Alla vigilia dell'esordio in Conference League, Cipro ha voluto conoscere da vicino la città e la squadra che attendono il Pafos. Il portale sportivo Goal di Philenews (goal.philenews.com), con il suo inviato a Bergamo Simos Pafitis, ha intervistato in esclusiva la nostra Claudia Esposito, giornalista bergamasca responsabile delle esclusive di TuttoAtalanta.com. Un dialogo che è andato ben oltre la partita: dalle bellezze di Città Alta al legame viscerale tra la città e i colori nerazzurri, dalle immagini dei camion militari del 2020 al messaggio «Mola mia», dalla notte magica di Dublino fino alla Dea di Maurizio Sarri, alle sue fragilità difensive e ai punti in cui la squadra cipriota potrebbe colpire. «Bergamo è andata avanti, ma non ha dimenticato. E non dimenticherà mai», racconta con emozione parlando dei giorni della pandemia. Ecco quanto evidenziato da TuttoAtalanta.com
Claudia, puoi presentarti ai nostri lettori ciprioti? Raccontaci qualcosa di te, dove lavori e da quanto tempo segui professionalmente l'Atalanta.
«Sono una giornalista di Bergamo e mi occupo principalmente di cronaca locale per L'Eco di Bergamo, il principale quotidiano della provincia. La passione per il calcio, però, mi accompagna fin da bambina. In passato ho seguito il calcio per emittenti televisive e riviste locali, occupandomi sia del calcio dilettantistico del territorio sia dell'Atalanta. Da circa due anni seguo stabilmente i nerazzurri per TuttoAtalanta.com, e fino all'anno scorso collaboravo anche con la rivista distribuita alla New Balance Arena nei giorni delle partite».
Come descriveresti Bergamo a un tifoso cipriota che la visita per la prima volta? Che cosa merita di essere scoperto oltre allo stadio?
«Bergamo è una città relativamente piccola, accogliente, a misura d'uomo, ricca di storia, arte e bellezze naturali, anche se il traffico a volte può essere un po' caotico. È facilmente raggiungibile grazie al suo aeroporto internazionale, che si trova a pochi chilometri dal centro. A chi arriva per la prima volta consiglierei senza dubbio Città Alta, uno dei gioielli turistici della Lombardia: conserva il suo fascino medievale, con vicoli acciottolati, palazzi storici e scorci suggestivi, ed è circondata dalle splendide Mura veneziane, patrimonio mondiale dell'UNESCO, che regalano un panorama mozzafiato. Da non perdere Piazza Vecchia, la basilica di Santa Maria Maggiore, la Cappella Colleoni, capolavoro del Rinascimento, e la storica funicolare che collega Città Bassa a Città Alta. E poi ci sono le valli e le montagne attorno a Bergamo, con paesaggi naturali bellissimi».
L'Atalanta regala una piccola maglia ai neonati del territorio: quanto è profondo il legame tra il club e la vita quotidiana e l'identità dei bergamaschi?
«È un'iniziativa bellissima, che crea il senso di appartenenza al club fin dalla nascita. Il legame tra Bergamo e l'Atalanta è profondissimo: una passione che si tramanda di generazione in generazione, spesso di padre in figlio. C'è un'espressione che rende perfettamente questo rapporto: a Bergamo non si dice semplicemente "vado allo stadio" o "vado a vedere la partita", ma "vado all'Atalanta". Antonio Percassi, presidente dell'Atalanta, ha avuto un ruolo determinante in questo: è un imprenditore lungimirante, ma soprattutto un uomo profondamente legato ai colori nerazzurri. Ha giocato nell'Atalanta da giovane e ha sempre vissuto la squadra con autentica passione, comprendendo quanto sia importante rafforzarne il legame con il territorio e con le nuove generazioni: le maglie ai neonati sono un esempio di questa visione. Anche i successi sportivi hanno rafforzato il senso di appartenenza. In passato era abbastanza comune tifare Atalanta e avere anche una grande squadra italiana del cuore; oggi l'Atalanta stessa è diventata uno dei club importanti del calcio italiano ed europeo. Così molti bambini nascono indossando i suoi colori, crescono tifandola e se li portano nel cuore per tutta la vita».
Il nome dell'Atalanta deriva dalla mitologia greca: quanto conoscono questa storia i tifosi e crea un legame particolare con i visitatori provenienti dalla Grecia e da Cipro?
«Tutti i tifosi dell'Atalanta sanno che la figura nello stemma è l'eroina della mitologia greca da cui il club prende il nome. Non tutti ne conoscono la storia nel dettaglio, anche se molti conoscono il mito di un'eroina che simboleggia forza, coraggio, velocità e determinazione: tutti valori che esprimono anche il carattere dei bergamaschi. Il legame con la Grecia e con Cipro è soprattutto culturale e simbolico. È bello pensare che un club così profondamente radicato nel territorio porti da più di un secolo il nome di un'eroina greca. La partita con il Pafos è anche un'occasione per riscoprire queste comuni radici culturali».
Le immagini dei camion militari che trasportavano bare fuori da Bergamo hanno fatto notizia anche a Cipro. Sei anni dopo, che cosa ha lasciato quel periodo alla città e alla sua gente?
«Ha lasciato un segno profondissimo, una ferita che non si rimarginerà mai del tutto. Ancora oggi mi commuovo molto quando ricordo quei momenti, e credo che lo stesso accada a ogni bergamasco. Le immagini dei camion militari con le bare mostravano una città devastata dalla pandemia, dalla paura e dal lutto. Ogni famiglia ha perso uno o più affetti: genitori, nonni, fratelli, zii, zie o amici. Al lutto si aggiungeva la solitudine: le persone venivano ricoverate, a volte trasferite lontano da Bergamo, senza che i familiari potessero accompagnarle o restare al loro fianco, e in molti casi i loro cari non le hanno più riviste. C'era poi una paura costante, perché nessuno sapeva che cosa sarebbe successo dopo. In tutto questo il calcio ha offerto, anche solo per qualche ora, una via di fuga dalla realtà. Il campionato italiano si è fermato e, quando è ripartito, si giocava a porte chiuse: stadi enormi completamente vuoti, nel cui silenzio si sentivano soltanto le voci di giocatori e allenatori. Il 19 febbraio 2020, quando non avevamo ancora compreso pienamente la gravità della situazione, l'Atalanta affrontò il Valencia nell'andata degli ottavi di Champions League davanti a quasi 46.000 spettatori a San Siro, e in seguito ci si è interrogati sul possibile ruolo di un assembramento così grande nella diffusione dei contagi. C'è però un'immagine che porterò sempre nel cuore. Il 10 marzo, nel ritorno con il Valencia a porte chiuse, l'Atalanta conquistò una storica qualificazione ai quarti di finale di Champions League, e a fine gara i giocatori mostrarono una maglietta bianca con la scritta: "Bergamo, questa è per te. Mola mia". "Mola mia" è un'espressione del nostro dialetto e significa "non mollare mai": esprime lo spirito di Bergamo, la sua determinazione e la sua capacità di continuare a lottare anche davanti alle difficoltà più grandi. L'idea fu di Marcello Ginami, storico fisioterapista dell'Atalanta, che aveva scritto lui stesso il messaggio sulla maglietta con un pennarello. In quel momento Bergamo aveva bisogno proprio di questo: sentire che qualcuno le era vicino, forza e speranza. Sei anni dopo, Bergamo è andata avanti, ma non ha dimenticato. E non dimenticherà mai».
Che ruolo hanno avuto l'Atalanta e i suoi tifosi nel sostenere la comunità in quei giorni difficili? Quell'esperienza ha cambiato il rapporto tra la città e il club?
«L'Atalanta e i suoi tifosi hanno avuto un ruolo importante durante la pandemia, con numerose iniziative di solidarietà. I tifosi della Curva Nord hanno lavorato insieme agli Alpini per allestire l'ospedale da campo alla Fiera di Bergamo. Circa 1.200 tifosi hanno rinunciato al rimborso dei biglietti della trasferta di Champions League a Valencia, donando 60.000 euro all'ospedale Papa Giovanni XXIII; Gasperini e i giocatori hanno donato a loro volta 50.000 euro, mentre il club ha contribuito all'installazione degli impianti per la distribuzione dell'ossigeno nell'ospedale da campo. Non credo, però, che la pandemia abbia cambiato il rapporto tra la città e la squadra, perché quel legame era già fortissimo. I tifosi atalantini sono sempre stati molto attivi nelle iniziative benefiche: nel settembre 2024, quando Bergamo fu colpita da gravi alluvioni, decine di tifosi si mobilitarono spontaneamente per aiutare le famiglie a spalare il fango, svuotare cantine e garage allagati e portare via ciò che l'acqua aveva distrutto. Essere tifosi dell'Atalanta significa anche questo: sentirsi parte di una comunità e aiutarsi a vicenda nei momenti difficili. La pandemia non ha creato questo legame: ha dimostrato ancora una volta quanto fosse già profondamente radicato».
Che cosa ha significato per i bergamaschi la vittoria dell'Europa League nel 2024? Come ricordi personalmente quella notte e i festeggiamenti che seguirono?
«La conquista dell'Europa League è stata il momento più grande della storia dell'Atalanta, la realizzazione di un sogno che per generazioni di tifosi sembrava impossibile. A Dublino affrontavamo il Bayer Leverkusen, una squadra imbattuta da 51 partite consecutive. Eppure, con una prestazione straordinaria e l'indimenticabile tripletta di Ademola Lookman, abbiamo conquistato il trofeo più importante della nostra storia. Ricordo perfettamente quel giorno. Non ero a Dublino, ho visto la finale a casa, in televisione, ma già nelle ore precedenti al fischio d'inizio c'era un'atmosfera speciale, un misto di ansia, entusiasmo e incredulità per quello che stavamo vivendo. Ero uscita con i miei figli a cercare le maglie dell'Atalanta, perché volevamo vivere ogni istante di quella notte storica. Migliaia di bergamaschi erano partiti per Dublino, mentre tantissimi altri hanno seguito la partita insieme nelle piazze della città: a Bergamo erano stati allestiti due maxischermi, con circa 15.000 tifosi radunati in centro, e altri schermi erano presenti nei paesi della provincia. I festeggiamenti sono stati indimenticabili: la città si è riempita di bandiere nerazzurre e di tifosi di ogni età. L'immagine più emozionante, però, è stata quella del pullman scoperto con i giocatori e la coppa per le strade di Bergamo, circondato da una folla immensa. Per anni avevamo visto scene così soltanto in televisione, quando le grandi squadre italiane festeggiavano trofei importanti. Questa volta, invece, le immagini erano nostre: era la nostra squadra, la nostra città, e stavamo vivendo qualcosa che fino ad allora avevamo soltanto sognato. Non è stato solo un successo sportivo: è stato un sogno condiviso diventato realtà, che resterà per sempre nel cuore dei bergamaschi».
Quanto ha cambiato quel trofeo l'Atalanta come club? Ha alzato le aspettative dei tifosi e cambiato il modo in cui la squadra affronta le competizioni europee?
«Credo che la vittoria dell'Europa League abbia alzato soprattutto le aspettative delle nuove generazioni. I tifosi dell'Atalanta non hanno mai abbandonato la squadra, nemmeno nei periodi più difficili: i più anziani hanno vissuto la retrocessione in Serie C, anni di Serie B, promozioni e retrocessioni in serie e stagioni di Serie A passate a lottare per la salvezza, senza mai smettere di sostenerla. I più giovani, invece, sono cresciuti nella straordinaria era di Gian Piero Gasperini, con un'Atalanta che giocava stabilmente in Europa, capace di battere grandi club e di conquistare un trofeo internazionale: è inevitabile che le aspettative siano cambiate. Dopo la partenza di Gasperini, anche una stagione di transizione rischia di essere vissuta come una delusione, ed è quasi incredibile se si pensa che fino a pochi anni fa partecipare alle coppe europee era un sogno, mentre oggi rischia di essere dato per scontato. Distinguerei però i tifosi dal club. Non credo che l'Europa League abbia cambiato radicalmente il modo in cui l'Atalanta affronta le competizioni internazionali: il club è cresciuto molto, ha acquisito esperienza, fiducia e ambizione, ma ha conservato la propria identità. Oggi l'Atalanta è una realtà importante del calcio italiano ed europeo, ma mantiene lo spirito della squadra di provincia, l'atmosfera familiare e un legame fortissimo con il territorio. È cresciuta senza dimenticare da dove è partita».
Dove si colloca la Conference League tra le priorità dell'Atalanta in questa stagione? C'è l'ambizione di arrivare fino in fondo e conquistare il trofeo?
«Certamente. La Conference League è uno degli obiettivi principali dell'Atalanta quest'anno e l'ambizione è arrivare fino in fondo e vincere il trofeo. Gli stessi giocatori hanno espresso più volte questa ambizione, ma sono soprattutto i tifosi a crederci tantissimo: vogliono vincere la Conference League. C'è grande fiducia, perché sulla carta l'Atalanta ha una rosa più forte di molte altre squadre della competizione. Questo non significa che sarà facile: alcune trasferte europee possono essere particolarmente insidiose, soprattutto contro squadre meno conosciute, in stadi più piccoli e dall'atmosfera molto calda. In Europa non si può sottovalutare nessuno. C'è comunque la forte convinzione che questa sia una grande occasione per conquistare un altro trofeo internazionale. Inoltre, visto l'avvio difficile in campionato, la Conference League potrebbe rappresentare anche la strada più percorribile per qualificarsi all'Europa League della prossima stagione».
Come descriveresti dal punto di vista tecnico l'Atalanta di quest'anno? Quali sono i suoi punti di forza e dove deve ancora migliorare?
«È un'Atalanta in una fase di transizione, alla ricerca di una nuova identità, che finora ha mostrato difficoltà importanti sia nel rendimento complessivo sia a livello individuale. Il cambiamento tattico è profondo: dopo quasi dieci anni di difesa a tre, Sarri ha introdotto il 4-3-3, passando da una marcatura orientata sull'uomo a un'organizzazione difensiva basata soprattutto sulla zona. Non è facile per giocatori abituati per anni a determinati meccanismi e automatismi. La squadra ha ancora bisogno di tempo per assimilare le nuove idee: i giocatori sembrano spesso pensare troppo, la circolazione della palla è lenta, la manovra offensiva prevedibile e manca l'aggressività che ha sempre caratterizzato l'Atalanta. Ci sono difficoltà nel creare occasioni e nel concretizzarle, oltre a molti errori individuali, soprattutto in difesa: quasi nessun giocatore, finora, è riuscito a esprimere tutto il proprio potenziale. Secondo me manca anche un vero leader. Gli addii di de Roon e Djimsiti, due punti di riferimento importanti sia in campo sia nello spogliatoio, hanno sicuramente pesato. La vittoria per 3-1 sul Venezia ha mostrato qualche progresso: nei primi trenta minuti abbiamo visto un'Atalanta più aggressiva, rapida ed efficace, ma poi sono riemerse diverse debolezze, soprattutto in difesa. Sulla carta, comunque, la rosa è di qualità eccellente e competitiva con le altre big della Serie A: basti pensare che tredici giocatori sono stati convocati dalle rispettive nazionali nell'ultima sosta».
Visto il calendario e la condizione della squadra, ti aspetti che l'Atalanta schieri i titolari contro il Pafos o che faccia molti cambi? Ci ha sorpreso che la partita con il Venezia sia stata fissata di lunedì: quanto può incidere il poco tempo tra le due gare sulla preparazione e sulla scelta dell'undici?
«Vista l'importanza della Conference League, non credo che Sarri farà un ampio turnover. Penso che sceglierà la formazione più adatta ad affrontare il Pafos, utilizzando i giocatori che gli danno più garanzie in termini di condizione fisica, qualità tecnica e caratteristiche tattiche. Quanto al calendario, in Italia siamo abituati a partite di campionato dal venerdì al lunedì. È certamente un calendario impegnativo, con un grande dispendio fisico, che richiede una gestione attenta della condizione dei giocatori: l'Atalanta giocherà nove partite in appena 27 giorni tra Serie A e Conference League. Sarri valuterà le condizioni di ogni giocatore, ma sono convinta che schiererà la formazione più competitiva possibile: la Conference League è un obiettivo troppo importante per rischiare sottovalutando l'avversario».
Che cosa sai del Pafos e come viene considerato il calcio cipriota in Italia? Le prestazioni europee delle squadre cipriote hanno cambiato questa immagine?
«Devo ammettere sinceramente che prima di questa partita conoscevo molto poco il Pafos e, più in generale, il calcio cipriota. In Italia l'attenzione è concentrata soprattutto sulla Serie A e sui grandi campionati europei, mentre il calcio cipriota ha una visibilità decisamente minore. Quando però ho approfondito la storia del Pafos, sono rimasta colpita da quanto sia cresciuto: è un club molto giovane, fondato soltanto nel 2014, che in poco più di dieci anni è riuscito a vincere il campionato e a farsi notare in Europa, arrivando agli ottavi di Conference League e partecipando alla League Phase della Champions League. Credo che questi successi dimostrino quanto possa essere competitivo il calcio cipriota e aiutino le sue squadre a ottenere maggiore visibilità anche in Italia. Personalmente, la sfida con il Pafos mi ha dato l'occasione di scoprire un club che, nonostante una storia relativamente breve, ha già raggiunto traguardi notevoli».
Come si avvicina l'Atalanta alla partita con il Pafos? Dove pensi che si deciderà e che cosa potrebbe mettere in difficoltà i padroni di casa?
«Credo che Sarri cercherà di sfruttare questi pochi giorni per far assimilare ancora di più la sua filosofia alla squadra. Sarà interessante vedere se manterrà il 4-2-3-1 utilizzato nell'ultima partita al posto del suo consueto 4-3-3, con De Ketelaere alle spalle della punta, dandogli maggiore libertà di movimento e la possibilità di partecipare in modo più efficace alla manovra offensiva. I primi trenta minuti con il Venezia sono stati incoraggianti: l'Atalanta è apparsa più aggressiva, rapida e pericolosa. Poi, però, sono riemerse diverse debolezze, soprattutto in difesa, e credo che questo sia uno degli elementi che potrebbero decidere la partita. Quando l'Atalanta riesce a tenere alta la linea difensiva e a pressare l'avversario, può esaltare di più la propria qualità. Quando invece arretra troppo, fatica a uscire dalla propria area, perde il controllo del gioco e concede occasioni, in parte anche per errori individuali. Il Pafos potrebbe quindi sfruttare queste debolezze, soprattutto se riuscirà a salire e a mettere pressione alla difesa atalantina. La chiave sarà la capacità dell'Atalanta di mantenere intensità, equilibrio e concentrazione per tutta la partita, evitando quei passaggi a vuoto che finora le hanno creato più volte problemi».
Che atmosfera devono aspettarsi i tifosi del Pafos allo stadio e in città? Da persona che conosce bene Bergamo, che cosa consiglieresti loro per godersi al meglio la visita?
«I tifosi del Pafos vivranno un'atmosfera molto passionale e coinvolgente. A Bergamo l'amore per l'Atalanta è profondamente radicato e lo stadio, che sarà sicuramente pieno, offre alla squadra un sostegno continuo ed entusiasta. La New Balance Arena è stata rinnovata di recente ed è diventata un vero gioiello: le tribune sono vicinissime al campo e i giocatori avvertono tutta l'intensità del tifo, quasi come se il pubblico fosse addosso a loro. La nuova copertura ha reso l'acustica ancora più impressionante, amplificando i cori e creando un'atmosfera davvero speciale. Credo che i tifosi del Pafos rimarranno colpiti da questa intensità e dalla passione della gente di Bergamo. La città, però, è anche accogliente e ormai abituata ad accogliere tifosi da tutta Europa: spero che i ciprioti vivano un'esperienza bellissima, non solo dal punto di vista sportivo. Il mio consiglio è di approfittare del viaggio per conoscere la città, soprattutto Città Alta, magari salendo con la caratteristica funicolare: una passeggiata tra i suoi vicoli, una visita a Piazza Vecchia e il panorama dalle Mura veneziane sono esperienze che meritano davvero. E naturalmente consiglierei loro di assaggiare i piatti tipici bergamaschi, a cominciare dai casoncelli, una delle specialità locali più caratteristiche, e dalla polenta».
Un racconto che unisce cronaca, memoria e analisi, e che restituisce ai lettori ciprioti l'anima più autentica di Bergamo: una città ferita e rinata, orgogliosa della notte di Dublino e oggi alle prese con una Dea in piena trasformazione. Alla vigilia di una sfida che, tra rotazioni e un nodo difesa ancora da sciogliere, arriva dopo i segnali contrastanti della vittoria sul Venezia, il messaggio di Claudia Esposito è chiaro: l'Atalanta vuole la coppa, ma per arrivarci dovrà ritrovare intensità ed equilibrio per novanta minuti.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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