in Serie A, l'1 settembre 1991 con la maglia del Napoli, fu proprio contro l'Atalanta. Che ricordo conserva di quel giorno?
«Una partita vinta 1-0 grazie a una punizione di Gianfranco Zola. Era il sogno di una vita, quello che avevo fin da ragazzino: esordire in Serie A. E farlo al San Paolo, con la maglia del Napoli, da titolare, è stato qualcosa da brividi. Inizialmente non avrei dovuto giocare, ma De Napoli non stava bene e così si presentò per me quest'opportunità. Fu l'inizio di un'esperienza meravigliosa, un'emozione indimenticabile che porterò sempre con me».
L'estate successiva lasciò Napoli per trasferirsi proprio all'Atalanta. Come nacque quella scelta?
«A Napoli facevo fatica a trovare spazio. C'erano giocatori come Alemão e De Napoli e io avevo una gran voglia di giocare. L'Atalanta si fece avanti, ma in realtà c'erano già stati dei contatti quando giocavo in Serie B. Fu una scelta che sentii subito molto vicina al mio modo di essere. L'Atalanta rappresentava perfettamente il mio spirito: una squadra di cuore, di grinta, di combattimento, dove venivano apprezzate certe caratteristiche. Sono sempre stato un giocatore che faceva della corsa e della determinazione le proprie qualità. Era l'ambiente giusto per me».
Che cosa ricorda dei primi giorni a Bergamo e dell'accoglienza ricevuta?
«All'inizio qualche difficoltà ci fu, lo ammetto. Non fu semplicissimo. Venivo dal Napoli e probabilmente qualcuno si aspettava un giocatore con caratteristiche diverse, magari più tecnico. Io invece ero il classico incontrista, un centrocampista di corsa e di quantità. Sono stato accolto bene, ma ci volle un po' di tempo per trovare i giusti equilibri. Poi le cose si sistemarono e disputammo una stagione stupenda per quella che era l'Atalanta di allora. Fu molto importante l'arrivo di Alemão, che prese in mano la regia della squadra e sollevò noi altri centrocampisti da compiti che non erano propriamente nostri. Io, Minaudo e Bordin eravamo soprattutto giocatori di corsa, non di costruzione. Il suo arrivo ci aiutò tantissimo».
Sulla panchina nerazzurra c'era Marcello Lippi, destinato poi a diventare uno degli allenatori più vincenti del calcio italiano. Che ricordo conserva di lui?
«La cosa più bella di Lippi era che non ti metteva mai pressione. Ti faceva stare tranquillo, ti permetteva di giocare con serenità. Noi scendevamo in campo molto sereni e lui contribuiva tantissimo a creare questo clima. Era una delle sue grandi qualità. Sapeva gestire il gruppo e trasmettere tranquillità, mettendo i giocatori nelle condizioni migliori per esprimersi».
Quell'Atalanta arrivò fino al terzo posto in classifica, prima di sfiorare la qualificazione alla Coppa UEFA. Che cosa mancò per coronare quel sogno?
«Non ci siamo qualificati in Coppa UEFA per un solo punto. Probabilmente ci sarebbe voluto un altro anno con la stessa squadra. Avevamo raggiunto un livello importante e, continuando insieme, avremmo acquisito ancora più consapevolezza dei nostri mezzi. Penso che l'anno successivo avremmo potuto fare cose davvero importanti. Eravamo diventati una squadra fortissima, durissima da affrontare. Ricordo che alla terza giornata del ritorno eravamo terzi in classifica, avevamo pareggiato con il Milan e battuto Juventus e Parma, quello di Thuram. C'era un entusiasmo incredibile. Poi Lippi andò via e arrivò Guidolin. L'Atalanta retrocesse. Credo davvero che, con un altro anno insieme, avremmo potuto ottenere risultati importanti».
In Europa l'Atalanta c'è arrivata più tardi e in tempi recenti ha raggiunto traguardi allora impensabili. Secondo lei, cosa ha permesso alla società di compiere un salto di qualità così straordinario?
«Alla base c'è una grande società. A volte nel calcio nascono situazioni particolari: trovi la società giusta, l'allenatore giusto, si creano le condizioni ideali e viene fuori una miscela esplosiva. È quello che è accaduto all'Atalanta. Sinceramente, però, all'epoca non mi sarei mai aspettato che potesse diventare una realtà così importante. Era la classica provinciale, un'ottima società che lavorava benissimo con il settore giovanile, sfornava continuamente ragazzi e rappresentava una meta ambita per molti calciatori, ma immaginare quello che sarebbe diventata era davvero difficile».
Il presidente della sua Atalanta era Antonio Percassi. Conoscendolo, si stupisce della crescita dell'Atalanta sotto la sua guida?
«Era una persona molto sanguigna. Era figo il presidente! Quando entrava nello spogliatoio ci dava una carica enorme. Era uno che aveva la maglietta dell'Atalanta addosso, ci credeva veramente, trasmetteva passione ed entusiasmo. Una persona super. Che potesse fare grandi cose per quella che era l'Atalanta di allora me lo sarei aspettato, ma non fino al punto di trasformarla nella società che è diventata oggi. È un ottimo presidente, questo è indiscutibile, ma all'epoca era davvero difficile immaginare una crescita di queste proporzioni».
Qual è il ricordo più bello della sua esperienza con la maglia dell'Atalanta?
«Sicuramente la vittoria contro la Juventus, quando arrivammo al terzo posto in classifica. In quel momento si poteva toccare con mano l'entusiasmo che si era creato intorno alla squadra. E la Curva dell'Atalanta non devo certo descriverla io. Quello era un momento esplosivo, c'era un'elettricità incredibile nello stadio e noi giocatori la sentivamo tutta. Era impossibile non sentire la Curva atalantina, bisognava essere più che sordi! Quei tifosi sono davvero il dodicesimo uomo in campo. Non so quanti altri momenti simili ci fossero stati prima, ma quello fu qualcosa d'indescrivibile».
Tra l'altro, quella era la Juventus di Giovanni Trapattoni…
«Era la vera Juventus di Trapattoni, con tanti giocatori fortissimi. Una squadra ricca di grandi campioni. Battere una squadra del genere è una di quelle cose che ti porti dietro per tutta la vita, un ricordo da raccontare. Io quella partita la giocai da titolare, come praticamente tutte le altre di quel campionato. Rimasi fuori una sola volta per scelta tecnica, mentre nelle altre occasioni furono squalifiche o infortuni a fermarmi. Giocai con grande continuità, 29 partite da titolare e fu una stagione molto importante per me».
Eppure, dopo un solo anno, lasciò Bergamo. Perché?
«L'Atalanta prese Franck Sauzée, un francese che arrivava dal Marsiglia ed era quotatissimo all'epoca. Probabilmente era un giocatore che Guidolin voleva fortemente. Non era così nel mio caso. Ebbi l'opportunità di andare alla Cremonese, appena promossa in Serie A. Fui praticamente l'unico acquisto di quella squadra e Gigi Simoni mi voleva tantissimo. Mi sentivo desiderato e questo per un calciatore conta molto. A Cremona ho vissuto tre anni bellissimi. Ho fatto parte della sola squadra che, in 120 anni di storia, è riuscita a mantenere la categoria per tre anni filati».
È più tornato a Bergamo? Ha mantenuto i rapporti con qualcuno dei suoi ex compagni?
«Sono tornato un paio di volte. Non molto tempo fa ho avuto anche occasione di rivedere Fabrizio Ferron, che era arrivato con l'Under 21 italiana di cui era preparatore dei portieri, nella società friulana dove lavoro, e ci siamo fermati a fare quattro chiacchiere. Tra i compagni avevo legato molto con Roberto Bordin. Poi naturalmente c'era Alemão, con il quale ero già molto amico ai tempi del Napoli. Ritrovarlo a Bergamo fu davvero un grande piacere».
Con l'Atalanta le capitò anche di indossare la maglia numero 10…
«Purtroppo per l'Atalanta qualche volta toccò a me! (ride, ndr) Il numero 10 non si dava certo a tutti. Di solito lo indossava Perrone, che in quella stagione fu un giocatore determinante. Fece un campionato incredibile. Ancora oggi non riesco a spiegarmi come mai non sia stato convocato in Nazionale. È incomprensibile».
Secondo lei nel calcio moderno si è persa la figura del classico numero 10, del fantasista?
«Ma dove sono i numeri 10 oggi? Io non ne vedo più! Una volta c'erano Totti, Zola, Baggio, Del Piero. Facevi fatica a individuarne uno perché ce n'erano troppi. Oggi, invece, è il contrario. L'unico italiano che mi viene in mente è Zaniolo, anche se non ha proprio le caratteristiche del numero 10 come lo intendo io».
In Nazionale l'ha indossata il nostro Raspadori. Cosa ne pensa?
«Probabilmente è uno dei pochi che può indossare quella maglia in questo momento. O la dai, come si faceva una volta, a Berardi, che però non è un vero numero 10, altrimenti non vedo alternative. Ci sono grandissimi giocatori, sia chiaro, ma quella figura di fantasista oggi si è un po' persa».
Nella stagione 1996-1997 ha vestito anche la maglia del Venezia, allora in Serie B. Che cosa ha rappresentato per lei quell'esperienza?
«Nella mia carriera sono stato in tanti posti e mi sono trovato bene praticamente ovunque. A Venezia, invece, no. Non è stata una bella esperienza. Non mi sono trovato con i vari allenatori che si sono succeduti e nemmeno con l'ambiente. Sono quelle situazioni che nel calcio possono capitare, quando le cose semplicemente non funzionano. A gennaio me ne andai al Como».
A proposito di Como: è la nuova Atalanta?
«Il Como fa paura. Ci sta definirlo la nuova Atalanta, anche se le due realtà sono diverse. I lariani hanno un portafoglio importante e soprattutto una visione molto chiara. Anche l'allenatore arriva da una scuola calcistica differente. Stanno lavorando molto bene. Bisognerà stare davvero attenti al Como, perché credo che in futuro possa fare grandi cose».
Di cosa si occupa oggi Stefano De Agostini?
«Dopo aver smesso di giocare ho allenato per circa venticinque anni in Serie D. Adesso lavoro in una società dilettantistica, il Tamai, dove ricopro il ruolo di direttore tecnico del settore giovanile».
Proprio per la sua esperienza con i giovani, che idea si è fatto in relazione alle difficoltà del calcio italiano e della Nazionale? Crede manchi il coraggio di puntare maggiormente sui giovani?
«Non basta dire che bisogna puntare sui giovani. In questo momento, secondo me, ci manca proprio una scuola. Ci siamo buttati troppo sulla fisicità e abbiamo lasciato un po' da parte la tecnica. Ma la tecnica fa la differenza. Se devo andare a vedere qualcuno che corre, ci sono altri sport. Io vado a vedere una partita di calcio anche per ammirare un tunnel, un colpo di tacco, una giocata. Si andava allo stadio per vedere Messi, Ronaldinho, giocatori capaci d'inventare qualcosa. È questo il bello del calcio».
Quindi ritiene che si punti eccessivamente sulla fisicità, a discapito della qualità tecnica?
«Dobbiamo tornare a fare quello che si faceva una volta: insegnare ai ragazzi a giocare a pallone, farli divertire e permettere loro anche di sbagliare. Il calcio nasce come divertimento. Se a un ragazzo continui a dire di giocare semplice, rischi di togliergli la voglia di provare qualcosa. Bisogna lasciarlo libero di esprimere le proprie qualità, perché la tecnica alla fine viene fuori. Penso, per esempio, a un giocatore come Eligio Nicolini, con il quale ho avuto il piacere di giocare a Cremona e che aveva vestito anche la maglia dell'Atalanta. Era piccolo di statura, ma aveva qualità straordinarie. Probabilmente oggi, proprio per una questione fisica, farebbe fatica a trovare spazio. Ma come si fa a lasciare indietro giocatori con quelle capacità? Non possiamo permetterci di perdere certi talenti soltanto perché non hanno determinate caratteristiche fisiche».
Venendo all'Atalanta di oggi, che impressione le ha fatto la squadra di Maurizio Sarri?
«È un momento di passaggio. È cambiato completamente il modo di giocare. L'Atalanta ha preso un allenatore che rappresenta una rottura rispetto al passato, a Gasperini, perché per me l'Atalanta è stata Gasperini. Serve pazienza».
Quindi quello con Juric e Palladino va considerato solo un anno di transizione?
«Juric e Palladino sono due ottimi allenatori, ma Gasperini è un'altra cosa».
E Sarri?
«E Sarri è un altro maestro, che insegna un calcio completamente diverso. Prima l'Atalanta era abituata a giocare uomo contro uomo, praticamente a tutto campo, mentre adesso deve passare a un calcio più ragionato, con dinamiche collettive differenti. È chiaro che per giocatori abituati per anni a fare tutt'altro non sia semplice entrare immediatamente in questa nuova mentalità».
Serve pazienza, ma c'è un momento in cui secondo lei il tempo scade?
«Io credo che le valutazioni vadano fatte alla fine dell'anno. È chiaro, però, che quando fai una scelta di questo tipo devi mettere in conto anche qualche critica. Il tifoso atalantino ormai è abituato bene, quindi pretende. Quando passi dal mangiare qualcosa di eccezionale a qualcosa di normale, tornare indietro diventa difficile. È come passare dal caviale al minestrone. A Bergamo si mangia bene anche il minestrone, però capisco che il tifoso faccia fatica ad accettarlo. Sarebbe stato complicatissimo per qualsiasi allenatore arrivare dopo Gasperini».
Che cosa deve fare allora Sarri per riuscire a portare questa squadra nella direzione che vuole?
«Deve continuare a fare quello che sa fare: lavorare e sperare che il suo lavoro porti i frutti desiderati. Non ci sono altre strade. Sarebbe stato complicato per chiunque, anche per Guardiola o Mourinho. Quando arrivi dopo un allenatore che ha lasciato un'impronta così profonda, non puoi pensare di cambiare tutto dall'oggi al domani».
E i giocatori come devono reagire a questo cambiamento?
«Devono entrare in sintonia con l'allenatore. Dal punto di vista mentale magari può essere più semplice, ma sul piano tattico e tecnico non lo è affatto. Il calcio non è così facile come sembra. Ci sono giocatori fortissimi che riescono a rendere in qualsiasi situazione, ma ce ne sono altri ai quali basta cambiare posizione di tre metri per stravolgerne completamente il rendimento. L'Atalanta ha ottimi giocatori, ma non ha quei veri fuoriclasse che riescono a fare tutto indipendentemente dal sistema di gioco. Per questo ci vorrà tempo per assimilare i movimenti e le richieste dell'allenatore. Prima erano abituati ad aggredire continuamente l'avversario, adesso magari devono anche imparare ad aspettare, a temporeggiare, a ragionare diversamente. Sono automatismi che non si acquisiscono immediatamente. In alcune situazioni si assimilano prima, in altre dopo. Non esiste una data precisa entro la quale tutto deve funzionare».
A livello di rosa, però, ritiene che l'Atalanta abbia ancora le qualità per competere ai vertici? Dove può arrivare in campionato?
«La squadra non è affatto male. Anzi, probabilmente, se avesse continuato il percorso precedente, sarebbe ancora là davanti. È una delle poche squadre per le quali faccio davvero fatica a dare una risposta su dove potrà arrivare. Dipenderà tantissimo da quanto velocemente i giocatori riusciranno ad assimilare quello che chiede Sarri».
C'è un giocatore che, secondo lei, può prendere in mano l'Atalanta e diventare il punto di riferimento della squadra?
«Ma un giocatore cosa può prendere in mano se ancora non ci sono certezze? Credo che il punto fondamentale sia proprio il rapporto che si creerà tra allenatore e squadra. Ci sono giocatori molto bravi, alcuni conoscono benissimo l'Atalanta e il suo ambiente. Bisogna sperare che continuino a seguire l'allenatore e a credere nel suo lavoro. Da questo connubio può nascere qualcosa d'importante. E poi non dimentichiamoci che il calcio non finisce quest'anno. Se si è intrapreso un percorso nuovo, bisogna anche avere il tempo di costruirlo».
Lunedì Atalanta e Venezia si affronteranno a Bergamo. Che partita si aspetta?
«Credo che per l'Atalanta vincere sia quasi un obbligo. Anzi, senza quasi. Mi aspetto una squadra che in qualche modo riesca a risolvere la partita. Tutti a Bergamo si aspettano un unico risultato. Naturalmente nel calcio può succedere di tutto, ma direi che il pronostico è all'85-90% dalla parte dell'Atalanta. Se non dovesse arrivare una vittoria, credo che qualche mugugno a Bergamo ci sarebbe».
Il Venezia può essere considerato una squadra materasso oppure nasconde delle insidie?
«In Serie A non esistono squadre materasso. Basta una partita giocata bene per rovinarti tutto. Il Venezia, tra l'altro, ha mantenuto l'allenatore nonostante le voci di esonero e questo è un aspetto da non sottovalutare. Poi si arriva dalla sosta per le Nazionali, che è sempre un momento complicato. C'è chi ha avuto dodici giocatori impegnati con le rispettive Nazionali e chi invece ha potuto lavorare con il gruppo quasi al completo. Qualcuno ha lavorato meglio, altri meno. Quando si torna a giocare dopo una sosta, non si sa mai esattamente che cosa aspettarsi».
L'Atalanta sarà impegnata anche in Conference League, a cominciare dalla sfida contro il Pafos. Quale obiettivo dovrebbe porsi in questa competizione?
«Credo che debba provare ad arrivare fino in fondo. Però quando vai in Europa cambia tutto e bisogna fare molta attenzione».
A Bergamo le aspettative sulla Conference League sono elevate. Molti la considerano una competizione alla portata dell'Atalanta, anche perché sulla carta non sembrano esserci squadre nettamente superiori ai nerazzurri. È d'accordo?
«Il problema è proprio questo: sulla carta certe squadre possono sembrare meno forti, ma quando vai a giocare in Europa trovi situazioni completamente diverse. Ci sono squadre che magari hanno meno qualità, ma giocano in stadi caldissimi, con condizioni climatiche e ambientali alle quali non sei abituato. Non c'è niente di facile. Noi tendiamo sempre a semplificare tutto, a pensare che certe partite siano già vinte, ma non è così. Credo che sarà dura contro chiunque. E sono convinto che i giocatori dell'Atalanta lo sappiano benissimo».
Una stagione può durare soltanto pochi mesi e lasciare comunque un segno profondo. Quella vissuta da Stefano De Agostini a Bergamo resta legata a una squadra che sapeva entusiasmare, a un allenatore capace di trasmettere serenità e a un presidente che già allora viveva l'Atalanta con passione viscerale. Trentatré anni dopo, la Dea è diventata una realtà ben diversa da quella che sfiorò l'Europa con Lippi. E proprio chi ha conosciuto quell'Atalanta sa quanto sia stato straordinario il cammino compiuto. Oggi, nel pieno di un nuovo cambiamento tecnico, il messaggio dell'ex centrocampista è soprattutto uno: concedere tempo a Sarri, senza dimenticare da dove arriva il club e quanto sia stato difficile raggiungere i traguardi ai quali Bergamo si è ormai abituata.
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