La supersfida della New Balance Arena si avvicina a grandi passi e, per inquadrare una semifinale che vale un'intera stagione, le parole di Daniele Filisetti risuonano con l'autorevolezza di chi ha vissuto intensamente entrambe le piazze. L'ex difensore, cresciuto a pane e calcio all'ombra delle Mura Venete per poi spiccare il volo verso la Capitale, offre una disamina lucida che abbraccia non solo le questioni tattiche del presente, ma scava profondamente nei mali strutturali del sistema calcistico italiano e nella rapida evoluzione dell'ambiente bergamasco.
LO SCONTRO DI COPPA E LE TRANSIZIONI IN PANCHINA - Analizzando il delicato momento delle due contendenti, Filisetti inquadra un'annata vissuta sulle montagne russe da ambo le parti. Sulla sponda lombarda, la gestione tecnica affidata a Raffaele Palladino si è trovata di fronte all'ardua impresa di raccogliere la pesantissima eredità lasciata da Gian Piero Gasperini. «L'Atalanta ha disputato una stagione tutto sommato positiva – osserva l'ex nerazzurro – ripetere i fasti del passato recente era quasi impossibile. Il tecnico ha saputo dare una sua impronta ben precisa, agevolato da un ambiente in cui è storicamente più semplice fare calcio rispetto a Roma».
Sull'altro fronte, la delusione per il campionato laziale è palpabile, nonostante la prova di forza sfoderata contro il Napoli. A pesare sulle spalle di Maurizio Sarri è soprattutto il clima di profonda tensione che si respira attorno alla dirigenza: «I tifosi non sono sprovveduti, sanno capire se il gruppo suda la maglia e si impegna. Le reali criticità, in questo momento storico, derivano dall'atteggiamento verticistico e distaccato del presidente».
LA LEZIONE SUI GIOVANI E L'OSSESSIONE DELLA VITTORIA - – come confida a L'Eco di Bergamo – l'ex calciatore non usa mezzi termini per denunciare la deriva tossica dei settori giovanili odierni, individuando proprio in questa esasperazione agonistica la radice dei recenti disastri della Nazionale azzurra. «Il mio segreto è sempre stato quello di non focalizzarmi sul denaro, ma di scendere in campo spinto esclusivamente dalla passione. Oggi, purtroppo, ai ragazzi viene insegnato maniacalmente l'imperativo di vincere, trascurando totalmente il loro miglioramento individuale. Il talento necessita di essere aspettato ed ascoltato, ma gli allenatori dei vivai attuali vengono valutati unicamente in base ai risultati del fine settimana. Ai miei tempi, pur non essendo un fenomeno sul piano puramente tecnico, pensavo solo a giocare e divertirmi, e il livello si alzava gradualmente misurandomi con avversari sempre più forti».
IL RICORDO DELLA SERIE C E L'ANIMA BERGAMASCA - Volgendo lo sguardo al passato, i ricordi si tingono di una dolceamara nostalgia per un calcio e una dimensione che non esistono più. Gli anni vissuti con la maglia atalantina furono tra i più complessi della storia del club, segnati dall'onta dell'unica retrocessione in Serie C sotto l'egida di un giovane Facchetti. «Nonostante il declassamento avevamo un organico valido e fummo abili a risalire immediatamente la china. In quell'annata vinsi persino il Guerin d'Oro di categoria a soli ventidue anni. Rispetto ad allora, forse l'ambiente ha smarrito un po' della sua essenza più autentica: una volta i tifosi riempivano gli spalti della C per il puro senso di appartenenza, oggi si pretende sempre una squadra forte e vincente. Le dinamiche globali hanno cambiato le esigenze del club, che prima era una vera famiglia. Ricordo che dovevi sudare sangue per meritarti la squadra del tuo territorio, e non smetterò mai di ringraziare Giovanni Vavassori per avermi aiutato a diventare un professionista. All'epoca i tecnici fungevano prima da psicologi che da tattici».
IL TRASFERIMENTO NOTTURNO E I MITI DELLA CAPITALE - La consacrazione definitiva arrivò con un trasferimento lampo alla Lazio, consumatosi nello spazio di una notte a soli ventitré anni. «Ricevetti una telefonata alle undici di sera da Randazzo: mi intimò di preparare i bagagli perché la mattina seguente sarei decollato per Roma. Il mio cartellino fu valutato oltre un miliardo di vecchie lire. L'esperienza romana è stata semplicemente meravigliosa, ho avuto il privilegio inestimabile di condividere lo spogliatoio con campioni assoluti. Su tutti spicca Michael Laudrup, un talento inarrivabile, ma giocavo accanto a fenomeni del calibro di Vincenzo D'Amico e Bruno Giordano».
IL DUELLO SUL RETTANGOLO VERDE - Tornando all'attualità e all'incrocio senza appello di questa sera, l'ex baluardo prefigura una contesa estremamente muscolare e incerta. «I biancocelesti possiedono una forza fisica pazzesca e un potenziale offensivo espresso soltanto in parte, ma difettano di elementi in grado di saltare l'uomo con continuità rispetto all'Atalanta. Mi aspetto una partita che viaggerà costantemente sul filo del più totale equilibrio».
Le parole saggie e disincantate di chi ha calcato quei prati riecheggiano come un monito: in palio c'è una finale, ma il calcio farà bene a non dimenticare mai l'importanza della passione che lo anima.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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