Il fischio finale al Meazza si è trasformato nell'esatta e drammatica fotocopia del recente derby meneghino, consegnando agli archivi un'Inter furibonda e accerchiante nei confronti della terna arbitrale. Ma al netto delle furiose polemiche, la vera notizia di giornata è la titanica prova di sopravvivenza dell'Atalanta guidata da Raffaele Palladino: una squadra reduce dall'umiliazione bavarese che, pur soffrendo le pene dell'inferno, ha saputo graffiare nel momento decisivo, mandando in tilt le certezze della capolista e azzerandone la lucidità.
IL CROLLO MENTALE MENEGHINO - La corazzata milanese ha improvvisamente smarrito la propria serenità. Con un misero punto raccolto negli ultimi due impegni, il rassicurante margine in vetta rischia di assottigliarsi a sole cinque lunghezze di vantaggio sul Milan, quando all'orizzonte restano nove infuocate tornate al traguardo. La paura fa capolino tra le mura amiche, alimentata dalla perdita di controllo di Cristian Chivu. L'esordiente tecnico ha gettato alle ortiche la consueta maschera zen, facendosi espellere per un plateale e inopportuno sfogo nei minuti di recupero, infondendo ulteriore e deleteria tensione a un gruppo che necessitava disperatamente di calma per gestire gli assalti finali.
GLI EPISODI INCRIMINATI - L'ira funesta dei padroni di casa si concentra inevitabilmente sulla direzione arbitrale. Nel mirino c'è la rete del pareggio orobico: Denzel Dumfries cade a terra lamentando un fallo di Kamaldeen Sulemana, ma il contatto appare più come un ruvido contrasto di gioco che come una scorrettezza palese. Sulla respinta di Yann Sommer, il tap-in ospite diventa un gioco da ragazzi. Molto più spinosa, invece, la dinamica avvenuta un giro di lancette più tardi, quando un intervento scomposto di Giorgio Scalvini su Davide Frattesi all'interno dell'area di rigore avrebbe forse meritato ben altra sanzione, con il VAR colpevolmente latitante. Un cambio di metro di giudizio che forse, a livello inconscio, fa scontare alla capolista l'eco mediatico delle recenti furbizie di Alessandro Bastoni.
LE COLPE DELLA CAPOLISTA - Al di là delle recriminazioni - scrive La Gazzetta dello Sport -, l'Inter è l'unica vera artefice del proprio inciampo. Una squadra con ambizioni da Scudetto ha il dovere di azzannare la giugulare di un'Atalanta presentatasi a Milano avvilita nel fisico e nell'animo. I padroni di casa, passati in vantaggio grazie alla rete di Francesco Pio Esposito (bravo a capitalizzare l'ottimo assist di Nicolò Barella sfruttando un'indecisione in chiusura di Mario Pasalic e un intervento imperfetto di Marco Carnesecchi), hanno fallito clamorosi match-point, sbattendo sulle imperdonabili imprecisioni di Marcus Thuram e Ange-Yoan Bonny. È mancata la bava alla bocca, quell'agonismo disperato visto solo nelle sortite del monumentale Carlos Augusto, mentre senatori come Henrikh Mkhitaryan, Piotr Zielinski e Luka Sucic si sono persi nell'anonimato, facendo rimpiangere la leadership degli assenti Hakan Calhanoglu e Lautaro Martinez.
LA RINASCITA E LE MOSSE DELLA DEA - La compagine orobica ha vissuto due partite in una. Inizialmente bloccata dal trauma europeo, ha rinunciato alla proverbiale allegria del pressing alto, subendo la dirompenza fisica avversaria (come in occasione del gol subito, dove Dumfries ha letteralmente spazzato via Sead Kolasinac, cosa che il tenero Luis Henrique non era mai riuscito a fare). Nella ripresa, però, la magistrale lettura tattica della panchina ha ribaltato l'inerzia. L'inserimento di Ederson in cabina di regia, l'avanzamento di Pasalic sulla trequarti e il dinamismo di Sulemana hanno cambiato il volto al match. La scossa elettrica definitiva è arrivata dai piedi di Nikola Krstovic, subentrato allo spento Gianluca Scamacca, rapace nell'approfittare dell'evidente calo atletico dei milanesi e spingere in rete il pallone del pareggio.
Mentre a Milano ci si siede in poltrona sperando disperatamente che la Lazio di Pedro fermi la rincorsa rossonera, a Bergamo si festeggia un punto di inestimabile valore, un trofeo invisibile da riportare con fierezza tra le mura della New Balance Arena. La tempesta è passata, il cuore della Dea batte ancora fortissimo.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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