C’è una favola che sta prendendo forma in Serie A: il Como come la nuova Atalanta. È la sintesi di un percorso rapido, ambizioso e sorprendente, che in pochi anni ha portato i lariani dalla Serie D a sognare l’Europa. La squadra arriva a questa sfida con l’Atalanta sulle ali dell’entusiasmo, mentre i nerazzurri vivono di alti e bassi tra campionato e Champions. La partita è uno scontro diretto per l’Europa, dove una vittoria lariana complicherebbe sensibilmente la rincorsa nerazzurra. A leggere questo momento, con uno sguardo profondo sulla storia del Club, è Nicola Nenci, firma storica de La Provincia di Como, che conosce ogni passaggio di quest’incredibile scalata.
IL MOMENTO DEL COMO E IL GIOCO
Nicola, come arriva il Como alla partita con l’Atalanta?
«Arriva con grande entusiasmo – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Sta vivendo probabilmente il miglior momento della gestione Fabregas e la sensazione è che non sia affatto un caso. È la crescita naturale di un gruppo che, all’interno di un sistema di gioco complesso e strutturato, sta progressivamente assimilando i meccanismi dell’allenatore».
Il Como, oggi, è la squadra che in Serie A esprime il gioco migliore?
«Il Como gioca in modo profondamente diverso rispetto al calcio italiano in generale. Ha perso 4-0 a Milano, quindi non possiamo dire che sia allo stesso livello dell’Inter, né fare paragoni sul piano dei valori individuali, ma il Como dà la sensazione di avere più soluzioni. Si è parlato tanto dei rinvii lunghi del portiere. Non sono soluzioni improvvisate perché non si riesce a ripartire dal basso, ma un’idea precisa. In una stessa partita, Butez l’ha fatto tre volte, andando a pescare ogni volta il giocatore in uno contro uno con la difesa avversaria. La mia sensazione è che Fabregas stia affrontando quest’esperienza in Italia anche come una sfida culturale, quasi a voler dimostrare che il calcio italiano, per certi versi, è un po’ vecchio. Il modo in cui allena e in cui costruisce la squadra è nuovo. I lariani sono una squadra con tanti ventenni in campo, a cui viene data fiducia vera. In Italia questo non è scontato. L’Atalanta, in questo senso, ha fatto scuola, ma se allarghiamo lo sguardo, i giovani non sono così utilizzati ovunque».
A differenza del Como, l’Atalanta arriva allo scontro con qualche alto e basso tra campionato e Champions. L’aspetto emotivo totalmente differente può influenzare le prestazioni delle due squadre?
«Secondo me, no. Il livello di professionalità e di attenzione ai dettagli nella preparazione alle partite è talmente alto che l’aspetto emotivo incide solo in situazioni estreme: una finale, uno spareggio o un contesto ambientale straordinario. Qui siamo ancora all’inizio del girone di ritorno. Piuttosto, c’è un aspetto sportivo concreto: questa partita è quasi uno spareggio. Vincendo, il Como potrebbe portarsi a +8 sull’Atalanta e mettersi in una posizione più tranquilla. Dall’altro lato, con Palladino i nerazzurri stanno andando bene. L’obiettivo è di tornare in Europa e le possibilità ci sono. E infine c’è l’aspetto più romantico. Da fuori, molti definiscono il Como come la nuova Atalanta».
Lo è?
«Con una differenza fondamentale. L’Atalanta si è costruita partendo dalle fondamenta. Il Como, invece, è partito dal tetto. L’Atalanta ha investito prima sul settore giovanile e poi, con pazienza, ha costruito il resto. Il Como aveva più fretta: una proprietà straniera, atipica, digiuna di calcio e con l’esigenza di performare subito. In cinque anni è passato dalla Serie D alla Serie A. Per farlo ha dovuto concentrarsi prima sulla prima squadra e ora, invece, sta costruendo il centro sportivo, il settore giovanile, è in testa al campionato Primavera 2, il calcio femminile sta crescendo. È un percorso inverso, ma in questo senso possiamo pensare che il Como possa diventare quella provinciale, ammesso che l’Atalanta lo sia ancora, capace di frequentare stabilmente le zone alte della classifica».
FABREGAS E IL PROGETTO
Fabregas quindi può diventare il nuovo Gasperini? Può aprirsi un ciclo Fabregas?
«Io sono veramente affascinato da quest’allenatore. Fabregas è un tecnico con un’attenzione maniacale ai dettagli, ma allo stesso tempo con una fortissima componente empatica, che non so se sia anche una caratteristica di Gasperini. C’è una fotografia scattata subito dopo la partita contro il Torino dove Fabregas, in mezzo al campo, parla ai giocatori. Gli occhi di quei ragazzi sembrano quelli degli innamorati alle scuole medie. Fabregas è un istrione, un personaggio che affascina perché non è retorico ed è sempre diretto. Ci sono aneddoti che spiegano perfettamente il personaggio. Per esempio, ha voluto progettare lui la palestra con finestroni nella stanza delle cyclette che guardano sul campo, perché voleva che i giocatori, durante il recupero dagli infortuni, potessero vedere il manto erboso. Psicologicamente, secondo lui, questo provoca una reazione positiva, una spinta in più. Sono concetti che magari in Premier League o in Spagna sono già noti da tempo, ma vederli applicati qui, sentirglieli raccontare mentre parla di come sistemare gli spazi, di come rifare il campo o di come organizzare l’ambiente fa capire quanto sia coinvolto in ogni aspetto del progetto. Secondo me il suo vero ed enorme valore è proprio la capacità di creare un ambiente ideale perché i ragazzi possano performare».
E sui giocatori?
«Alcuni giocatori di cui oggi si parla molto, come Ramon, Perrone, Paz, Douvikas, Baturina, Jesus Rodriguez e Addai, sono giocatori, alcuni, che in altre squadre potrebbero anche finire in panchina. Qui giocano, sbagliano, rigiocano. E se sbagliano due partite, tornano comunque in campo. Il valore non è solo comprare giocatori forti, ma metterli nelle condizioni psicologiche giuste per tirar fuori il meglio. Qui nessuno mette pressione. È una piazza che può permetterselo. Viene da trent’anni tra C e D e c’è una disponibilità naturale ad aspettare. Baturina ha fatto un girone quasi senza giocare e adesso tre gol nelle ultime tre partite. In un’altra piazza, Baturina sarebbe stato ceduto a gennaio. Qui l’hanno aspettato. Allenatore e società sono allineati. Il Como è una squadra forte, con qualità vera. Non è solo l’allenatore che fa sembrare forti giocatori normali. La società si è mossa bene sul mercato. Però se facciamo l’elenco dei giocatori presi, io non credo che questi nomi fossero sui taccuini delle squadre medio-grandi di Serie A, che vanno sull’usato sicuro. Non vedo progetti così strutturati come quello del Como».
Seconda miglior difesa e secondo miglior attacco del campionato. Il Como ha dei punti deboli?
«Un punto debole, se così lo vogliamo chiamare, ogni tanto emerge ed è figlio proprio della sua identità. Il Como gioca con una pressione alta, con giocatori tecnici che tentano sempre la giocata. Fraseggiano molto in mezzo al campo, spesso a uno o due tocchi. Contro la Roma, per sessanta minuti, hanno giocato praticamente sempre a due tocchi. Una scelta che comporta un rischio enorme perché quando cerchi sempre la qualità, quando non rinunci mai alla giocata, può succedere di perdere palla in zone delicate e al Como è capitato di prendere gol proprio così. Contro squadre come l’Atalanta, se perdi palla può diventare un problema».
PROTAGONISTI E SFIDA
Quali sono i giocatori di cui deve maggiormente preoccuparsi l’Atalanta?
«Nico Paz non ha bisogno di presentazioni. Jacobo Ramon è esattamente il Nico Paz della difesa. Il valore tecnico, la bravura e il talento di questo ragazzo lo rendono un giocatore che tra due anni potrebbe già essere in Champions. Maximo Perrone in mezzo al campo è un giocatore molto importante, un regista, un geometra, ma recupera anche palla. Ha le caratteristiche tipiche dei calciatori argentini: è aggressivo, ma ha anche tanta qualità. E poi Jesus Rodriguez, Martin Baturina, ma anche altri. Sebbene il Como non sia abituato a ruotare tanto, paradossalmente, non perde qualità quando lo fa. Ha dimostrato con i fatti di avere una delle cose più ricercate nel calcio moderno, cioè l’equivalenza di rendimento tra titolari e riserve. In moltissimi ruoli, mi verrebbe quasi da dire in tutti, chi parte dalla panchina vale chi gioca titolare».
C’è qualcuno dell’Atalanta che può davvero far male al Como?
«Dipende anche dalle condizioni fisiche e da chi giocherà, ma Lookman è un giocatore che può cambiare la partita in qualsiasi momento. Non ha sicuramente vinto la finale di Dublino da solo, ma quando un giocatore si rende protagonista di una prestazione di quel livello, gli basta un episodio per far male. In generale, comunque, si percepisce che l’Atalanta, rispetto a quella di Juric, è tornata ad avere fiducia nei propri mezzi».
Chi delle due squadre è cambiata di più rispetto alla partita di andata?
«Il Como sostanzialmente è rimasto lo stesso, ma all’andata Baturina aveva disputato la peggior partita della sua stagione. Possiamo dire che i lariani hanno recuperato l’investimento più importante della loro storia, un ventenne croato che sogna il Mondiale e con una fame enorme, che a Bergamo, utilizzato esterno alto e un po’ defilato, non aveva convinto. Ora l’Atalanta ritrova un Baturina che è diventato un elemento fondamentale della squadra di Fabregas. Per quel che riguarda i nerazzurri, all’andata mi sembravano in difficoltà. Oggi no. Mi sembra che Palladino abbia riallacciato i fili con la sua storia. Al Monza avevo visto un certo tipo di allenatore. Alla Fiorentina, invece, mi era sembrato sorprendentemente prudente, forse perché non aveva i giocatori di cui aveva bisogno. Qui a Bergamo rivedo il Palladino che incantava e che si diceva potesse essere il prossimo allenatore della Juventus».
Peccato per la trasferta vietata ai tifosi.
«Io di Como–Atalanta ne ho visti tanti e tifo, rivalità, rumore, fanno parte della narrazione della partita. Magari non la decidono, ma la rendono più viva, più vera».
OBIETTIVI E FUTURO
In questo momento l’Atalanta va ancora considerata una big?
«Se oggi pensassimo che un’Atalanta al sesto o settimo posto deluda, rischieremmo di tradire il senso di una squadra che è sempre stata un orgoglioso pezzo del calcio italiano, anche quando non era quest’Atalanta. Considerare il settimo posto deludente sarebbe ingeneroso. Detto questo, per qualità della rosa, per quello che ha fatto vedere in alcune partite e per il potenziale che ha, l’Atalanta va ancora inserita nel novero delle squadre protagoniste del campionato. Io, per esempio, oggi credo più nell’Atalanta che nella Lazio o nel Bologna, anche se fino a un mese e mezzo fa gli emiliani erano la squadra più sorprendente del campionato».
Dopo il Como?
«Il Como è un ibrido. Se guardiamo a come la società ha lavorato, al progetto fin dall’inizio e a dove voleva arrivare non può essere considerato una sorpresa. Lo è, invece, se consideriamo alcuni aspetti che nessuno poteva davvero prevedere. Fabregas era arrivato come giocatore e, nonostante la sua personalità e storia calcistica ammaliante, nessuno poteva sapere come avrebbe reagito allo spogliatoio. Puoi avere le idee più belle del mondo, ma se non riesci a trasferirle, non vai lontano. La seconda sorpresa è la società che non sbaglia un colpo. Ha preso il Club in Serie D e in cinque anni l’ha portato in A, a lottare per l’Europa. Cinque stagioni, zero errori. Non succede spesso».
Il Como crede nel sogno Champions?
«I tifosi vivono in una sorta di luna di miele. Si godono il momento. Ogni mattina si danno un pizzicotto. Europa, Champions, settimo o decimo posto: in questo momento vale tutto. Non so se durerà, ma oggi è reale. Allo stadio c’è un bel clima. Si è riusciti a creare quel qualcosa che per Bergamo è normale. Lo era anche in B e perfino in C. Andavi a vedere la partita e sentivi cos’era a squadra per la città. Como è un po’ più fredda, ma adesso il clima allo stadio è elettrizzante e io sono sicuro che dentro lo spogliatoio e in società si guardi in alto. L’obiettivo era quello di arrivare settimi. La società aveva fatto i suoi conti, con dati, algoritmi, incroci tra valori tecnici, fisici e di mercato e il Como valeva il settimo posto, ma per me Fabregas vuole fare il gran colpo. Non parlo di obiettivo, ma di convinzione di potercela fare senza nessun dubbio».
A fine stagione il Como sarà sopra l’Atalanta? E in quest’ottica la partita di domenica è determinante?
«Determinante no, ma importante sì, perché 8 punti di differenza diventerebbero tanti. Io penso che oggi tutti i tifosi del Como vedano nell’Atalanta la vera concorrente per il posto in Europa. Due mesi fa avremmo detto il Bologna. Alla fine si parte sempre dalla classifica e dal momento di forma delle squadre, però è innegabile che oggi, per il Como, l’Atalanta rappresenti il riferimento diretto nella corsa all’Europa. Io credo che se le cose dovessero continuare così, il Como arriverà davanti ai bergamaschi e pure a una tra Juventus e Napoli».
Como-Atalanta: che partita si aspetta?
«Una bella partita, perché l’Atalanta di Palladino mi sembra una squadra più giochista rispetto a quella di Juric e anche il Como è una squadra che gioca. I lariani occupano molto bene gli spazi. Sono la seconda miglior difesa del campionato, ma perché tengono tanto il pallone tra i piedi quindi credo vedremo un bello spettacolo».
Como–Atalanta è la fotografia di due percorsi diversi che s’incontrano e di due momenti differenti: Como in luna di miele; Atalanta con l’urgenza di confermare la propria dimensione in campionato e non perdere terreno nella corsa europea. Domenica non sarà solo spettacolo: sarà un test di carattere e ambizione e la vittoria potrebbe decidere il passo futuro nella corsa all’Europa.
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