Guerriero in campo, papà affettuoso a casa dove lo aspettano la moglie Sara, le bimbe Camilla e Giulia ed il piccolo Luca. Indossare la maglia dell'Atalanta, la sua seconda famiglia, è per lui motivo d'orgoglio, ma, da buon bergamasco, anche una grossa responsabilità. I due volti di Cristian Raimondi: guerriero in campo, papà affettuoso fuori. Un pendolino che macina chilometri e solca la fascia destra con la maglia nerazzurra tatuata sulla pelle, ma anche e soprattutto un padre premuroso e affettuoso che ama giocare con i suoi tre figli. E un ragazzo di sani principi e valori veri, importanti.
Ma Raimondi che papà è?
"Cerco di essere molto presente e sono abbastanza buono. Un bravo papà diciamo".
"Bravo Papà" è anche il premio che hai ricevuto dall'Atalanta Club della Val Gandino (vedi articolo dedicato qui sul sito).
"Mi ha fatto piacere, ho trovato una bella atmosfera. Una bella iniziativa".
Con tre figli ormai sei pronto alla laurea come papà.
"Ma il grosso del lavoro lo fa mia moglie Sara. Poi quando torni a casa e trovi il sorriso dei tuoi bimbi ti passa qualsiasi pensiero. Noi abbiamo sempre desiderato avere tre figli e sono arrivati: c'è Camilla, 5 anni, poi Giulia, 3 anni, infine lo scorso agosto è nato Luca".
Finalmente un maschietto?
"Non avevamo preferenze, ma dopo due femmine, siamo stati contenti che sia arrivato un maschietto".
Seguirà le tue orme?
"L'importante è che faccia quello che gli piace di più. Io gli trasmetterò la passione per il calcio e lo spirito del sacrificio. E il primo regalo sarà un pallone e una maglietta dell'Atalanta. Già ora per giocare gli faccio calciare una pallina mentre lo tengo in braccio. E gli piace. Intanto ha già ricevuto quella del "Progetto neonati Atalantini" e presto la farò firmare dai miei compagni. Le due bimbe invece hanno già la loro personalizzata".
Li hai già portati a vedere le tue partite?
"Quando vengono allo stadio portano bene. L'anno scorso col Portogruaro, sono entrato, ho fatto un assist e siamo stati promossi. E quando sono nate le due bambine, la partita successiva ho anche fatto gol".
Un episodio da raccontare che ti è rimasto dentro?
"E' fresco di domenica scorsa: Giulia stava guardando la partita in tv e quando ho preso una botta in testa e sono rimasto a terra, è scoppiata a piangere. Poi quando sono tornato a casa mi guardava con gli occhi ancora terrorizzati".
L'altra tua famiglia invece è a Zingonia, vero?
"L'Atalanta è la mia seconda famiglia. Ripenso ai tanti sacrifici fatti, ai panini mangiati di corsa per non perdere il pulmino, ai compagni di viaggio che finivano per diventare i tuoi amici: c'erano Mauro e Matteo Minelli, Diego Pianetti, Paolo Goisis, Stefano Salandra. Si partiva all'una e si tornava alle sette di sera, spinti dalla voglia e il sogno di diventare calciatori".
Un ricordo di quegli anni?
"Dopo le partite, io e Pianetti volavamo allo stadio accompagnati da mio papà. Andavamo anche in coppa Italia: e quella volta col Cagliari anche io scavalcai per entrare in campo a spalare la neve. Fu poi una bellissima partita e io sentivo un po' mia quella vittoria".
La passione per l'Atalanta te l'ha trasmessa tuo padre?
"In realtà lui era juventino, ma per me che giocavo nell'Atalanta e sono sempre stato molto attaccato alla mia città, diventare atalantino è stato un passaggio naturale. Arrivare a giocare Atalanta-Juve due mesi fa è stata una grande emozione, la ciliegina sulla torta. E non nego che ogni volta che gioco sento l'emozione di indossare questa maglia, forse anche troppo. Se sbaglio ho paura di deludere qualcuno e mi sento in colpa. Un passaggio sbagliato con questa maglia per me pesa di più di un passaggio sbagliato con quella del Vicenza per esempio".
Il 2012 però per te è cominciato bene.
"Sono soddisfatto, ho fatto le mie 5-6 presenze da titolare e le ho fatte penso bene. Ma quando sei in un gruppo come il nostro capisci subito l'importanza di farsi trovare pronto. Non è facile quando magari stai in tribuna o in panchina, ma più stai fuori e più hai voglia di dimostrare che puoi dare una mano. Ho sotto gli occhi l'esempio ogni giorno di Bellini e di altri grandi professionisti come Ferri che si allenano come se dovessero giocare sempre. Questo è il segreto per essere un grande gruppo come il nostro. E alla lunga ti togli delle belle soddisfazioni".
Battere il Parma intanto vorrebbe dire ipotecare la salvezza?
"E' vero che stiamo facendo un campionato fantastico, ma io parlerò di salvezza solo quando avremo 40 punti. Se avessimo tutti i nostri punti, battendo il Parma andremmo a 41 punti e potremmo dire di essere salvi, ma ora siamo a 32 quindi è presto per fare certi discorsi".
(foto www.atalanta.it)
Autore: Luca Bonzanni
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