«Cattivi Maestri» arriva a Bergamo. Il docufilm presentato nell’ottobre 2024 alla Festa del Cinema di Roma non è soltanto un’opera cinematografica, ma un atto di responsabilità. Diretto da Roberto Orazi e prodotto da Riccardo Neri, con il patrocinio di FIGC e CONI, racconta la storia vera di Vincenzo Fuoco, oggi tecnico del Settore Giovanile e Scolastico della FIGC e delegato alla tutela dei minori per la Lombardia. Una storia dura: per anni, da ragazzo, Vincenzo è stato vittima silenziosa degli abusi di un dirigente sportivo. Oggi quel dolore diventa strumento di prevenzione.
GLI APPUNTAMENTI A BERGAMO
Martedì 10: Ore 21:00 al Cinema Teatro del Borgo (con incontro di formazione per società sportive alle 18:00 all'Auditorium San Sisto).
Mercoledì 11: Ore 18:30 al Cinema Conca Verde.
Proprio a Bergamo, prima di altri, l’Atalanta aveva già scelto di mettersi in ascolto, organizzando lo scorso novembre una proiezione interna per Primavera e Under 18. Un segnale forte che rafforza il valore educativo di un Club considerato da tempo un modello formativo.
LA SCELTA DI ROMPERE IL SILENZIO
Vincenzo, quando hai capito che dovevi raccontare pubblicamente la tua storia?
«In realtà è un percorso iniziato tempo fa, a partire dalla denuncia nel 2018, arrivata dopo una serie di step maturati negli anni - confida, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Poi sono entrato in contatto con un produttore che voleva realizzare un documentario sul tema. Gli ho raccontato la mia storia, ne è rimasto colpito e ha deciso che sarebbe stato importante raccontarla pubblicamente».
Quando decidi di denunciare, da adulto, cosa ti spinge a farlo?
«Una serie di fattori. La nascita di mia figlia, il lavoro fatto su me stesso per elaborare l'accaduto. Ognuno ha tempi diversi. Il “quando” è sempre relativo: può sembrare tardi per qualcuno, presto per qualcun altro».
Da bambino non avevi denunciato né parlato con nessuno. Per paura?
«Assolutamente no, altrimenti sarebbe emerso prima. È un intreccio di cose: paura, vergogna, timore. Sono fattori complessi. Quello che raccontiamo oggi non serve a mettere in mostra ciò che è successo a me, ma è uno strumento per fare prevenzione e accendere una luce su questo fenomeno».
Hai l’impressione che qualcuno ti guardi in modo diverso per aver scoperchiato un vaso di Pandora?
«No. Piuttosto, rendere visibile questo fenomeno spaventa tutti, non solo chi ha qualcosa da nascondere. Anche chi ne è distante fa fatica ad affrontarlo perché parla di violenza e dolore. Proprio per questo serve dare risonanza e strumenti per l'emersione».
IL CALCIO E LA CULTURA DELLA PREVENZIONE
Il calcio ha più paura degli abusi o della verità sugli abusi?
«La verità fa paura. Una ricerca recente dice che quattro ragazzi su dieci hanno subito almeno una forma di abuso, ma c’è ancora molto sommerso. Purtroppo nello sport esistono dinamiche vecchio stampo e una cultura machista da superare. La strada intrapresa è giusta solo se creiamo "contenitori pieni": non prevenzione di facciata fatta di slogan, ma metterci la faccia e guardare il problema senza paura».
Le società bergamasche sono pronte per la tutela dei minori?
«Credo siano attrezzate, ma serve formazione capillare. Altrimenti anche le più organizzate rischiano di vivere il tema solo come onere burocratico e non come assunzione di responsabilità. I mezzi ci sono, il territorio lavora bene, ma bisogna sapere cosa fare».
A che pubblico si rivolge il film?
«Lo ritengo adatto dalla prima superiore a salire. I contenuti sono forti e richiedono una capacità d’analisi emotiva complessa per i più piccoli. Per loro servono altri strumenti, innanzitutto il dialogo tra genitori e figli. Genitori informati possono abbattere tabù e usare un linguaggio emotivo adeguato».
IL MODELLO ATALANTA
La prima a proiettare il film con Primavera e Under 18 è stata l’Atalanta.
«È estremamente importante. Il safeguarding officer Rocco Briganti, il DG Andrea Fabris, il responsabile del vivaio Roberto Samaden e Luca Pala della Casa del Giovane sono stati temerari. Hanno scelto di dare fiducia al progetto e ai loro ragazzi su temi non facili. Li ringrazio, sono stati lungimiranti».
Parlare direttamente ai ragazzi del vivaio è stata una scelta precisa?
«Sì, ma sono stati soprattutto loro a parlare a me. Il confronto con loro è preziosissimo. L’Atalanta merita un plauso: è l’unica finora che si è fatta carico di questo percorso solo per l’interesse del tema, senza calcoli».
Essere un modello come l'Atalanta rende più protetti?
«Rende più protetti se le norme vengono applicate nel concreto quotidiano. Detto questo, partire da una base strutturata ed eccellente come quella dell’Atalanta – da Lucia Castelli a Rocco Briganti – è un enorme vantaggio. La base di partenza è altissima».
UN APPELLO ALLA RESPONSABILITÀ
"Cattivi Maestri" mette più a disagio chi commette abusi o chi ha voltato lo sguardo?
«Il film dà uno schiaffo emotivo a tutti. Serve a spostare lo schiaffo che prendevo io ogni giorno verso l’esterno, verso chi magari non vede o non vuole vedere».
Oggi sei formatore e collaboratore tecnico della FIGC, ma in passato hai anche allenato nei settori giovanili. Resta una parte importante della tua storia?
«Sì e nel film ci sono anche delle immagini girate proprio dove avevo allenato, al Presezzo Calcio. Che qualcuno mi abbia dato la possibilità di tornare in campo con i ragazzini, anche solo avere la possibilità di farlo, è stata una spinta importante per me».
Qual è il messaggio finale?
«Che la tutela dei minori è responsabilità di tutta la società civile, non solo burocrazia sportiva».
Cosa diresti a un ragazzo che oggi vive quello che hai vissuto tu?
«Parla con l’adulto di riferimento più vicino. Se non ti senti ascoltato, parla con un altro. Non esiste un modo giusto per dirlo: l’unica cosa giusta è dirlo».
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