Nel calcio delle dichiarazioni forti e delle appartenenze urlate, Roberto Bordin ha sempre rappresentato l’opposto. Un uomo che ha vissuto ogni esperienza con rispetto, senza mai mettere una maglia contro l’altra. Centrocampista dell’Atalanta per quattro stagioni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, ha attraversato anni intensi della storia nerazzurra con serietà, senso del dovere e attenzione per il contesto umano, prima ancora che sportivo. In questa intervista ricorda gli anni a Bergamo, il valore di quella squadra e parla dell’Atalanta di oggi, mostrando un modo di raccontare il calcio che nasce dall’animo di chi sa riconoscere l’importanza di ogni tappa del proprio percorso.
GLI ANNI A BERGAMO
A Bergamo arrivi nel 1989 dal Cesena. Perché scegli l’Atalanta?
«C’erano più possibilità – confida ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Ero a Cesena dove c’eravamo confermati nella massima serie. C’era stata anche una mezza richiesta da parte di Bigon, allenatore del Cesena che andò a Napoli. Oltre all’Atalanta, mi voleva anche il Torino, in Serie B. Alla fine scelsi la squadra nerazzurra perché quella stagione avrebbe partecipato alle Coppe. Quella di Bergamo era una piazza davvero importante, con una squadra che puntava in alto. Col senno di poi è stata la scelta giusta perché ho avuto la possibilità di mettermi in mostra e di giocare in Europa, che per me era un traguardo enorme».
E alla tua prima stagione bissate la qualificazione nell’allora Coppa Uefa.
«Eliminammo Dinamo Zagabria, Fenerbahçe e Colonia e fummo eliminati dall’Inter, che poi vinse il trofeo: prima il pareggio per zero a zero in casa e poi la sconfitta a Milano. Probabilmente contribuì anche il difficile momento che stavamo attraversando in campionato, dove Bruno Giorgi era subentrato a mister Pierluigi Frosio. Non fu una stagione semplicissima».
Segnata anche dalla dolorosa scomparsa del presidente Cesare Bortolotti in un incidente stradale.
«Fu uno shock enorme per tutti. Eravamo molto legati al presidente, una persona umana, diretta, sempre vicina a noi giocatori. Era finito il campionato ed ero già in vacanza quando arrivò la notizia. Tornai subito a Bergamo. Ci ritrovammo tutti insieme in un momento di grandissimo dolore per la perdita di una persona per noi così importante».
Come si è ricompattata la squadra?
«Queste tragedie ti obbligano a farti forza e ti uniscono ancora di più. Ti fanno capire quali sono le cose davvero importanti: la famiglia, la vita. È stato un colpo tremendo: una perdita prematura di una figura di riferimento, ma nel dolore abbiamo trovato una spinta e una carica in più. E l’abbiamo fatto anche per lui».
La famiglia Bortolotti poi cede la proprietà ai Percassi. Nell’Antonio di allora quanto già si poteva intravedere dell’attuale presidente nerazzurro?
«Il presidente Percassi era già allora come lo conosciamo oggi: ambizioso, organizzato, con una visione chiarissima, da grande imprenditore qual è. Per lui l’Atalanta era un’azienda vera e propria e ce lo fece capire subito. Ci siamo trovati subito molto bene con lui. Abbiamo fatto grandissime cose e ancora meglio è stato fatto negli ultimi anni con Gasperini».
Si poteva già immaginare un percorso come quello dell’Atalanta negli anni successivi?
«I Percassi hanno avuto la bravura e la forza di avere pazienza. Hanno costruito un progetto veramente importante negli anni. Forte dell’esperienza lavorativa personale, probabilmente, il presidente Antonio sapeva che anche nel calcio per raggiungere grandi risultati servono intelligenza nel lavoro, programmazione e tempo. Ha trasformato l’Atalanta in una vera azienda. E i risultati lo dimostrano».
In passato hai ricordato la figura di Mino Favini: cosa lo rendeva così speciale?
«Favini era innanzitutto una grandissima persona. Un intenditore di calcio vero, che non andava mai oltre le righe. Aveva sempre il consiglio e la parola giusta, sempre con il sorriso sulle labbra. Così facendo, riusciva sempre a tranquillizzarci. Era un grande scopritore di talenti, un grande organizzatore nel suo lavoro. È stata una figura determinante per tutti noi, ma anche per l’Atalanta stessa. E ancora oggi è una figura di riferimento per tanti che fanno il suo mestiere».
C’è un ricordo che più di altri ti porti dietro degli anni all’Atalanta?
«Sono stati quattro anni molto intensi e molto belli. Mi rendevo conto di giocare in una piazza esigente, ma dare sempre il massimo in ogni partita era una sfida che mi piaceva. A Bergamo tutto questo veniva naturale, perché in un modo o nell’altro i tifosi ti facevano capire che dovevi pedalare. I ricordi sono tantissimi, ma uno in particolare è sicuramente il gol dell’1-1 a Colonia. Segnare in un ambiente difficile, in Coppa UEFA, è stato qualcosa di speciale».
Ci descrivi quel gol?
«Fu un gol di testa. Nonostante abbia una buona elevazione, non era semplicissimo: un colpo incrociato, calibrato, messo fuori dalla portata del portiere. Fu un gol decisivo, che ci fece passare il turno. Una gioia enorme».
Torni mai a Bergamo?
«Negli anni sono tornato poco e più che altro allo stadio. Ho vissuto 9-10 anni all’estero e, allenando, mi è stato difficile seguire dal vivo non solo l’Atalanta, ma anche le altre squadre. Adesso che sono più spesso a casa mi piacerebbe tornare, magari per una partita di Champions e anche per vedere lo stadio nuovo».
NAPOLI E I CAMPIONI
Quando lasci Bergamo per andare a Napoli è perché Marcello Lippi, che ti aveva allenato quell’ultimo anno all’Atalanta ed era diventato il nuovo tecnico dei partenopei ti vuole con lui?
«La mia cessione era rientrata nell’affare di Alemao. L’accordo tra le società passò da lì. Lui rimase a Bergamo e io presi la via per Napoli. Lippi mi chiamò e io andai volentieri. Con lui sono stato veramente molto bene, sia negli anni di Bergamo che a Napoli. C’era un’ottima intesa».
Caniggia ed Evair sono gli attaccanti più forti con cui hai giocato?
«Loro erano due giocatori completamente diversi come caratteristiche, ma entrambi grandissimi campioni. Due attaccanti di livello altissimo, ognuno a modo suo. Anche a Napoli però, ho condiviso il campo con grandi calciatori. In attacco, per esempio, c’erano Fonseca e Di Canio, ma poi c’erano anche Ferrara e Cannavaro. Era una squadra piena di giocatori importanti, in ogni reparto. A Napoli sono rimasto quasi tre anni, in totale quattro stagioni molto belle. Napoli, come Bergamo, è una piazza che vive il calcio in maniera totale. Quando finisci una partita stai già pensando alla prossima. Sono due piazze che ti entrano dentro, che vivi giorno per giorno. Ti chiedono tanto, ma ti danno anche tantissimo. Tifoserie vere, piazze importanti».
Possiamo dire Atalanta e Napoli un cuore diviso a metà?
«Sono state due esperienze molto importanti. Ovunque abbia giocato ho sempre dato tutto, caratterialmente e professionalmente. Spero di aver lasciato un bel ricordo. Io ho dato e preso tanto da tutte le città in cui ho giocato. Certo è che quattro anni a Napoli e quattro a Bergamo pesano tanto nei miei 23 anni di carriera».
L'ATALANTA DI OGGI
Segui ancora l’Atalanta oggi?
«Sì. È normale avere un affetto maggiore per le squadre dove hai giocato di più. Mi fa piacere vedere che adesso sta facendo bene. Con la Cremonese ha vinto una partita meritata, ma difficile visti i precedenti con le così dette “piccole”. In questo 2026 la squadra è imbattuta e ora avrà 5 appuntamenti molto importanti in quindici giorni, con in mezzo il Borussia Dortmund. Ci sono scontri diretti fondamentali, come quello con la Lazio, per mantenere il distacco, e poi il Napoli in casa per provare ad accorciare e puntare ancora alle competizioni europee».
Secondo te l’Atalanta può ancora puntare alle competizioni europee? A tutte o ormai si deve guardare solo all’Europa League?
«Nel calcio non si può mai dire mai fino alla fine. Finché ci sono punti a disposizione può succedere di tutto. Lo abbiamo visto nella zona retrocessione, nella lotta scudetto, in tante situazioni decise all’ultimo minuto. Finché la classifica può cambiare, tutto resta aperto. È chiaro che non sono solo punti a disposizione dell’Atalanta, ma si possono sfruttare gli scontri diretti. Da una parte puoi tenere lontana la Lazio, dall’altra con una vittoria contro il Napoli puoi avvicinarti. Tre punti fanno una grande differenza. Ci sono ancora partite da recuperare, incroci complicati: non è impossibile».
Da allenatore, il cambio di rotta della squadra post Juric, è più merito di Palladino o anche i giocatori si sono assunti le proprie responsabilità?
«Quando le cose non vanno bene, le responsabilità non possono essere solo dell’allenatore, anche se poi è sempre il primo a pagare. Il cambio serve a dare una scossa, a cercare qualcosa di diverso, ma le colpe vanno divise tra tutti. Le responsabilità non erano solo di Juric prima e i meriti non sono solo di Palladino ora. I giocatori hanno capito bene quello che vuole. Quando cambia un allenatore, i valori si azzerano: chi ha giocato poco vuole dimostrare, chi ha fatto male cerca una rivincita. Tutti ripartono quasi da zero. Non è mai semplice subentrare e fare subito bene, ma Palladino è un bravo allenatore e quando hai una società solida alle spalle diventa tutto più semplice. L’Atalanta lo ha dimostrato anche in passato, tenendo Gasperini nei momenti difficili perché credeva nel progetto e poi ha raggiunto i risultati che tutti abbiamo visto. L’Atalanta è una società che sa quello che vuole, che sostiene l’allenatore e crea le condizioni giuste per lavorare. Questo è uno dei grandi punti di forza dell’Atalanta».
Raspadori è l’innesto giusto per questa squadra?
«È un giocatore forte e importante. Ha fatto un’esperienza all’estero che non è andata benissimo, ma resta un calciatore di qualità. Io credo che tutti vorrebbero un giocatore come lui che dalla metà campo in poi può inventare qualunque cosa, sia in rifinitura e sia in fase di conclusione, anche cercando di andare a rete. È un grande acquisto e lo vedo molto motivato, già ben integrato nel gruppo».
Adesso arriva un trittico di ferro: Lazio, Borussia Dortmund e Napoli.
«Sono sfide belle, importanti, ma credo che Palladino dirà ai suoi di pensare a una partita alla volta, partendo dalla Lazio che è uno scontro diretto fondamentale per la classifica. Si ragiona partita per partita sebbene si facciano valutazioni sul turnover, sulle energie, sui dettagli, anche se, spesso, durante la gara devi stravolgere tutto: magari pensi di far riposare qualcuno e poi sei costretto a farlo giocare. Per questo è giusto concentrarsi sulla Lazio e poi pensare a quello che viene dopo. La priorità è mantenere lontana la Lazio, fare risultato e poi guardare avanti. È l’approccio più corretto».
IL FUTURO IN PANCHINA
Dopo tanti anni trascorsi ad allenare tra Italia ed estero, ora sei fermo. L’intenzione è di tornare presto sul campo?
«Ero in Albania fino a circa un mese e mezzo fa, alla guida del Tirana. Purtroppo ci sono stati problemi seri, soprattutto legati al pagamento degli stipendi. La situazione non era sostenibile e sono tornato a casa, come hanno fatto molti giocatori che allenavo. È stata un’esperienza che purtroppo non è andata bene, ma ora sono in attesa di una nuova opportunità».
Sei disponibile a rimetterti in pista già in questa stagione?
«Se potessi, certo. Qualche contatto c’è stato, anche all’estero, ma è chiaro che, quando subentri in corsa, in questo periodo della stagione, spesso trovi squadre con mille problemi e classifiche difficili. Però proprio per questo, in alcune situazioni, sarebbe una sfida che accetterei volentieri. Non mi tiro indietro davanti alle difficoltà e se arriva qualcosa d’interessante, sono pronto a rimettermi subito in gioco. Altrimenti si guarda avanti e si costruisce qualcosa d’importante per la prossima stagione».
Dalle parole di Roberto Bordin emerge soprattutto il rispetto: per le persone, per le società, per le maglie indossate. Non c’è bisogno di dichiarazioni di appartenenza assoluta per raccontare un legame vero. L’Atalanta è stata una parte importante della sua storia, vissuta con dedizione e misura, come tutto il resto della sua carriera. Un modo di stare nel calcio che parla di valori prima ancora che di risultati, e che rende il suo racconto credibile, sincero e coerente con l’uomo che è sempre stato.
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