Per Bergamo e per il calcio bergamasco, Elio Gustinetti non è mai stato soltanto un allenatore. È stato il mister capace di portare l’AlbinoLeffe per la prima volta in Serie B, sfiorando addirittura una storica promozione in Serie A, ma anche uno di quei personaggi che dividono e allo stesso tempo lasciano il segno. Diretto, senza filtri, a volte spigoloso, ma in realtà solo profondamente vero. Bergamasco doc, atalantino da sempre, giocatore nerazzurro e allenatore del settore giovanile, Gustinetti è uno che il calcio lo ha sempre vissuto di pancia, con emozione autentica. E forse, guardando il percorso costruito lontano da Zingonia e i risultati ottenuti in carriera, resta anche la sensazione che una possibilità sulla panchina dell’Atalanta avrebbe potuto meritarsela davvero.
GLI INIZI E IL SETTORE GIOVANILE
Mister, partiamo dall’inizio, dal suo arrivo all’Atalanta dall’Excelsior Borgo San Caterina: lei era già atalantino da bambino?
«Eccome se lo ero – racconta in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Da piccolino andavo sempre a vedere le partite allo stadio con mio papà. Poi ho avuto la fortuna di arrivarci, di giocarci e di allenare anche nel settore giovanile per un paio d’anni ed è diventata una cosa di cuore. Sono rimasto legato anche ad altre squadre dove ho giocato, per esempio quelle realtà dove sono nati i miei figli, Udine e Ferrara, però l’Atalanta resta la mia prima squadra».
Il suo esordio fu in Coppa Italia, nella stagione 1972-73. Se lo ricorda?
«Certo. È stato a San Siro, contro il Milan. Facevo l’Esperia. Mi convocò il preside verso mezzogiorno e mi disse che aveva chiamato l’Atalanta e dovevo prepararmi subito perché mi aspettavano. Il pullman era già partito e io arrivai praticamente al momento del riscaldamento. Sono arrivato e mi hanno buttato in campo».
L’anno dopo arrivò anche l’esordio in campionato, in Serie B?
«Quell’anno ero un po’ sotto pressione tra scuola e calcio. Una volta c’erano anche le lezioni pomeridiane, tre volte alla settimana. Io facevo chimica tintoria, quindi avevamo anche le ore di laboratorio. Era impegnativo. Il preside mi aveva permesso di andare agli allenamenti e perdevo tante ore. In quinta non volevano farmi fare l’esame, ma in quella scuola insegnava ginnastica il professor Calligaris, che era anche il mio preparatore atletico all’Atalanta e lui contribuì a fare in modo che potessi sostenere gli esami, anche se avevo accumulato tantissime assenze perché ero via con la prima squadra».
Con l’Atalanta ha segnato un gol. Ce lo racconta?
«Contro l’Avellino, in casa e vincemmo 2-1. Su una giocata importante, il portiere non trattenne il pallone. Facendo il trequartista, ero abituato con Castagner, nella Primavera, ad andare sempre sulle battute offensive. In quell’azione il portiere non ha tenuto il pallone e io lo buttai dentro. Però i ricordi più belli sono legati alla Primavera. Avevo Percassi e Scirea come compagni. Giocavamo davvero bene. Io segnavo parecchio a quei tempi: 2 gol a partita. Arrivammo anche alla finale nazionale, ma perdemmo in casa e poi pareggiammo 2-2 all’Olimpico contro la Roma. Segnai due gol, ma non bastò. Loro avevano giocatori incredibili, come Di Bartolomei e altri che erano già fenomeni».
Antonio Percassi era meglio da giocatore o da presidente?
«No no meglio da presidente, per l’amor di Dio (ride, ndr). Da giocatore era un po’ particolare. Ai tempi c’era il difensore centrale. Era il suo ruolo. Erano giocatori poco appariscenti, ma molto duri nei confronti degli attaccanti che affrontavano. Aveva molta grinta».
E giocare con Scirea com’era?
«Scirea era un giocatore che giocava in tutti i ruoli. Mi ricordo che lo portarono a fare una partita amichevole con la prima squadra e s’infortunò Savoia. Misero lui a fare il libero. Da lì non smise più. Era un grandissimo giocatore. Anche quando veniva a giocare con noi della Primavera, pur essendo già nel giro della prima squadra, si vedeva che era speciale».
È rimasto in contatto con il presidente Percassi?
«All’inizio sì, poi però io ho cominciato a girare per l’Italia. Dopo la carriera da calciatore ho iniziato subito ad allenare. Lui era presidente quando sono tornato all’Atalanta ad allenare i ragazzini».
Che esperienza è stata quella nel settore giovanile nerazzurro?
«Importantissima. Con Favini avevamo la possibilità di esprimere al meglio le nostre qualità e caratteristiche. Lì ho capito davvero che potevo fare l’allenatore anche a livello professionistico. I ragazzi mi seguivano e dopo tutte le esperienze che avevo fatto, prima da calciatore e poi da tecnico, ho capito subito che quell’occasione era stata importantissima».
Qual era il punto di forza del vivaio nerazzurro, visto che l’ha vissuto da dentro?
«Innanzitutto c’era la possibilità, per ogni allenatore, di esprimere la propria idea di calcio. Io giocavo da trequartista, quindi ho sempre giocato con squadre abbastanza sbilanciate. Però noi tutti allenatori seguivamo i consigli di Favini. Lui ci diceva sempre che bisognava giocare a calcio, partire subito da dietro, non buttare mai via la palla lunga. Bisognava costruire, giocare, avere coraggio. E noi queste cose cercavamo di applicarle».
Quindi Favini era un maestro non solo per i ragazzi, ma anche per voi allenatori?
«Certo. Noi ci trovavamo il lunedì e a lui interessava relativamente il risultato. Voleva sapere come si erano comportati i ragazzi, se crescevano, se imparavano davvero a giocare a calcio. Ci teneva moltissimo che noi allenatori imparassimo e insegnassimo ai ragazzi a giocare a calcio».
Quando lasciò l’Atalanta per andare all’Udinese sperava un giorno di tornare?
«La speranza c’è sempre, ma ognuno fa la sua strada. Io avevo esordito talmente giovane che poi non era semplice trovare spazio. Ai miei tempi si potevano fare solo uno o due cambi a partita e quindi era difficile per un ragazzo emergere. A un certo punto ho capito che era meglio andare a giocare titolare altrove piuttosto che fare il comprimario a Bergamo, anche se ero a casa. Io sono sempre stato uno con un certo carattere e avevo capito che era meglio andare via. Era arrivato Herrera ad allenare. Lui era uno che dava più fiducia ai giocatori anziani. Poi arrivò quest'occasione: io, Gaiardi e Tamburrini andammo all’Udinese, mentre a Bergamo arrivarono Fanna e Palese. C’era collaborazione tra i due club. La mia carriera è decollata lì. A Udine sono diventato capitano giovanissimo, a 21 anni. Ho disputato tre campionati, più di cento partite, abbiamo vinto la Coppa Italia. Poi mi sono ritagliato spazio in tante altre piazze».
LA CARRIERA IN PANCHINA E L'ATALANTA DI OGGI
Da allenatore ha scritto una pagina storica con l’AlbinoLeffe, portandolo per la prima volta in Serie B e sfiorando addirittura la Serie A, passando per tante salvezze. Ha mai pensato che quei risultati potessero aprirle le porte dell’Atalanta?
«Essendo bergamasco ci speravo, ma capisco non sia facile. Ho fatto molte più esperienza fuori che a Bergamo, anche se allenare l’Albinoleffe era praticamente come stare a casa. Significava stare con la mia gente, con la mia famiglia, ed era una cosa importantissima. Ma la speranza di allenare un giorno l’Atalanta c’era. Però in quegli anni si puntava molto di più su allenatori esperti o comunque arrivati da fuori».
Sente di non essere stato profeta in patria?
«Con l’Albinoleffe lo sono stato. Quando sono tornato lì c’era un legame particolare tra le parti, perché la presidenza dell’Atalanta era grossomodo legata ai Radici, come in parte succede ancora oggi. È stato quasi un passaggio di consegne, dal settore giovanile nerazzurro all’Albinoleffe, facendo l’allenatore professionista. Mi hanno dato la possibilità di prendere il patentino di prima categoria e poi, come tutti gli allenatori, ho fatto le mie esperienze: all’Albinoleffe, ma anche lontano da casa».
Ci dica la verità: che emozione provava quando affrontava l’Atalanta? Era una partita diversa dalle altre anche nella preparazione?
«L’emozione naturalmente c’era, ma per ogni allenatore è così. Però bisogna avere la forza di staccare i sentimenti e pensare a far giocare bene la propria squadra. A volte andava bene, come mi è capitato quando allenavo l’Arezzo, altre male».
Quando con l’Arezzo ha battuto la sua Atalanta, è stata una vittoria diversa?
«È stata una soddisfazione, perché vincendo siamo andati quasi prima in classifica. Poi, certo, scendi in campo e vedi i colori della tua città e i sentimenti sono sempre importanti».
Lei conosce Gasperini. Secondo lei quanto c’è dell’ex tecnico nerazzurro nei successi dell’Atalanta degli ultimi anni?
«Io suddivido sempre i meriti: 33% società, 33% allenatore e 33% tifosi e stampa. La bravura dei giornalisti, il modo di capire i momenti di sacrificio, di sofferenza o di entusiasmo di una squadra diventano importanti. La famiglia Percassi in questi anni è stata splendida. Ha attraversato momenti belli e altri meno. Oggi l’Atalanta è una realtà riconosciuta anche a livello europeo, ma tanto del merito va dato anche a Gasperini. Quando una squadra arriva a vincere Coppe, a fare certi risultati e a diventare un modello, significa che il lavoro della società è stato importante, ma quello dell’allenatore è stato straordinario».
Quindi si aspettava una stagione così complicata dopo il cambio in panchina?
«Non è facile per nessuno sostituire un allenatore che ha fatto così tanto come Gasperini. Qualunque allenatore fosse arrivato, sarebbe stato in difficoltà. Secondo me all’inizio è stato scelto il tecnico sbagliato e questo ha complicato il proseguo della stagione».
Condivide l’idea che l’Atalanta sia arrivata scarica nel finale di stagione? È possibile che una squadra, rincorrendo per mesi ad altissima intensità, finisca poi per pagare tutto nel momento decisivo?
«Quando perdi un obiettivo importante, come è successo con la finale di Coppa Italia, anche per come è maturato, ti cadono le braccia. Sono cose che ti porti dietro anche nelle partite successive, che ti possono condizionare. Giocare sempre ogni tre giorni tra campionato e Coppe comporta un dispendio di energie enorme e quando cala un po’ la tensione, in Serie A ti può battere chiunque».
Quindi crede che il percorso dell’Atalanta si sia interrotto in quella partita di Coppa Italia?
«Perdere una partita così e vedere sfumare l’obiettivo di andare in finale lascia strascichi a livello morale. Io so quanto sia difficile giocare tre partite a settimana, soprattutto quando arrivi verso la fine del campionato. Poi magari capitano anche infortuni improvvisi che ti rovinano tutto quello che avevi costruito. Diventa difficile difendere certi equilibri. Giocare sempre la sera, recuperare, allenarsi poco, poi magari ritrovarti a giocare a mezzogiorno o al pomeriggio. Lo stesso campionato oggi riserva tante difficoltà».
Ha sempre detto di essere bergamasco e atalantino e che l’Atalanta le regala emozioni sportive. Anche in questa stagione?
«Sì, mi emoziona sempre. Però, se parliamo di gioco, non mi ha emozionato come l’Atalanta di Gasperini, il suo modo di giocare era accattivante, anche se ogni volta che guardo una partita dell’Atalanta mi scatta sempre qualcosa dentro, indipendentemente da tutto, dalla Serie e dai risultati. Rispetto agli anni di Gasperini sono andati via anche giocatori importantissimi. Non dimentichiamoci che aveva creato giocatori straordinari, che oggi non ci sono più».
Infatti lei già nell’estate scorsa parlava della necessità di trovare certi profili. Aveva fatto anche il nome di Lucca. Col senno di poi pensa che all’Atalanta sia mancato qualcosa davanti?
«Krstovic ha fatto il massimo e anche tanti gol. Magari in alcune partite ha sbagliato una rete semplice, che avrebbe potuto cambiare il risultato e dare ancora più morale a lui e alla squadra, però secondo me ha fatto il suo dovere. Idem Scamacca, anche se gli infortuni l'hanno penalizzato tantissimo praticamente dall’inizio. Sicuramente, però, l’assenza di Lookman e Retegui si è fatta sentire, senza nulla togliere a nessuno. I ragazzi si sono impegnati. Giudicare gli attaccanti è sempre difficile. Fare l’attaccante è particolare: quando gira tutto bene la punta sembra fortissima, ma dietro c’è sempre il lavoro della squadra».
IL FUTURO E LE NUOVE GENERAZIONI DI ALLENATORI
Lei da dove ripartirebbe per la prossima stagione?
«Dalla serenità e dalla tranquillità che la dirigenza nerazzurra ha sempre saputo trasmettere. Bisogna ripartire cercando di non fare passi falsi, prendendo i giocatori giusti in base alle esigenze dell’allenatore, chiunque sia. E soprattutto bisogna credere nel tecnico che si sceglie. Vale per Palladino o per qualsiasi altro allenatore. E i tifosi, come sempre, devono stare vicino alla squadra. Bisogna ricreare entusiasmo, perché in questo momento, dopo che sono svanite certe possibilità che fino a un mese fa sembravano concrete, è normale ci sia un po’ di amarezza. Le riflessioni vanno fatte con calma, tranquillità e serenità. E sono sicuro che la dirigenza saprà farle».
Quest'allenatore potrebbe essere Palladino?
«A me non dispiace. Abbiamo visto anche buone partite, ma il risultato finale è sempre determinante per un allenatore. Se dovesse sfuggire anche la qualificazione europea diventerebbe inevitabilmente una stagione su cui recriminare parecchio».
La Conference League può comunque rappresentare una competizione importante oppure rischia di essere vissuta come un torneo di ripiego per una squadra abituata negli ultimi anni ad altri palcoscenici europei?
«Certo che sì. Ogni Coppa è importante. Ti permette di far giocare tanti elementi della rosa, perché oggi hai 22-23 giocatori a disposizione e tutti devono sentirsi coinvolti. Vederli all’opera è un’occasione per vedere se sono cresciuti e, allo stesso tempo, giocare in Europa ha fatto crescere l’Atalanta in questi anni e spero possa essere ancora così, qualsiasi competizione sia».
Adesso mancano tre partite a fine stagione: su cosa deve lavorare un allenatore?
«La condizione fisica ormai è quella che è. È importante affidarsi a quei giocatori che possono dare la sensazione di essere sul pezzo per portare avanti la filosofia della società e dell’allenatore fino alla fine. Ci sono ancora nove punti a disposizione. Sembrano pochi, ma sono tanti».
Quindi non necessariamente quelli che hanno giocato sempre come titolari?
«Dipende dalle sensazioni che un allenatore ha durante la settimana. Bisogna creare entusiasmo. Queste ultime partite sono importanti e adesso si può lavorare pienamente, senza dover rincorrere continuamente le partite».
Alla luce anche dei risultati delle squadre davanti, l’Atalanta ha sprecato un’occasione in questo finale di campionato?
«Bisogna riconoscere anche il merito delle altre. Ci sono squadre più forti. Quando combatti sempre al massimo e poi molli anche solo un attimo, in Serie A tutti ti possono battere. In alcune partite l’Atalanta non ha fatto prestazioni da Atalanta e questo sicuramente ha inciso».
Con il Milan che partita si aspetta?
«Sono partite dove le motivazioni dovrebbero venire da sole. Sono partite che dovresti giocare con l’entusiasmo. Quando affronti il Milan l'entusiasmo interno a livello competitivo dovrebbe venire naturale. Cimentarsi contro una grande squadra e una grande società è sempre importante. Ora l’obiettivo deve essere quello di portare a casa più punti possibili. A livello tecnico il Milan non è così più forte di noi. Ha alcuni giocatori in fase calante. Magari è più facile affrontare il Milan che il Genoa o squadre che in questo momento lottano per salvarsi».
Oggi cosa fa Elio Gustinetti?
«Ho un’agenzia di viaggi».
Ha chiuso col calcio?
«Voglio dedicarmi alla famiglia, ai nipoti. Ho capito che c’è anche un’altra vita dietro al calcio».
Ma il calcio non le manca?
«Sempre. All’inizio moltissimo. Però è cambiato tutto. Adesso manca il bel gioco. Non per vantarmi, ma le mie squadre giocavano meglio».
Parla della Serie A?
«Sì, e il discorso riguarda un po’ tutte le squadre. Oggi è un calcio molto condizionato dal risultato. Giocatori e allenatori non sono liberi mentalmente. C’è molta più pressione rispetto ai miei tempi e, di conseguenza, anche più interessi. Diventa difficile rimanere tranquilli e sereni».
Oggi diversi suoi ex giocatori simbolo stanno iniziando la carriera da allenatori, da Carobbio, che da vice a Vicenza ha vinto il campionato di C, a Federico Peluso, oggi vice di Palladino. Le fa effetto vederli in panchina? Ripercorrono le sue orme. Significa che lei è stato un buon esempio…
«C’è affetto e tutti mi dicono che le mie squadre giocavano bene. Ci siamo divertiti insieme. Avevamo quasi sempre le migliori difese e i migliori attacchi».
Consiglia loro di tentare la carriera di allenatori?
«Certo! Sono tanti. C’è anche Del Prato, per esempio. Erano già giocatori che già dimostravano di essere leader in campo, ma per diventare un allenatore bravo bisogna avere anche un po' di fortuna. Devi farti la gavetta, devi essere bravo a fare le cose bene. Penso a Gallo, che secondo me sta diventando un allenatore importante. Come in tutte le cose bisogna avere la forza di fare la gavetta, di aver avuto anche allenatori capaci, che ti hanno insegnato qualcosa, avere pazienza e soprattutto oggi, al di là di essere tecnicamente bravi sul campo, bisogna essere attenti, oculati, saper fare gruppo, accontentare i giocatori e anche la piazza. Ormai queste cose sono una componente fondamentale: gestire bene i cambi e lo spogliatoio, al di là della propria idea di calcio, dei moduli e del sistema di gioco. Bisogna far stare bene tutti i giocatori e farli sentire importanti. Spesso si tratta di giocatori che erano già allenatori in campo e, non a caso, parliamo di ragazzi che io non toglievo mai. E senza nulla togliere agli altri ruoli, si tratta soprattutto di centrocampisti, il fulcro del centrocampo, che sviluppa gioco e comanda la fase difensiva. Dal mio punto di vista, questo li avvantaggia nel fare gli allenatori».
Dalle emozioni per l’Atalanta ai ricordi di una carriera costruita tra idee e squadre che giocavano bene, nelle parole di Elio Gustinetti emerge il ritratto di un uomo che non ha mai cercato scorciatoie. Uno che magari non ha avuto tutto quello che meritava, ma che a Bergamo ha lasciato comunque un segno profondo, umano e calcistico.
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