Quando è entrato a Zingonia Corrado Colombo aveva solo 9 anni. Quando ne è uscito, a 20, aveva già percorso tutta la trafila del settore giovanile che ha fatto scuola, vivendo l’Atalanta come una seconda casa: dai Pulcini fino alla prima squadra, con due stagioni da protagonista, in Serie B con Bortolo Mutti (1998/99) e in Serie A con Giovanni Vavassori (2001/02), totalizzando 52 presenze e 6 gol. Oggi, a più di vent’anni dal celebre gol in rovesciata alla Juventus, l’ex attaccante ripercorre i momenti più significativi della sua carriera: gioie, rimpianti e insegnamenti che oggi trasmette ai giovani.
È entrato a Zingonia a 9 anni ed è uscito a 20, dopo tutta la trafila fino alla prima squadra. Corrado, quali sono i tuoi ricordi più belli dei tanti anni all’Atalanta?
«Sicuramente i miei ricordi più belli sono legati al settore giovanile – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Ricordo gli insegnamenti del mio primo allenatore, il maestro Raffaello Bonifaccio, quando ci allenavamo al campo militare. L’impronta che dava ai ragazzi si è vista poi in quelli arrivati in prima squadra: tutta la nidiata dei classe ’79 e ’80. Sono stati anni bellissimi. In prima squadra ho disputato due campionati. Sono passati quasi 25 anni e ancora oggi tanti mi ricordano il gol in rovesciata alla Juventus, in Coppa Italia nel gennaio 2002, che ci portò momentaneamente in vantaggio. Ma i miei ricordi più belli restano legati al settore giovanile, perché lì ho imparato davvero tanto».
Possiamo dire che con i tuoi gol hai anche regalato lo scudetto alla Primavera…
«Sì, con la doppietta in semifinale contro il Milan e il gol decisivo in finale contro la Roma a Lecce. Sono ricordi speciali, soprattutto per il legame con i miei compagni e gli allenatori. Penso a Vavassori. Sono rimasto legato a tutti loro. Gli allenatori del settore giovanile non ti insegnavano solo a giocare, ma anche a come comportarti».
Cosa ti ha lasciato l’Atalanta a livello umano e professionale?
«Ho vissuto tutta la mia adolescenza a Zingonia, tra momenti belli e altri difficili. Per tre anni, a livello fisico, ero più piccolo degli altri e stavo spesso in tribuna. Ma persone come Mino Favini hanno creduto in me e mi hanno aspettato. Poi è andata bene. Oggi racconto questa esperienza ai ragazzi delle scuole calcio: bisogna avere pazienza e la fortuna di incontrare persone competenti che ti sappiano aspettare».
Oggi, ancora più di allora, si guarda molto alla fisicità.
«È vero. A parte l’Atalanta, che ha fatto un acquisto straordinario con Samaden e Finardi, che rispecchiano molto le idee di Mino Favini, quasi tutte le società puntano a vincere subito. Un direttore viene giudicato dai risultati e per vincere prende ragazzi già pronti. Pochissimi, quasi nessuno, lavora per formare giovani in prospettiva prima squadra».
Dopo l’Atalanta sei stato catapultato in Serie B e poi in Serie A con l’Inter, dove hai esordito l’1 ottobre 2000 contro la Reggina. Quanto è stato difficile gestire quel salto?
«La mia carriera è stata segnata da tanti cambi di società, ma il mio limite più grande è stato caratteriale. Ho avuto tante occasioni, ma ne ho colte poche. Guardando indietro, so che l’aspetto mentale mi ha frenato. Quando sei lì serve personalità, intelligenza e costanza. Per me da giovane è stato tutto troppo facile: vinci la Primavera, vai in prima squadra, poi in Serie B, l’Inter, la Nazionale… Sembrava tutto semplice».
Hai segnato oltre 100 gol ufficiali: ce n’è uno a cui sei più legato?
«Quello che ha regalato al Livorno la vittoria contro il Milan di Maldini, Nesta, Crespo e il primo Kakà. È stato particolare anche per il contesto: la piazza di Livorno, tutta di sinistra, contro il Milan di Berlusconi. Dopo vent’anni ancora mi fermano per quel gol».
L’esperienza a Pisa, invece, non è stata positiva.
«A Spezia avevo fatto molto bene, ma dopo la salvezza la società era in difficoltà. Rimasi fermo due mesi per un problema alla caviglia e a gennaio andai al Pisa di Ventura. Con lui, sul piano umano, non sono riuscito a instaurare un rapporto e non mi trovavo bene».
E con Antonio Conte a Bari, invece? Nella stagione 2008/09 avete vinto il campionato di Serie B. Ti aspettavi che arrivasse a questi livelli come allenatore?
«Si vedeva già. Aveva una mentalità vincente, tatticamente era bravissimo, un martello incredibile. E aveva uno staff di alto livello, con Giampiero Ventrone, una persona fantastica. Eravamo in Serie B, ma la preparazione era da Champions League».
Il Napoli di Conte è la squadra favorita per lo scudetto?
«È una delle favorite, perché con Conte non si sgarra. L’Inter ha cambiato ed è un’incognita, il Milan può essere l’outsider senza coppe, e Allegri, che è un vincente, può dare fastidio alle altre».
E l’Atalanta?
«Negli ultimi dieci anni, con Percassi, la crescita è stata costante e oggi è una delle migliori società italiane. Manca solo un passo ulteriore per lottare davvero fino in fondo per lo scudetto. Gasperini ha fatto un lavoro incredibile. Nessuno se lo aspettava: il primo anno rischiava, poi ha puntato sui giovani e ha avuto ragione. Ora con Juric c’è un’incognita».
L’Atalanta ha appena accolto Nicola Zalewski, uno dei talenti più promettenti del calcio polacco. Da ex attaccante cresciuto a Zingonia, che consiglio gli daresti?
«Zalewski è cresciuto a Roma, quindi conosce già le pressioni. Gli darei lo stesso consiglio che do a tutti i giovani: lavorare con costanza e serietà, per migliorare se stessi e, di conseguenza, la squadra».
Atalanta-Pisa: chi vince?
«Non ho visto il Pisa, ma vivendo in Toscana mi dicono che è ancora molto indietro per la Serie A. Giocare a Bergamo, con lo stadio pieno, dovrebbe essere una passeggiata».
Oggi Corrado Colombo cosa fa?
«Lavoro per Macron, azienda di abbigliamento sportivo, e sono in contatto con molte società dilettantistiche. Do anche una mano a una squadra vicino a casa, a Pistoia. Il tempo è poco, ma mi piace».
E se potessi parlare al “giovane Colombo” che usciva da Zingonia dopo tanti anni, cosa gli diresti?
«Gli direi quello che ripeto sempre: il calcio è uno sport di squadra, ma prima di tutto individuale. Bisogna restare concentrati 24 ore al giorno, lavorare con serietà e professionalità, senza distrarsi con media o social. Porsi un obiettivo e lavorare ogni giorno per raggiungerlo».
Con la lucidità di chi ha vissuto il calcio da protagonista, Corrado Colombo oggi ha voglia di trasmettere ciò che ha imparato. La sua storia è un esempio concreto di come il talento vada sempre accompagnato da carattere, costanza e capacità di restare focalizzati sull’obiettivo. Un messaggio autentico per le nuove generazioni e un richiamo forte a un calcio che deve ancora educare, formare e lasciare il segno.
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