Le etichette nel mondo del calcio sanno essere spietate e indelebili, ma le radici vere, quelle coltivate con sudore e passione, non si recidono mai. Lo sa perfettamente Marco Pacione, indimenticato bomber che ha legato i suoi anni più verdi e spensierati all'Atalanta, prima di spiccare il volo verso le vette del pallone italiano e scontrarsi con la dura realtà di una notte stregata in Coppa dei Campioni. Oggi, a distanza di decenni, l'ex centravanti riavvolge il nastro di una carriera intensissima, costellata da cadute fragorose, gloriose rinascite e un legame affettivo indissolubile con il popolo orobico.
LE RADICI BERGAMASCHE E IL MITO DI PACIO-GOL - Prima delle luci di Torino e dei grandi palcoscenici internazionali, c'è stata la fondamentale culla nerazzurra. Un periodo cruciale che ha forgiato l'uomo ancor prima del calciatore. «I bergamaschi mi hanno voluto un bene dell'anima e sono profondamente legato a loro e al club», confida con sincera emozione. Il suo passato è letteralmente incastonato nelle fondamenta della società lombarda: «Da ragazzo ho vissuto per ben tre anni e mezzo all'interno del convitto dell'Atalanta, la celebre Casa del Giovane». Un affetto totalmente ricambiato nel tempo, tanto che la dirigenza lo invita regolarmente agli eventi ufficiali più importanti, come accaduto di recente per l'inaugurazione del monumento celebrativo per il trionfo in Europa League.
L'INCUBO EUROPEO E LA FORZA DELLA RESILIENZA - Il passaggio alla Juventus rappresentava il definitivo salto di qualità. Ma il destino, spesso beffardo, lo attendeva al varco nei quarti di finale contro il Barcellona nella stagione 1985-86. Due occasioni nitide fallite sullo zero a zero condannarono i piemontesi all'eliminazione. «Quella notte mi ha un po' rovinato la carriera – ammette con totale onestà –, ma non ho nulla da rimproverarmi. Sulla prima clamorosa chance Michael Laudrup mi servì un bel pallone, ma il campo era in pessime condizioni, la sfera rimbalzò malissimo e io sbagliai calciando d'esterno. Fu un mio errore, non cerco alcun alibi. Il rammarico vero fu l'uscita dalla coppa». Quella partita si trasformò in un fantasma ingombrante, un tormentone che l'opinione pubblica gli ha ricordato in continuazione, ma con cui ha saputo convivere senza farsi schiacciare.
LO SCUDETTO E IL NOBILE GESTO DELL'AVVOCATO - Nonostante il macigno dell'etichetta, l'esperienza in bianconero portò in dote un tricolore vinto in volata sulla Roma, in uno spogliatoio popolato da giganti assoluti come Michel Platini e Gaetano Scirea, sotto la saggia guida di Giovanni Trapattoni. L'anno successivo, ceduto al Verona, ci fu un curioso e signorile incrocio con Gianni Agnelli. – come ripercorre l'intervista de La Gazzetta dello Sport – nel pre-partita di una sfida contro la Vecchia Signora, l'Avvocato gli andò incontro nei corridoi dello stadio: «Mi salutò dicendo che stavo andando bene in Veneto e che era la conferma che con me ci avevano visto giusto. Una sensibilità rara». Un complimento a cui l'attaccante rispose a modo suo, siglando una clamorosa doppietta proprio in quella gara di ritorno. Purtroppo, un fisico possente votato al sacrificio e alle sportellate gli presentò un conto salatissimo: a soli trentuno anni, logorato dai problemi alle cartilagini, fu costretto al ritiro.
UNA VITA PER IL CHIEVO E IL DOLORE DEL FALLIMENTO - La seconda vita calcistica si è poi tinta di gialloblù, con ben ventisei anni trascorsi nel ruolo di team manager per il Chievo, al fianco della famiglia Campedelli. I ricordi spaziano dalla gioia incontenibile per la vittoria a San Siro contro l'Inter stellare di Ronaldo e Christian Vieri, fino alle notti magiche europee. Poi, l'improvviso e inaccettabile crack finanziario. «È una ferita squarciata che non guarirà mai – confessa con estrema amarezza –. Qualcuno ha deciso che il club dovesse morire, eppure si poteva evitare».
Il richiamo del pallone, però, resta una malattia incurabile. Dopo un'annata da talent scout, la prossima stagione lo vedrà in sella come direttore sportivo in Serie D. Perché la passione viscerale, quella germogliata da ragazzino tra le mura del convitto di Bergamo, non smette mai di bruciare.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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