Il momento più critico e delicato della stagione dell'Atalanta si sta consumando sotto gli occhi di un pubblico sempre più insofferente e rassegnato. La gestione di Raffaele Palladino è finita prepotentemente nell'occhio del ciclone, schiacciata da un'involuzione tattica evidente e da una serie di nervosismi interni che stanno lentamente sgretolando le certezze costruite durante l'inverno. Il settimo posto vacilla paurosamente e il finale di campionato rischia di trasformarsi in una via crucis agonistica.
LO SPETTRO DEL BUIO AUTUNNALE - Raccogliere la miseria di due punti nelle ultime quattro sfide di campionato è un campanello d'allarme che non può in alcun modo essere minimizzato. Per ritrovare una striscia così sterile e preoccupante bisogna riavvolgere il nastro all'autunno nero vissuto sotto la guida di Ivan Juric, quando la panchina del croato saltò in aria dopo sette gare a secco. – come riferisce il Corriere di Bergamo attraverso la penna di Pietro Serina – il calendario imminente fa tremare letteralmente i polsi: le tostissime trasferte contro Milan e Fiorentina, intervallate dallo scontro casalingo contro il Bologna, rischiano seriamente di tramutare questa brusca frenata in un colossale fallimento sportivo.
LA COMUNICAZIONE EDULCORATA E IL MALCONTENTO - Di fronte a una prestazione oggettivamente vuota e abulica sul piano del gioco, l'esigente piazza lombarda si sarebbe aspettata una sana e robusta assunzione di responsabilità. Invece, davanti ai microfoni del post-partita, il tecnico campano ha preferito rifugiarsi nuovamente dietro il facile alibi della dea bendata, dichiarando a malincuore frasi di circostanza che sanno di rassegnazione: «Ci gira male, ci manca solo l'ultimo passaggio». Questo atteggiamento mediatico eccessivamente morbido e monotematico, che svicola dall'autocritica diretta sui fatti della partita, sta progressivamente indispettendo una tifoseria da sempre abituata alla schiettezza e alla cultura del sudore.
LA RETROCESSIONE PUNITIVA DEL FANTASISTA - L'emblema della confusione regnante e della scarsa verve agonistica di alcuni singoli porta il nome di Lazar Samardzic. Gettato nella mischia nel forcing finale per occupare la preziosa zolla solitamente calpestata da Charles De Ketelaere, il serbo ha sprecato malamente i primissimi palloni toccati, palesando un'allarmante pigrizia nei fondamentali ripiegamenti difensivi. La reazione della panchina è stata implacabile e si è tradotta in una mortificante bocciatura a gara in corso: inserimento muscolare di Yunus Musah in mediana, avanzamento di Mario Pasalic sulla trequarti e conseguente e punitivo confino dell'ex udinese sulla corsia esterna, costretto a ricoprire goffamente il faticoso ruolo di Davide Zappacosta.
LA MINACCIA FANTASMA E LA GESTIONE DELL'ATTACCO - La tensione emotiva sul prato verde ha vissuto un altro picco emblematico dopo appena un quarto d'ora dal fischio d'inizio. Profondamente insoddisfatto dell'approccio apatico di Gianluca Scamacca, l'allenatore ha spedito a scaldarsi a ritmi frenetici Giacomo Raspadori sotto il settore più caldo dello stadio. Un messaggio intimidatorio chiaro, diretto e confermato candidamente nel dopogara: un vero e proprio avvertimento per scuotere il centravanti titolare. Tuttavia, la sostituzione si è concretizzata solamente un'ora più tardi, trasformando di fatto l'arguta mossa psicologica in una sterile minaccia a vuoto che ha finito unicamente per depotenziare l'autorità dell'intervento stesso.
IL TRUCCO PSICOLOGICO CHE NON FUNZIONA PIÙ - Ad acuire il senso di smarrimento generale, c'è il crollo dei totem e delle certezze motivazionali. Il collaudato rituale del leader Marten de Roon, solito scegliere di attaccare verso la Curva Nord nel secondo tempo per sfruttare la spinta viscerale della New Balance Arena, sembra essersi improvvisamente e tristemente inceppato. Tra le mura amiche la vittoria è diventata un tabù da quaranta lunghissimi giorni, e l'ultimo pallone insaccato sotto il cuore della tifoseria porta la firma dello stesso Zappacosta nel match contro l'Hellas Verona. Un black-out totale che certifica l'esaurimento delle energie psico-fisiche di un gruppo giunto ormai al limite.
Il club si trova ora a un bivio di importanza vitale per il proprio futuro continentale. Serviranno ben altra ferocia agonistica e una totale onestà intellettuale, a partire dalla guida tecnica, per evitare che questa lenta e inesorabile agonia si trasformi nell'incubo peggiore.
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Autore: Redazione TuttoAtalanta.com / Twitter: @tuttoatalanta
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