Il disastroso bilancio della Nazionale italiana impone una rifondazione totale e i nomi in cima alla lista dei desideri portano a due pesi massimi della panchina: Antonio Conte e Massimiliano Allegri. A tracciare l'identikit perfetto per il futuro commissario tecnico azzurro è una voce di assoluta e indiscussa autorevolezza come quella di Fabio Capello, il quale analizza senza filtri la profonda crisi del nostro movimento calcistico, inchiodato all'incredibile macchia di tre Mondiali consecutivi saltati, e viviseziona le candidature dei due pluridecorati allenatori chiamati alla potenziale e titanica impresa di rialzare le sorti del Paese.
L'USATO SICURO E LA NOVITÀ - La bilancia dei palmarès pende in maniera quasi paritaria tra i due contendenti, superati in attività solamente da mostri sacri come Carlo Ancelotti e Roberto Mancini. Secondo l'ex santone di Milan e Roma, il nocchiero partenopeo godrebbe di un vantaggio strategico non indifferente, conoscendo già a menadito le pressioni e le dinamiche di Coverciano grazie al brillante biennio 2014-2016. «Per lui sarebbe certamente un punto a favore, saprebbe benissimo a cosa va incontro, pur dovendo fare i conti con uno scenario irrimediabilmente peggiorato rispetto a dieci anni fa», sottolinea don Fabio. Discorso diverso per il tecnico livornese, per il quale il ruolo di selezionatore rappresenterebbe un salto nel buio totale. Tuttavia, le sue proverbiali doti da gestore garantiscono un rapido adattamento: «Max è estremamente sveglio, ci metterebbe pochissimo a decifrare il nuovo meccanismo, anche se necessiterebbe di un minimo periodo di fisiologico rodaggio».
IL DISTACCO QUOTIDIANO E LA COMUNICAZIONE - Guidare un club e guidare una nazione sono due universi visceralmente differenti. Il gap principale risiede nella mancanza del contatto quotidiano con il gruppo squadra. Il ct è costretto a vivere infortuni e cali di forma da spettatore esterno, fino al tanto atteso raduno. Un ostacolo che l'intelligenza tattica e manageriale dell'ex mister juventino saprebbe aggirare con grande scaltrezza. C'è però un dettaglio prezioso in cui il toscano eccelle rispetto al rivale leccese: le pubbliche relazioni. «Allegri possiede una marcia in più a livello comunicativo, un aspetto cruciale per chi siede su quella panchina. In passato, Antonio si è rivelato in certe occasioni decisamente meno diplomatico», osserva l'esperto opinionista.
LA CRISI DEI VIVAI E IL NODO DEI BLOCCHI - Il vero dramma contemporaneo è la scomparsa dello zoccolo duro tricolore. Non ci sono più i vari Gianluigi Buffon, Andrea Barzagli, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini a fare da impenetrabile corazza protettiva. Oggi ci si aggrappa a sprazzi al nucleo interista, troppo poco per fondare un ciclo vincente duraturo. «Il primo consiglio che darei a chiunque accetti l'incarico è proprio quello di creare immediatamente una base solida puntando sul blocco di una squadra del nostro campionato», suggerisce saggiamente il dirigente friulano – come riferisce La Gazzetta dello Sport – pur ammettendo l'oggettiva difficoltà dell'impresa ai giorni nostri. Il livello medio dei calciatori nostrani è colato a picco, rendendo il lavoro di selezione una vera e propria via crucis. Un vuoto pneumatico che piazze virtuose e coraggiose cercano faticosamente di colmare: non a caso, realtà all'avanguardia come l'Atalanta plasmata da Raffaele Palladino provano a invertire la tendenza, coltivando talenti da lanciare nel palcoscenico della New Balance Arena per offrire iniezione di qualità all'intero movimento.
IL FUOCO SACRO E LA RESPONSABILITÀ - Al netto di contratti faraonici in essere e clausole vincolanti, la scelta di sedersi sulla poltrona più rovente d'Italia non può essere derubricata a mera logica di convenienza professionale. Capello, che in passato ha rifiutato in prima persona l'incarico proprio per non aver avvertito la giusta spinta emotiva, lancia un messaggio inequivocabile ai due candidati: «Questa panchina non si accetta per freddo calcolo. È un ruolo che richiede puro sentimento e responsabilità assoluta. Quando risuona l'inno di Mameli non stai lavorando per un'azienda, ma stai incarnando la tua nazione». Il rischio di bruciarsi per tecnici di questo calibro è reale, ma l'appello finale suona come una liberatoria e disperata chiamata alle armi: «Il vero ragionamento è capire se sentono dentro il fuoco sacro per la rinascita. Anche perché, onestamente, fare peggio di quello a cui abbiamo assistito negli ultimi anni è praticamente impossibile».
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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