Il settore giovanile dell'Atalanta continua a essere una delle grandi certezze della storia nerazzurra. La vittoria della Primavera nella Supercoppa Italiana contro la Fiorentina ha riportato sotto i riflettori un vivaio che, pur cambiando negli anni, continua a produrre talenti e a rappresentare un patrimonio tecnico ed economico per il club. Una storia fatta di ragazzi, ma soprattutto di uomini e di educatori che hanno costruito un modello diventato un riferimento in Italia. Osvaldo Palazzini quel mondo lo conosce profondamente. Sindaco di Boltiere, opinionista televisivo e atalantino da sempre, per anni ha raccontato soprattutto il settore giovanile seguendo da vicino generazioni di ragazzi destinati, in molti casi, al grande calcio. Da Alessio Tacchinardi a Giampaolo Pazzini e Riccardo Montolivo, passando per figure fondamentali come Mino Favini, Giovanni Vavassori e il "Maestro" Raffaello Bonifaccio. Con lui TuttoAtalanta.com ripercorre quell'epoca, il modello che rese il vivaio nerazzurro un'eccellenza, il ricordo di Piermario Morosini per arrivare all'Atalanta di oggi e alla sfida con il Cagliari.

Osvaldo, lei ha seguito per anni da vicino il settore giovanile dell'Atalanta. Qual è stato il suo primo servizio dedicato al vivaio nerazzurro?
«Il mio primo servizio fu su Alessio Tacchinardi, con Cesare Prandelli allenatore. Di talenti usciti dal vivaio nerazzurro ce ne sono stati diversi: Tacchinardi è uno di quelli arrivati più in alto, poi Pazzini, Montolivo e i Morfeo, solo per citarne alcuni. Sono stato il loro primo intervistatore. Tra gli allenatori c'era Vavassori: ricordo ancora le sue urla negli spogliatoi».

Che allenatore ed educatore era Giovanni Vavassori?
«Vavassori era molto energico, pretendeva tanto dai giocatori, ma era soprattutto un vero educatore. Negli spogliatoi ti dava la sveglia. C'erano aspetti educativi che andavano oltre il calcio e contribuivano alla formazione del ragazzo. Lui, come altri tecnici di quell'epoca, lavorava sulla persona oltre che sul calciatore».

Qual era la vera forza di quel settore giovanile capace di produrre così tanti talenti?
«L'Atalanta aveva un grande asso nella manica: il "Maestro" Bonifaccio. Era lui a occuparsi dei ragazzi nei primi anni, un talent scout capace di individuare i giocatori già a otto-nove anni. Faceva una grande scrematura iniziale e poi quei ragazzi venivano seguiti nel passaggio da una categoria all'altra. Ne perdeva pochi proprio perché la selezione era stata fatta molto bene all'inizio. Qualcuno naturalmente si fermava agli Allievi, ma in Primavera e Berretti ne arrivavano tanti. Altre società scartavano i ragazzi più avanti, provocando anche molte delusioni; l'Atalanta, invece, faceva la selezione all'inizio e poi poteva lavorare sul ragazzo e sulla sua famiglia. I risultati non arrivavano per caso. Erano frutto del lavoro di queste figure. Poi, naturalmente, quando un campione possiede determinate qualità, prima o poi emerge».

Tra le figure che hanno fatto la storia del vivaio c'è Mino Favini. Qual era il suo segreto?
«Sono stato parecchio vicino a Favini. Il suo segreto era quello che, in fondo, era anche il segreto dell'Atalanta: cercare giocatori bravi in campo e bravi fuori. L'aspetto scolastico e il comportamento fuori dal campo incidevano sulla valutazione. Il ragazzo e il giovane calciatore venivano considerati come un tutt'uno, non soltanto per quello che facevano sul terreno di gioco. Quando tutte queste caratteristiche combaciavano, nascevano i campioni».

Quanto erano importanti anche le famiglie nella crescita di quei ragazzi?
«Moltissimo. Seguivo le telecronache anche in trasferta e mi capitava di farle in mezzo ai genitori dei ragazzi. La cosa importante era che non pensassero di avere necessariamente un fenomeno in casa, ma erano molto uniti anche fuori dal campo. Ricordo il papà di Montolivo, la mamma di Lazzari, Rita, che mi dava sempre una caramella, il papà di Pazzini che arrivava ogni tanto da Margine Coperta, in Toscana. Erano sempre sugli spalti».

Tra i ragazzi che ha conosciuto molto bene c'è stato anche Piermario Morosini. Che ricordo conserva di lui?
«Morosini l'ho conosciuto benissimo. Suo fratello veniva sempre con la bandiera dell'Atalanta. Oltre a essere un ottimo calciatore, un centrocampista che si distingueva, Piermario aveva soprattutto qualità morali e umane straordinarie. Aveva una situazione familiare difficilissima, era rimasto orfano e sosteneva la famiglia. Aveva problematiche enormi che riusciva a lasciare fuori dal campo, dove eccelleva come ragazzo e come giocatore. Era un esempio nello spogliatoio».

In qualche modo rappresentava perfettamente lo spirito di quel settore giovanile?
«Sì, Morosini era l'emblema di quello che il settore giovanile dell'Atalanta ha sempre rappresentato. In quegli anni vincevamo tutto, campionati e Coppe Italia. Pala vinse tre o quattro campionati italiani con gli Allievi e intorno alle squadre c'era uno staff eccezionale. Morosini racchiudeva tutto questo: sacrificio, capacità di affrontare i problemi e volontà di dare sempre il massimo in campo. Quando si trasferì all'Udinese, fu un grande dispiacere per tutti: per noi e anche per lui che avrebbe sempre voluto rimanere all'Atalanta».

Il settore giovanile di oggi può essere paragonato a quello di quegli anni?
«Non equivale a quello del passato, ma quello dell'Atalanta resta comunque uno dei principali settori giovanili del panorama calcistico italiano e continua a formare giocatori importanti, vedi Palestra. Oggi forse escono meno giocatori, ma sono più redditizi e, come nel caso di Palestra, bisogna considerare anche le esigenze della società. Fare cassa è importante e l'Atalanta ha sempre agito bene, restando al passo con i tempi e mantenendo i conti in ordine. Quando hai un campione può essere giusto venderlo e formarne altri. Credo che quel settore giovanile avesse raggiunto il massimo e continuare su quella linea fosse difficilissimo: si poteva soltanto scendere. Il problema è che oggi vengono lanciati meno ragazzi, perché c'è meno spazio in una prima squadra che lotta per obiettivi completamente diversi. È più facile acquistare all'estero un giocatore con maggiore esperienza piuttosto che rischiare lanciando un giovane, ma questo vale per tutti i club e gli effetti li vediamo a livello di Nazionale. C'è poi un'altra differenza rispetto al passato. Oggi i ragazzi sono attratti, giustamente, da molti altri sport: motori, tennis, nuoto, atletica. Stiamo eccellendo in tante discipline. In quegli anni, invece, il calcio aveva una capacità di attrazione superiore».

Tra i ragazzi usciti recentemente dal vivaio chi l'ha colpita maggiormente?
«Cassa e Obric hanno un bel futuro. Mi è dispiaciuto che Cassa sia andato via. Io lo avrei lanciato in prima squadra».

Palestra ha peccato di presunzione scegliendo di andare al Chelsea?
«No, non credo. Penso si tratti più che altro di dinamiche e manovre delle società, assolutamente comprensibili».

Oggi nel settore giovanile ci sono ancora figure di riferimento come in passato?
«Finardi è sempre stato al centro del settore giovanile e, oltre a essere un amico, credo sia un collante fondamentale perché permette all'Atalanta di mantenere un legame tra il passato e il calcio moderno. Ci sono poi Bellini, Pelizzoli, persone che conoscono molto bene lo spogliatoio e la costruzione dei giovani».

Lei però, oltre a essere un grande conoscitore del settore giovanile, è anche tifoso dell'Atalanta. Dove nasce il suo legame con i colori nerazzurri?
«Sono tifoso atalantino da sempre. Quando avevo otto-dieci anni mio papà mi portava allo stadio: ricordo Cometti, Nava, Magistrelli. Li ho visti sul campo. Mi portava sempre a vedere Atalanta-Milan. Tifavo per i colori nerazzurri e quel lato verace che rappresentavano, ma simpatizzavo per la dimensione internazionale del Milan».

Qual è il ricordo più bello della sua vita da atalantino?
«La Coppa delle Coppe e, in particolare, la semifinale contro il Malines. L'Atalanta era in Serie B ed era riuscita a primeggiare e a far parlare di sé ovunque, anche a livello internazionale. Ho visto la partita in Belgio: lavoravo all'estero come direttore commerciale e quando entrai in quel piccolo stadio, in occasione della partita terminata 2-1 dopo il gol di Stromberg, mi sentii profondamente bergamasco e fiero. Andavo orgoglioso di quella squadra. Al di là dei successi del settore giovanile, quell'anno è stato probabilmente il momento nel quale mi sono sentito più orgogliosamente atalantino. È il mio ricordo più bello dal punto di vista emotivo».

Da quell'Atalanta a quella di oggi. Che squadra ha visto in questo inizio di stagione?
«È ancora tutto un cantiere aperto ed è difficile pronunciarsi. Con gli arrivi di Rowe e Kessie la squadra si è potenziata: prima di questi acquisti avevo detto che, secondo me, non sarebbe arrivata tra le prime sei. Adesso le speranze aumentano. Bisogna capire quanto tempo servirà per passare dal 3-4-2-1 al 4-3-3. Finora siamo stati anche fortunati. La dea bendata ci ha dato una mano. Io non credo che tutti i sei punti conquistati ci appartengano per quanto visto in campo. Con questi ultimi acquisti, però, possiamo competere».

Da quali giocatori si aspetta qualcosa in più?
«Ci sono due o tre giocatori che, secondo me, non hanno grandi margini di miglioramento: Zalewski e Bellanova, per esempio. Non credo possano dare molto più di quanto abbiamo già visto. Sono buoni giocatori, ma non quelli che ti fanno compiere il salto di qualità. Anche da Samardžić mi aspetto di più: un gol non può nascondere tutto il resto. Vedo ancora difficoltà nel saltare l'avversario. Naturalmente spero di essere smentito. E poi a quest'Atalanta manca anche un vero leader nello spogliatoio. È un aspetto importante».

Crede possa esserlo Ederson?
«Ederson è un grande giocatore e secondo me rende meglio nel ripiego, a centrocampo nel sostegno dietro, più che come rifinitore. Bisogna utilizzarlo bene. Dal punto di vista caratteriale, però, non lo vedo come il leader dello spogliatoio».

Kessie può assumere quel ruolo?
«Kessie ha le qualità per farlo, una volta che sarà entrato pienamente nei meccanismi. Conosce già l'ambiente atalantino e la nostra mentalità. Questa squadra deve però imparare a giocare maggiormente in velocità. Adesso vediamo troppi passaggi indietro: serve qualcuno capace di saltare l'uomo e puntare in avanti, mentre spesso si preferiscono passaggi orizzontali o all'indietro. Può dipendere dallo schema, ma anche dal fatto che sia una soluzione meno rischiosa. I passaggi verticali bisogna saperli fare. A volte si fa davvero fatica a guardare la partita».

Ha fiducia nel nuovo allenatore e nel percorso intrapreso?
«Io ho sempre fiducia nel nuovo allenatore, ma credo ci sia ancora tantissimo da lavorare e spero che diversi giocatori possano dare molto di più. Bisogna poi tenere conto anche di chi tende a infortunarsi facilmente e finisce per giocare soltanto metà delle partite. Penso, per esempio, a Scamacca e Scalvini. Spero di essere smentito, ma sono elementi di cui bisogna tenere conto. Per il resto, quando è entrato, finora, Krstović ha dato di più».

In questo momento vede quindi Krstović davanti a Scamacca?
«Il suo apporto è stato più fruttuoso. Scamacca può fare la differenza in qualsiasi momento, ma il gioco del calcio non può ridursi al lancio del portiere e a Scamacca che deve andare a segnare di testa».

Quale può essere allora l'obiettivo dell'Atalanta in campionato?
«Penso possa lottare per i primi sei posti. Nell'ultimo giorno di mercato, grazie alla qualità e all'aspetto tecnico dei giocatori arrivati, la squadra si è rafforzata molto: Rowe e Kessie rappresentano un passo avanti importante. Gaetano è un metronomo che può adattarsi bene al gioco di Sarri. Bisogna trovare una soluzione in difesa e, secondo me, anche sulle fasce, oltre a ritrovare il miglior De Ketelaere, perché è uno di quei giocatori capaci di cambiare tutto. Zappacosta resta quello che mi dà più fiducia e dall'altra parte c'è Bernasconi, che in questo momento è un po' sacrificato, ma ha ancora grandi margini di miglioramento. Sono fiducioso per un posto in Europa League, a condizione che chi ha margini di crescita riesca davvero a compiere il salto».

E in Conference League fin dove può arrivare l'Atalanta?
«La Conference possiamo giocarcela bene. Sicuramente abbiamo le carte in regola per superare queste sei partite e andare avanti. Poi diventa quasi un terno al lotto, perché dipende da tanti fattori, ma possiamo giocarcela».

Sabato arriva il Cagliari. Che partita si aspetta?
«L'Atalanta deve dimostrare qualcosa dopo tre partite nelle quali, considerando i risultati ottenuti, non possiamo certo recriminare. Quella con il Cagliari deve essere la prima gara nella quale riuscire a vedere almeno il 70% di questo famoso nuovo gioco, qualcosa di più collaudato, altrimenti rischiamo di arrivare troppo avanti nella stagione senza averlo ancora trovato. Il Cagliari è sempre una squadra molto ostica, ma giochiamo in casa e abbiamo tutte le carte in regola per vincere».

Teme il classico gol dell'ex?
«No, non me lo aspetto. Nonostante voglia molto bene a Daniel Maldini, credo sia stato giusto cederlo. Ho conosciuto suo nonno Cesare: Daniel non ha le stesse qualità e nemmeno la stessa personalità del nonno e nemmeno del padre».

Il filo che unisce l'Atalanta raccontata da Palazzini a quella di oggi passa inevitabilmente dal vivaio. Sono cambiate le ambizioni, sono cambiati il mercato e lo spazio concesso ai ragazzi in prima squadra, ma non è cambiata la necessità di continuare a costruire. La Supercoppa conquistata dalla Primavera è l'ultimo segnale di una scuola che continua a vincere e a produrre giocatori, anche in un calcio profondamente diverso da quello di Favini e Vavassori.

Ora la stessa capacità di costruire servirà alla prima squadra. Palazzini vede un'Atalanta ancora incompleta nella propria trasformazione, rafforzata dal mercato ma alla ricerca d'identità e leadership. Il Cagliari diventa così un nuovo banco di prova, non soltanto per continuare a fare punti, ma per vedere con maggiore chiarezza l'Atalanta che Sarri vuole costruire.

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Sezione: Primo Piano / Data: Ven 11 settembre 2026 alle 00:30
Autore: Claudia Esposito
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