Bruxelles restituisce un'Atalanta ridimensionata nella prestazione, seppur non nelle ambizioni europee che ora passeranno inevitabilmente dai playoff. Nella pancia dello stadio dell'Union Saint-Gilloise, Raffaele Palladino non si nasconde dietro al dito di una qualificazione diretta che era comunque un miraggio. La sua analisi è lucida, a tratti severa, focalizzata su un difetto strutturale che la squadra fatica a scrollarsi di dosso: l'incapacità di adattarsi alle "partite sporche". Tra errori tecnici definiti "banali" e un turnover massiccio che non ha pagato i dividendi sperati, il tecnico nerazzurro traccia una linea netta tra chi subisce l'agonismo avversario e chi, come il giovane Vlahovic o il veterano De Roon, sa gettare il cuore oltre l'ostacolo. Nessun dramma, ma un chiaro richiamo all'ordine in vista della sfida decisiva contro il Dortmund o l'Olympiakos. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com:
Mister, quanto è deluso e amareggiato per questa sconfitta? Premesso che la qualificazione diretta era quasi impossibile anche vincendo, quanto la preoccupano questi continui "up and down" di rendimento? E, sinceramente, si aspettava di più dalle seconde linee schierate stasera?
«Vorrei fare una distinzione precisa: non sono preoccupato e non sono deluso. Sono dispiaciuto. Il dispiacere nasce dal fatto che volevamo dare continuità ai risultati dopo la bella prova contro il Parma, ma soprattutto volevamo continuità nella prestazione, che stasera è mancata. A livello tecnico è stata forse la partita peggiore della mia gestione: abbiamo sbagliato cose semplici, fondamentali come controlli e passaggi, errori banali che solitamente non commettiamo. Potrei appellarmi alle condizioni del campo, ma sarebbe solo un alibi. La verità è che abbiamo giocato male tecnicamente, commettendo errori sciocchi che hanno dato entusiasmo agli avversari. Inoltre, mi rammarica vedere che non riusciamo ancora a capire quando la partita diventa "sporca". Quando l'agonismo sale e il tasso tecnico scende, noi dobbiamo calarci in quella realtà, adattarci alla battaglia. Invece mi è sembrato di rivedere le gare di Pisa e Verona: tanta intensità subita e poca capacità di "stare dentro" la partita. Mi porto a casa delle risposte, ma il dispiacere resta».
Ieri aveva invocato lo "spirito Atalanta", chiedendo di evitare la superficialità. È rimasto deluso proprio dalla mancanza di questo spirito combattivo?
«Non uso la parola "deluso" perché la delusione arriva quando ti aspetti qualcosa che la squadra può dare e non dà. Qui il problema è di comprensione e maturazione: dobbiamo capire che quando la gara prende una certa piega, quando non si può giocare di fioretto, bisogna fare lo switch mentale. Bisogna fare la guerra, la battaglia, mettere il piede nei contrasti, usare l'agonismo. Mi aspetto che col tempo la mia squadra impari a fare questo salto di qualità. Serve giocare meglio tecnicamente, certo, ma serve soprattutto quello spirito di sacrificio che in queste serate europee è fondamentale. Non sono deluso, ma dispiaciuto perché attendo che questo step venga compiuto prima o poi».
Gli otto cambi rispetto a domenica sono stati tanti. Col senno di poi, si aspettava risposte diverse da chi ha avuto questa chance? E quanto ha pesato il pensiero di ruotare le forze in vista dei prossimi impegni?
«Il turnover non è stato fatto pensando alla prossima partita, ma guardando a quella precedente. Molti giocatori avevano bisogno di rifiatare, altri meritavano un'opportunità. Ho voluto dare spazio a chi ha giocato meno, come Samardzic e altri, perché stasera poteva essere l'occasione giusta per avere delle risposte. E le risposte arrivano sempre dal campo, che è diverso dagli allenamenti. Ma, ripeto, non è colpa del singolo. È stato l'insieme a non funzionare, è stata tutta la squadra a non offrire una buona prestazione tecnica. Non punto il dito contro chi ha giocato meno».
Ieri diceva che la squadra stava imparando dagli errori, oggi è ricaduta. È un problema da psicanalisi o bisogna iniziare a pensare che alcuni giocatori non siano all'altezza di certi palcoscenici?
«Credo sia un discorso prettamente caratteriale. Sono qui da sedici partite e inizio ad avere un quadro chiaro. Nelle partite "sporche" c'è bisogno di qualcosa in più a livello individuale e di gruppo. È evidente che ci sono calciatori che soffrono questo tipo di gare e altri che invece si esaltano. Ad esempio, stasera Vlahovic è da elogiare: è il più giovane della squadra, eppure ci ha messo uno spirito, una cattiveria e un temperamento che vorrei vedere in tutti. Anche De Roon, quando è entrato, ha mostrato l'atteggiamento giusto in un momento delicato. È da questi esempi che dobbiamo ripartire».
Tornando indietro, rifarebbe la scelta di cambiare otto undicesimi in un momento di fragilità mentale della squadra? Non crede che lasciare fuori i leader "con la testa giusta" sia stato un rischio eccessivo?
«Le rotazioni vanno contestualizzate. Rispetto a Parma sono otto cambi, ma se guardiamo alla gara precedente il numero cambia. Ho una rosa importante e mi fido dei miei giocatori, non li considero riserve. Kossounou, per esempio, non aveva giocato col Parma ma era titolare prima. Pensavo che chi ho messo in campo stasera mi avrebbe dato garanzie. E comunque, anche dopo le sostituzioni abbiamo subito gol, quindi non è dipeso dai singoli che hanno iniziato la gara. È un problema generale: quando la partita si mette in un certo modo, bisogna dare tutti qualcosa in più, chi gioca dall'inizio e chi subentra».
Qual è l'umore nello spogliatoio ora che si profila il playoff contro una tra Dortmund e Olympiakos? C'è una preferenza?
«Sull'avversario non ho preferenze, analizzeremo chi ci capiterà. L'umore della squadra è basso, i ragazzi sono dispiaciuti. Lo siamo per noi stessi e per i tifosi che hanno fatto tanti chilometri per sostenerci. Perdere non fa mai bene e stasera in albergo saremo tutti giù di morale. Ma proprio perché non amo perdere, dobbiamo capire che le sconfitte devono farci male e spingerci a reagire subito. Domenica abbiamo una partita importantissima e serve ripartire immediatamente».
Palladino chiude con l'amarezza di chi sa che la strada per la maturità è ancora lunga. L'Atalanta esce da Bruxelles con la consapevolezza che, in Europa, la tecnica da sola non basta: serve imparare l'arte della battaglia per sopravvivere ai playoff.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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