Il ventunesimo scudetto dell'Inter porta una firma chiara, inequivocabile, impressa a fuoco nella mente di chi sa come si vince sia sul rettangolo verde che dalla panchina. Per Fabio Capello, il vero volto del trionfo nerazzurro è quello di Cristian Chivu, capace di compiere un autentico miracolo psicologico su un gruppo che sembrava destinato a crollare sotto il peso dei rimpianti europei.
PARAGONE ILLUSTRE - L'impatto del tecnico rumeno alla sua prima vera grande esperienza ricorda da vicino gli esordi dello stesso ex allenatore ai tempi del Milan. Il capolavoro dell'attuale guida interista è stato innanzitutto mentale: bisognava cancellare le scorie velenose della finale di Champions League persa l'anno scorso contro il Paris Saint-Germain. Un trauma sportivo difficilissimo da metabolizzare, ma che l'allenatore ha saputo disinnescare, restituendo ai giocatori l'autostima e la totale fiducia nei propri mezzi, gettando così le basi per un percorso straordinario che ora guarda dritto al possibile «doblete» con la finale di Coppa Italia in programma mercoledì 13 maggio.
L'OSTACOLO PARTENOPEO E LE INFERMERIE PIENE - Ai nastri di partenza, le gerarchie non erano affatto scontate. Sulla carta, l'unica vera antagonista accreditata era il Napoli di Antonio Conte. Entrambe le contendenti hanno dovuto fare i conti con infermerie fin troppo affollate: se i campani hanno sofferto, i meneghini non sono stati da meno, dovendo rinunciare a lungo a pedine nevralgiche come Hakan Calhanoglu e Denzel Dumfries, la cui prolungata assenza sulla corsia olandese ha pesato parecchio nell'economia del gioco. Nonostante fisiologici cali di tensione all'interno dei novanta minuti, con frazioni di gioco dominate e successivi momenti di appannamento, la straripante qualità della rosa ha fatto la differenza sulla lunga distanza.
IL FLOP EUROPEO E IL LEADER MAXIMO - Resta indubbiamente l'amaro in bocca per il cammino europeo, interrotto inaspettatamente ai playoff contro il Bodo. Una delusione che, dopo i fasti della passata stagione, brucia ancora, ma – come analizza La Gazzetta dello Sport – l'abilità del mister è stata proprio quella di non far crollare il castello alle prime vere difficoltà. In campo e fuori, l'ancora di salvezza assoluta è stata Lautaro Martinez. L'attaccante argentino si è caricato la squadra sulle spalle, ergendosi a motivatore incessante e collante dello spogliatoio anche durante i suoi stop fisici. I suoi gol sono stati determinanti, ma l'esempio carismatico lo è stato infinitamente di più.
ZOCCOLO DURO E NUOVI INNESTI - La solidità di questa cavalcata poggia saldamente anche su una marcata identità tricolore. Il massiccio blocco italiano ha garantito un senso di appartenenza feroce nei momenti di sbandamento, esaltando il talento in rampa di lancio di un Pio Esposito ormai, per usare le parole di Capello, «diventato grande». Sul fronte dei volti nuovi, se l'esperienza di Manuel Akanji rappresentava un porto sicuro ampiamente preventivabile, a rubare l'occhio è stato lo strapotere in prospettiva di Luka Sucic: il centrocampista croato ha le stimmate del predestinato, pronto a marchiare a fuoco la mediana per gli anni a venire, mettendo in ombra l'impatto degli altri acquisti come Diouf, Bonny e Luis Henrique.
SCENARI DI MERCATO - Guardando alle strategie future per confermarsi in Serie A e tornare a dettare legge in Europa, le esigenze appaiono ben delineate, pur con l'incognita dei bilanci societari da rispettare. L'attacco, ad oggi, rasenta la perfezione e non necessita di stravolgimenti, mentre urgono innesti mirati negli altri settori: serviranno un nuovo portiere, un difensore centrale di grande spessore e, soprattutto, un centrocampista capace di far rifiatare il faro turco in cabina di regia senza farne rimpiangere le geometrie.
La ricetta per aprire un vero e proprio ciclo è tracciata: adesso la palla passa alla scrivania, per trasformare il trionfo odierno nel dominio incontrastato di domani.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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