Esistono parabole calcistiche che impiegano anni per trovare la propria traiettoria e altre che, improvvisamente, si infiammano illuminando l'intero palcoscenico. Marco Palestra appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Forgiato nel rigoroso e inesauribile vivaio dell'Atalanta, svezzato sui campi ruvidi della Serie C e definitivamente esploso sotto il sole caldo della Sardegna, l'esterno classe 2005 ha bruciato le tappe con la personalità di un veterano. Da centrocampista reinventato per caso a miglior terzino destro del campionato, fino a conquistare la maglia della Nazionale maggiore: un'ascesa vertiginosa che non ha minimamente scalfito la sua lucidità. In una lunga e intima riflessione concessa ai microfoni di DAZN, il gioiello rossoblù ha ripercorso le tappe di una maturazione straordinaria, tracciando un bilancio tra ambizioni future, riconoscenza verso il passato e una fame agonistica che non ammette limiti. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Le sue recenti e straripanti prestazioni con la maglia del Cagliari l'hanno issata sul trono dei migliori esterni della Serie A, un traguardo certificato addirittura dalle simulazioni videoludiche. Che sapore ha questo riconoscimento e quanto ha inciso l'ambiente sardo nella sua definitiva consacrazione calcistica?
«A dire il vero, posso confessare che la mia valutazione su FC26 a inizio anno era decisamente sottostimata! Adesso finalmente i valori rispecchiano la realtà e non mi posso affatto lamentare. Scherzi a parte, essere riconosciuto come il miglior terzino destro del campionato significa davvero tantissimo per me. È una soddisfazione enorme che mi riempie di orgoglio, tanto che, pur non essendo un videogiocatore accanito, ho comprato la mia carta virtuale appena è stata rilasciata. Essere inseriti nella 'squadra della stagione' era un traguardo inimmaginabile solo pochi mesi fa. Cagliari, in questo senso, mi ha letteralmente cambiato la vita. Mi emoziono solo a parlarne. Quando ho dovuto scegliere la mia destinazione, alcuni ex compagni dell'Atalanta mi avevano caldamente consigliato di accettare la Sardegna, assicurandomi che non me ne sarei pentito. Avevano ragione da vendere: sarà per sempre una delle pagine più belle della mia esistenza. In rossoblù ho trovato uno spogliatoio fantastico, una città meravigliosa e un'accoglienza viscerale. Quando giochi nel Cagliari non rappresenti solo una città, ma un'intera regione che ti fa sentire amato e supportato in ogni istante».
Oggi è ammirato da tutti come un cursore di fascia implacabile, capace di spingere e difendere con eguale intensità. Eppure, le sue origini raccontano di un centrocampista puro. Come è nata questa trasformazione tattica e qual è il suo punto di vista sulla specializzazione precoce dei giovani calciatori?
«È una storia curiosa. Fino all'Under 16 ero un centrocampista fatto e finito, agivo da mediano o da mezzala. Poi, in Under 17, ci fu un'emergenza totale: i terzini sinistri erano finiti e l'allenatore decise di adattarmi in quella posizione. Ricordo ancora il primo allenamento: ero furioso, quel ruolo non mi piaceva per nulla e mi sentivo fuori zona. Tuttavia, col passare delle partite, la prospettiva si è ribaltata. Ho capito che la fascia era il mio vero habitat naturale. Probabilmente, se fossi rimasto a centrocampo, non sarei mai emerso a questi livelli; non ero un giocatore che rubava l'occhio in quella zona nevralgica. Ecco perché sono fermamente convinto che nei settori giovanili non sia corretto ingabbiare subito i ragazzi in un ruolo fisso. Da piccoli è fondamentale sperimentare, girare diverse posizioni per acquisire una comprensione globale del gioco. Riguardo alle mie caratteristiche attuali, non mi ritengo un giocatore "speciale". Ho semplicemente la fortuna e la naturalezza di saper usare bene entrambi i piedi: preferisco puntare l'avversario e dribblare con il mancino, ma quando c'è da calciare a rete o crossare mi affido maggiormente al destro. Se posso scegliere la corsia, prediligo la destra, ma agendo a sinistra mi sento ugualmente a mio agio».
Il passaggio dal calcio giovanile al professionismo brucia molti talenti. Lei, invece, ha assorbito l'impatto con la Serie C e si è imposto in Serie A. Quale molla le ha permesso di superare le fisiologiche difficoltà e di sentirsi oggi pronto per il grande salto?
«Il passaggio tra i "grandi" non è mai una passeggiata, il livello si alza vertiginosamente. In Italia lo spazio per i giovani non abbonda, ma sono convinto che se hai le qualità, prima o poi emergi. La mia gavetta in Serie C è stata una vera e propria università del calcio: giocare quaranta partite in quella categoria mi ha forgiato, mi ha insegnato come funzionano le dinamiche del calcio vero. Ho commesso i miei errori, è fisiologico per un ragazzo. Ricordo ancora la mia prima partita tra i professionisti, in cui rimediai subito un'espulsione. Lì è stato fondamentale l'intervento di mister Francesco Modesto: non mi ha messo da parte, anzi, mi ha trattato come un figlio, dandomi fiducia incondizionata e la spinta necessaria per ripartire. I giovani sbagliano, ma l'importante è dimostrare di avere personalità e mantenere sempre la calma. Oggi mi sento assolutamente pronto per un ulteriore step. Quest'anno ho accumulato fiducia partita dopo partita e credo che chiunque faccia questo mestiere debba nutrire l'ambizione viscerale di diventare un top player assoluto».
Bergamo è stata la culla della sua giovinezza calcistica, mentre Coverciano rappresenta oggi il palcoscenico più prestigioso. Che eredità le ha lasciato il mondo Atalanta e con quale spirito affronta le pressioni della Nazionale maggiore?
«L'Atalanta per me ha significato tutto. È stata una scuola di vita e di sport indimenticabile, dai primi calci fino al mio debutto nel massimo campionato. Nutro solo sentimenti di gratitudine e ho parole al miele per tutto l'ambiente nerazzurro. Certo, nella scorsa stagione l'Atalanta ha conquistato un trofeo storico come l'Europa League; io ho collezionato una presenza in quella cavalcata, ma per onestà intellettuale non mi sento addosso quella vittoria. Non ho la medaglia in bacheca ed è un traguardo magnifico che appartiene a chi lo ha costruito sul campo, regalandoci momenti unici. Per quanto riguarda la Nazionale, le emozioni sono state fortissime. Quando ho letto il mio nome nella lista dei convocati, mi è passato davanti agli occhi il film di tutti i sacrifici fatti per arrivare fin lì. Essere accolti in quel gruppo è un privilegio. Il livello tecnico è impressionante: se devo citare il compagno che mi ha sbalordito di più, dico Donnarumma. In una partitella a ranghi ridotti me lo sono ritrovato davanti e vi assicuro che fa cose fuori dal normale, non avevo mai visto una reattività simile. L'ultimo risultato della squadra è stato amaro, ma queste sconfitte così toste servono per forgiarci. Ne trarremo la forza per ripartire ancora più cattivi. Il mio sogno è ovviamente diventare un pilastro dell'Italia, ma so bene che tutto dipenderà dalle prestazioni che offrirò col mio club. Un rigore decisivo in una finale dei Mondiali? Non è un pensiero che mi toglie il sonno adesso, ma se un domani mi dovessi trovare in quella situazione, state certi che non farei un passo indietro e andrei sul dischetto».
Personalità debordante, piedi per terra e sguardo fiero puntato verso l'orizzonte. Marco Palestra non è più soltanto una promessa, ma una solida e ambiziosa realtà del nostro calcio. Le cicatrici della gavetta e l'intelligenza di sapersi adattare ne fanno l'archetipo dell'esterno moderno: un ragazzo che non ha paura di sbagliare, di imparare dai propri errori e, soprattutto, di sognare in grande, pronto a caricarsi sulle spalle il peso di qualsiasi responsabilità.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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