Ricorda i nomi, uno dopo l'altro. Gli amici, gli ex compagni, persino una trattoria. A trent'anni dal suo arrivo in Italia, Bergamo per Federico Magallanes, oggi commentatore e analista calcistico nel suo Paese di origine, non è soltanto una tappa della carriera, ma un luogo al quale è rimasto profondamente legato. L'ex attaccante uruguaiano, approdato all'Atalanta nel 1996, a soli vent'anni, ha accolto con grande gentilezza e disponibilità l'invito di TuttoAtalanta.com a ripercorrere la propria esperienza nerazzurra. Da Montevideo, il doppio ex di Atalanta-Venezia si è raccontato con sincerità, senza sottrarsi neppure ai ricordi più difficili. Dall'amicizia con Paolo Montero, fondamentale nei suoi primi mesi a Bergamo, alle difficoltà vissute nel rapporto con Emiliano Mondonico. Dall'infortunio e dalla retrocessione all'inaspettato trasferimento al Real Madrid, fino al ritorno in Italia con la maglia del Venezia. E poi l'Atalanta di oggi, la soddisfazione nel vederla crescere e il desiderio di tornare, un giorno, a seguirla dal vivo nella New Balance Arena. Un viaggio tra ricordi, riconoscenza e qualche rimpianto, affidato alle parole di chi, nonostante il tempo e la distanza, continua a conservare un affetto speciale per Bergamo.

Federico, sei arrivato a Bergamo a soli vent'anni, alla tua prima esperienza nel calcio europeo. Qual è il primo ricordo che conservi di quei giorni?
«Quando sono arrivato a Bergamo, i primi ricordi sono legati alla firma dei contratti, agli incontri e agli spostamenti con i dirigenti e i rappresentanti. Poi ricordo di aver trascorso alcuni giorni con Paolo Montero e la sua famiglia, che si trovavano lì. Sono questi i primi ricordi che conservo di Bergamo».

C'è stata qualche persona che, soprattutto all'inizio, ha fatto la differenza nella tua esperienza a Bergamo?
«Credo che Paolo Montero e la sua famiglia abbiano segnato profondamente il mio arrivo a Bergamo. Loro avevano già esperienza, perché vivevano lì da alcuni anni, e mi hanno aiutato moltissimo durante i primi giorni e i primi mesi. Il loro sostegno è stato davvero importante per me».

Ti sei ritrovato in un'Atalanta con Inzaghi, Morfeo e Lentini. Quanto era difficile ritagliarsi un posto e, allo stesso tempo, quanto poteva aiutarti allenarti ogni giorno con giocatori di quel livello?
«Quando è iniziata la preparazione, mi sono ritrovato insieme a tutti questi giocatori, a tutti questi campioni. Era normale trovare calciatori di quel livello in un campionato così forte com'era quello italiano in quel periodo. Bisognava contendersi un posto in squadra e la concorrenza era importante. Io ero giovane e per me rappresentava una bella esperienza».

Che ruolo ha avuto Mondonico nella tua crescita?
«Sinceramente, Mondonico non mi ha aiutato molto quando sono arrivato. Era un allenatore che non mi ha dedicato molta attenzione, sicuramente non quella di cui avevo bisogno. Per il suo modo di pensare e di vedere il calcio, non ho ricevuto il sostegno che mi sarebbe servito. Un giovane giocatore che arriva dal Sudamerica ha bisogno di essere aiutato per crescere e adattarsi a un campionato così forte come quello italiano. Io quel sostegno non l'ho ricevuto».

Hai segnato tre gol con l'Atalanta, contro Verona, Brescia e Bari. A quale di questi sei ancora più legato?
«Per me i gol sono tutti uguali, anche se naturalmente alcuni possono essere più importanti di altri. In quel momento, però, quello che m'interessava meno erano proprio i gol. La mia preoccupazione principale era che la squadra andasse bene e riuscisse a rimanere in Serie A. Era questa la mia mentalità».

Nel tuo primo anno l'Atalanta arrivò decima, nel secondo arrivò la retrocessione. Che cosa cambiò tra quelle due stagioni?
«Nel mio primo anno la squadra fece bene, nonostante un inizio di campionato un po' difficile. Il secondo anno, invece, m'infortunai e dovetti sottopormi a un'operazione al ginocchio. Purtroppo la squadra non seppe essere all'altezza di quello che sarebbe stato necessario per mantenere la categoria. Sono cose che nel calcio possono succedere, ma purtroppo arrivò la retrocessione. Fu un vero peccato soprattutto per la gente di Bergamo e per i tifosi. La tifoseria bergamasca è davvero meravigliosa e mi è dispiaciuto molto per loro».

Quando hai lasciato Bergamo per andare al Real Madrid, con quali aspettative sei partito? E cosa sentivi di lasciarti alle spalle?
«La mia partenza da Bergamo fu una sorpresa, perché nessuno se lo aspettava. Eravamo nel periodo della preparazione quando improvvisamente emerse la possibilità che il Real Madrid m'ingaggiasse. Fu qualcosa d'inaspettato. Lasciavo alle spalle due anni bellissimi trascorsi a Bergamo, gli amici e tante persone alle quali mi ero affezionato. Tutto questo mi è mancato molto, soprattutto nei primi mesi dopo il mio arrivo in Spagna».

In passato hai raccontato di avere ancora molti amici a Bergamo. È ancora così? Sei più tornato in città da allora?
«Gli amici si lasciano un po' ovunque nel corso della vita. A Bergamo ho ancora amici e persone che ho conosciuto e che si sono comportate davvero molto bene con me. Ricordo soprattutto Luciano, Enza, Daniela, che purtroppo è venuta a mancare e che riposi in pace, e Arianna. Ricordo anche la trattoria Da Giuliana e tanti ex compagni di squadra, come Gallo, Carrera, Foglio e Domenico Morfeo. Sono tutte persone che ho incontrato lungo il mio cammino. Nella vita si conoscono tante persone e alcune lasciano ricordi che rimangono nel tempo. Purtroppo è da moltissimi anni che non torno a Bergamo. Mi piacerebbe poterlo fare appena ne avrò la possibilità. Attualmente mi trovo a Montevideo, dove sto lavorando molto, e non ho tanto tempo a disposizione per viaggiare e andare a trovare le persone nei luoghi ai quali sono rimasto legato».

Ti piacerebbe tornare oggi, magari per vedere una partita dell'Atalanta?
«Certamente, Bergamo è sempre nei miei ricordi. Prima di tutto la città e la sua gente, poi, naturalmente, anche il club. Mi piacerebbe moltissimo tornare. Come dicevo, purtroppo in questo momento non ho molto tempo, ma spero in futuro di poter tornare a Bergamo e in Italia. Mi piacerebbe soprattutto vedere il nuovo stadio, che ancora non conosco. Sarebbe davvero molto bello poter assistere a una partita dell'Atalanta».

Alcuni anni dopo sei tornato in Italia per giocare nel Venezia. Che ricordo conservi di quell'esperienza?
«Dopo alcuni anni ebbi la fortuna di tornare in Italia e mi ritrovai a giocare nel Venezia. Venezia è una delle città più belle del mondo, anche se io vivevo a Mestre. È una squadra particolare, con uno stadio altrettanto particolare, che si trova in mezzo all'acqua. È stata un'esperienza unica, che consiglierei a qualsiasi allenatore e a qualsiasi calciatore. Anche il Venezia è una squadra che ricordo con grandissimo affetto».

Quando sei arrivato al Venezia, hai parlato di una rivincita. Che cosa intendevi esattamente?
«Parlavo di rivincita soprattutto perché avevo trascorso due anni a Bergamo senza riuscire a dare tutto quello che avrei potuto dare come calciatore. Speravo quindi di riuscire finalmente a esprimermi al massimo delle mie possibilità. Ero diventato più maturo, conoscevo già il campionato italiano e avevo una maggiore esperienza. Quell'anno le cose andarono abbastanza bene dal punto di vista personale. Al di là del fatto che la squadra retrocesse, credo che il mio rendimento sia stato buono».

Atalanta e Venezia sono state due esperienze molto diverse. Che cosa ti hanno lasciato?
«Sono state due esperienze differenti soprattutto per il momento della carriera in cui le ho vissute. Quando arrivai a Bergamo ero molto giovane, non conoscevo il campionato italiano e dovetti adattarmi gradualmente a una realtà completamente nuova. Quando invece arrivai al Venezia ero già un giocatore che aveva disputato diverse partite importanti, avevo giocato in Nazionale e avevo alle spalle un percorso diverso. Avevo acquisito maggiore esperienza e maturità. Credo che questa sia stata la differenza più grande tra le due esperienze».

Hai ancora occasione di seguire l'Atalanta? Che impressione ti ha fatto la squadra fino a oggi?
«Seguo l'Atalanta ogni volta che ne ho la possibilità. Negli ultimi anni, anzi ormai da parecchio tempo, il club è cresciuto moltissimo. Oggi è una squadra importante nel campionato italiano, che si trova costantemente tra le prime cinque o sei posizioni e che è riuscita anche a conquistare l'Europa League. L'Atalanta è cresciuta enormemente come società e soprattutto dal punto di vista delle infrastrutture. Credo che fosse esattamente quello che il club e la città meritassero. Vedere una squadra nella quale ho giocato raggiungere questi livelli mi riempie davvero di orgoglio».

Hai conosciuto un'Atalanta molto diversa da quella di oggi. Da commentatore, come ti spieghi la crescita che ha portato il club nerazzurro ad affermarsi anche in Europa?
«Oggi il mio lavoro consiste nel commentare le partite e analizzare le società calcistiche, quindi osservo questa crescita anche dal punto di vista di un analista. Credo che alla base ci sia soprattutto il buon lavoro svolto negli anni. È fondamentale avere dei progetti, circondarsi di persone serie, che conoscano il calcio, e soprattutto dare continuità ai progetti sportivi. Penso che l'Atalanta abbia fatto proprio questo. Il club ha saputo mantenere una struttura importante e dare continuità al lavoro, soprattutto attraverso l'allenatore. Alla fine tutto questo ha prodotto dei risultati e ha portato grandi soddisfazioni. Credo che la gente di Bergamo debba essere molto contenta di quanto è stato costruito e dei risultati raggiunti».

Conosci molto bene il calcio uruguaiano: c'è attualmente qualche giovane talento che consiglieresti all'Atalanta?
«Il calcio uruguaiano negli ultimi anni è migliorato soprattutto dal punto di vista delle infrastrutture. Sotto l'aspetto sportivo siamo ancora un po' lontani dai livelli più alti, soprattutto da quelli europei, ma l'Uruguay continua a essere un grandissimo vivaio di talenti. Molte persone non riescono a capire come un Paese con appena tre milioni di abitanti riesca a produrre ogni anno così tanti calciatori. Qualche giovane interessante c'è sicuramente. Penso, per esempio, a Nahuel Herrera, il difensore centrale del Peñarol. Credo che sarebbe un difensore meraviglioso per l'Atalanta. È un giocatore che, secondo me, possiede tutte le qualità per giocare in un club come quello nerazzurro, ma anche in una squadra ancora più importante del campionato italiano o del panorama internazionale».

Da ex giocatore di entrambe le squadre, che Atalanta-Venezia ti aspetti?
«Credo che, considerando la posizione in classifica delle due squadre, sarà una partita che avrà un significato completamente diverso per l'Atalanta e per il Venezia. Il Venezia credo stia lottando per la salvezza, anche se il campionato è appena cominciato, mentre l'Atalanta punta alle posizioni più alte della classifica, con l'obiettivo di qualificarsi per le competizioni europee. Sono quindi due squadre che affrontano la stessa partita, ma che si giocano obiettivi differenti, ciascuna il proprio campionato. Mi auguro soprattutto che sia una bella partita e che i tifosi possano divertirsi».

A distanza di trent'anni, nei ricordi di Federico Magallanes c'è ancora spazio per Bergamo e per le persone che hanno accompagnato i suoi primi passi nel calcio italiano. Due stagioni vissute tra entusiasmo, difficoltà e qualche rimpianto, ma capaci di lasciare un legame che il tempo non ha cancellato. Oggi l'Atalanta è una realtà diversa da quella che aveva conosciuto da ragazzo e vederla crescere è per lui motivo di orgoglio. Resta, però, un desiderio, espresso con semplicità: tornare in città, scoprire la New Balance Arena e assistere ancora a una partita della Dea. Magari ritrovando qualcuno di quegli amici che, dopo tanti anni, continua a ricordare nome per nome.

© Riproduzione Riservata

Sezione: Primo Piano / Data: Ven 09 ottobre 2026 alle 01:00
Autore: Claudia Esposito
vedi letture