Nel calcio, la magnanimità non è mai una virtù, specialmente quando si traduce nel dispensare punti salvezza ad avversari tecnicamente inferiori. L'Atalanta sta scoprendo a proprie spese quanto sia costosa questa "generosità": un difetto strutturale che attraversa l'intera stagione e che rischia di trasformare la rincorsa europea in un percorso a ostacoli. Tra un approccio mentale rivedibile e una gestione del risultato deficitaria, i nerazzurri devono ritrovare quel cinismo provinciale che sembra aver lasciato spazio a una pericolosa presunzione.
È un filo rosso che lega la gestione Juric a quella attuale di Palladino: l'incapacità di azzannare le partite contro le cosiddette "piccole". Se con il tecnico croato il bilancio piangeva per i pareggi con Pisa, Parma e Cremonese e i tonfi con Udinese e Sassuolo, la musica non è cambiata con il nuovo corso. Il passo falso di Verona e il recente pari di Pisa (senza dimenticare la vittoria fortunosa a Genova, arrivata solo grazie a un errore del portiere e a un guizzo di Hien nel recupero) certificano una tendenza preoccupante. La squadra sembra soffrire di un calo di tensione automatico quando l'avversario non ha un nome altisonante, trascinando verso il basso anche le prestazioni dei singoli, dai veterani ai giovani.
L'ALIBI DEL TURNOVER - Puntare il dito contro le rotazioni di Palladino, come accaduto dopo la trasferta toscana, significa guardare il dito e non la luna. L'Atalanta vanta una delle panchine più profonde e qualitative della Serie A: schierare gente come Hien, Musah o Pasalic non può essere considerato un indebolimento. Il problema non risiede nei nomi, ma nell'elettricità che scorre — o meglio, non scorre — nelle gambe di chi scende in campo. È sulla testa e sulla "cattiveria" agonistica che l'allenatore deve intervenire, perché le riserve dell'Atalanta sarebbero titolari in tre quarti delle squadre del campionato.
EQUIVOCI TATTICI E MERITI ALTRUI - Semmai, qualche perplessità può nascere dalla lettura della gara in corso. A Pisa, la scelta di inserire Raspadori come unica punta, togliendo un riferimento fisico, ha lasciato qualche dubbio, parzialmente corretto dall'ingresso tardivo di Krstovic. Il passaggio al 4-2-3-1, nel tentativo di vincerla, ha finito per togliere certezze a una difesa costruita per giocare a tre, esponendo la squadra al pari di Durosinmi. Un risultato che, numeri alla mano, è persino stretto ai toscani: più tiri totali (14-9), più conclusioni in porta (6-4) e un Carnesecchi costretto agli straordinari per evitare il peggio. In una Serie A dominata dal tatticismo, dove anche le big faticano (vedi Napoli e Inter nell'ultimo turno), non saper gestire il vantaggio è un peccato capitale.
LA DOPPIA FACCIA EUROPEA - Il vero mistero è la metamorfosi che avviene quando risuona l'inno della Champions - scrive L'Eco di Bergamo -. Lì, l'Atalanta si trasforma: intensità, adrenalina e applicazione tattica sono massimali, complice anche l'atteggiamento più aperto degli avversari. C'è da scommetterci che mercoledì, contro l'Athletic Bilbao, vedremo una squadra diversa, all'altezza della situazione come già successo a Marsiglia o col Chelsea. Ma attenzione a non cadere nell'errore di snobbare il campionato: vincere la Coppa dalle grandi orecchie è un'impresa titanica, mentre la via maestra per tornare in Europa (qualsiasi essa sia) passa dai punti fatti a Pisa, Verona o Parma.
CAMBIO DI ROTTA NECESSARIO - Se con Juric le difficoltà emergevano anche in casa, con Palladino il blocco sembra essere prevalentemente da trasferta, dove il fattore ambientale carica gli avversari. Ora il calendario offre l'assist della sfida casalinga contro il Parma: un appuntamento da non fallire per mettere nel mirino il Como e il quarto posto. Per tornare a sognare in grande, l'Atalanta deve smettere di essere la crocerossina del campionato e ricominciare a essere spietata. A partire da subito.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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