C'è uno stadio, nel cuore di Milano, che ha esattamente un secolo più dell'Atalanta: l'Arena Civica fu inaugurata nel 1807, la Dea è nata nel 1907. Per duecento anni quel prato neoclassico in mezzo al Parco Sempione non ha avuto niente a che fare con Bergamo. Da cinque mesi, invece, sembra costruito apposta: il 29 aprile la Coppa Italia strappata alla Juventus ai rigori, ieri sera la Supercoppa vinta 4-3 contro la Fiorentina campione d'Italia, sotto un diluvio che ha trasformato la finale in una battaglia di fango e nervi.

La partita merita un riassunto perché è stata una di quelle che non capitano spesso. Al 15' il destro sotto l'incrocio di Matteo Colombo, nel momento di massima pressione viola; al 48' e al 52' due pareggi della Fiorentina, intervallati dal coscia di Perillo sulla sponda del capitano; al 68' un rigore concesso e sputato via dalla traversa; al 78' l'autorete nata dal pressing di Ciapini; all'81' la punizione dai venticinque metri di Cakolli, nove minuti dopo essere entrato; al 91' il 3-4 viola e, nel recupero, la punta delle dita di Sonzogni a togliere il 4-4 a un passo dalla linea. Sette gol, un rigore, un gol annullato dal Football Video Support, un portiere che sbaglia un'uscita e la recupera in tuffo. Un tabellino da leggere due volte.

Stiamo parlando di identità, non di risultati. Perché la statistica dice che questa è la terza Supercoppa nerazzurra — dopo quelle del 2019 e del gennaio 2021 con Massimo Brambilla, entrambe contro la Fiorentina alla New Balance Arena — e che l'Atalanta raggiunge Roma, Juventus e la stessa Fiorentina in cima all'albo d'oro. Tre finali contro i viola, tre vittorie. La prima finale, nel 2008, era finita ai rigori contro la Sampdoria: da quella sconfitta sono passati diciotto anni e tre coppe. Ma il dato che pesa di più non sta nell'albo d'oro: sta nelle date di nascita. Olivieri, classe 2010, ha giocato dall'inizio; Kane, classe 2011, è entrato al 61' di una finale e non ha tremato. Roberto Samaden l'ha detto con la sobrietà di chi conosce il mestiere: magari oggi sono meno pronti, ma lo saranno fra qualche mese.

Ed è qui che entra l'allenatore. Giovanni Bosi ha battuto i campioni d'Italia con un gruppo profondamente rinnovato, dopo essere stato ripreso due volte e dopo aver rischiato di capitolare dal dischetto; il doppio cambio del 73' ha ribaltato la serata in nove minuti, e il giallo per proteste racconta quanto ci tenesse. La sua frase migliore è quella che spiega tutto: «Non mollare mai. Oggi i ragazzi hanno rispettato quello che abbiamo scritto sulla maglia». Il migliore in campo, Isaac Isoa, lo stesso che ad aprile aveva mandato ai rigori la Juventus con un colpo di testa al 95', ha girato subito il premio ai compagni.

Curiosità che dice del contesto: in tribuna, sotto la pioggia, c'era la dirigenza al completo, da Luca Percassi a Cristiano Giuntoli, e l'amministratore delegato ha ricordato di essere nato su quei campi di Zingonia, insieme al padre. Ha parlato anche di una rivoluzione dirigenziale — Giuntoli, e accanto a Samaden l'arrivo di Michele Sbravati — che avrebbe ricreato un ambiente sano dopo anni in cui, ammette, si era perso. Ma torniamo al campo, dove le ammissioni sono ancora più oneste: il campionato è partito piano, lo dice Bosi, e domenica c'è il Torino.

Un trofeo che torna a Bergamo in una settimana in cui la prima squadra ha perso all'Olimpico e la città ha litigato con un ex capitano: il tempismo, a volte, lo decide il vivaio. Quel prato ha un secolo più dell'Atalanta. Da cinque mesi, però, parla bergamasco.

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IL TROFEO ALZATO AL CIELO DALLA BABY DEA

Sezione: Primo Piano / Data: Mer 09 settembre 2026 alle 21:00
Autore: Lorenzo Casalino / Twitter: @lorenzocasalino
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