Nel giorno del trasferimento di Daniel Maldini alla Lazio, TuttoAtalanta.com ha intervistato in esclusiva l’ex nerazzurro Cristiano Pavone, oggi collaboratore della GR Sports Football Agency di Giuseppe Riso, agenzia che segue anche il percorso del classe 2001. Una notizia di attualità che fa da sfondo alla nostra chiacchierata, a partire dall’Atalanta e da Bergamo, che per Cristiano, in nerazzurro per due stagioni dal 1994 al 1996, rappresentano ancora oggi il momento più alto della sua carriera e, allo stesso tempo, il rimpianto più grande.
DALLA C2 ALLA SERIE A
Estate 1994: dal Lecco all’Atalanta, con un doppio salto di categoria, dalla C2 alla B. Come arrivi a Bergamo?
«Attraverso Aldo Cantarutti e Luciano Passirani – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Cantarutti faceva scouting per l’Atalanta, mentre Passirani era il direttore sportivo del Lecco e in passato aveva lavorato anche con l’Atalanta. Parlando con Cantarutti, gli disse che c’era un terzino bravo. Vennero a vedermi un paio di volte e poi mi presero».
Come fu l’impatto con Bergamo?
«Bellissimo. A Bergamo ho i miei migliori ricordi calcistici e proprio grazie all’Atalanta ho avuto la possibilità di entrare nel grande calcio. Devo solo ringraziare la società nerazzurra e il presidente Ruggeri. Sono rimasto due anni. Il primo abbiamo ottenuto una promozione dalla B alla A e quello successivo, oltre a esserci salvati, siamo arrivati in finale di Coppa Italia contro la Fiorentina».
Tra i momenti più intensi c’è la vittoria nell’ultima partita di campionato per 2-1 sulla Salernitana, avversaria diretta nella lotta per la promozione, in una sorta di spareggio per raggiungere la massima serie?
«Quella è stata sicuramente una delle partite più emozionanti, ma anche le gare di andata e ritorno nella finale di Coppa Italia. Emozionanti e belle toste».
Hai un ricordo più bello su tutti dei tuoi due anni in nerazzurro?
«La sera del mio esordio con la maglia dell’Atalanta nel Trofeo Bortolotti, dove segnai un gol contro il Gremio di Porto Alegre».
E l’esordio in Serie A contro l’Inter?
«Il 15 ottobre 1995 a Bergamo. Per me ha avuto un significato particolare, essendo cresciuto nel settore giovanile dell’Inter. Mondonico me l’aveva anticipato durante la settimana. La partita finì 1-1 e per me fu un debutto molto importante».
I RIMPIANTI E GLI AMICI
Hai lasciato l’Atalanta dopo due stagioni. Perché?
«Ancora oggi me ne pento. Ero in scadenza di contratto e arrivò la possibilità di andare al Bologna, che in quel momento era ancora in Serie B. Era un rischio, ma la squadra era prima in classifica e mi proposero un buon contratto. Col senno di poi, forse oggi non lo rifarei, ma non fu perché non mi trovavo bene all’Atalanta, quanto per una prospettiva economica diversa».
Hai altri rimpianti?
«Sì. Ero un po’ “pazzerello” e, forse, con un po’ più di maturità e una testa diversa, avrei potuto avere una carriera più importante».
Sei rimasto in contatto con qualche ex compagno?
«Certo. Recentemente ho festeggiato con Morfeo il suo cinquantesimo compleanno, sono andato a trovare Montero e ho visto Scapolo».
Sei anche tornato a Bergamo a vedere l’Atalanta e per partecipare, in passato, alla Festa della Dea.
«Ogni volta che torno è speciale. I tifosi sono fantastici, talmente attaccati alla maglia che sono unici ed è qualcosa che ti rimane dentro».
E Como cosa ha rappresentato per te?
«Non ho ricordi particolari di quella stagione. Non la ricordo come una tappa che ha inciso sulla mia carriera».
L'ATALANTA DI OGGI E IL FUTURO
Segui ancora l’Atalanta. Ti stupisce il percorso dei nerazzurri negli ultimi anni?
«È cambiata completamente rispetto ai miei tempi. In quegli anni l’Atalanta lottava tra la Serie B e la A, mentre oggi la squadra gioca a livelli altissimi, partecipa alle Coppe e ha raggiunto uno step davvero importante. Merito di mister Gasperini, che ha fatto fare un passo in avanti notevole alla squadra, ma anche della società che ha lavorato molto bene. Complimenti a lui e alla famiglia dell’Atalanta, perché Bergamo è una piazza che vive di calcio e se lo merita».
Ti sarebbe piaciuto giocare in quest’Atalanta moderna?
«Sicuramente sì. Magari non me lo potevo permettere perché non ho il livello dei giocatori di oggi, ma sarebbe stato un sogno».
E l’Atalanta di questa stagione che impressione ti ha fatto?
«Era normale avere qualche difficoltà all’inizio, dopo l’era Gasperini. Ripartire da capo non era semplice ed era un’incognita. Con Juric ci sono stati dei momenti complicati e la squadra nerazzurra li ha pagati, ma con Palladino le cose sembrano essersi messe a posto. Sono contento. Raffaele è un ragazzo molto preparato, intelligente e giovane: credo possa riuscire a ricreare un secondo ciclo post-Gasperini. Sono convinto che farà bene».
Bene fino a dove? Vedi ancora possibile anche una qualificazione in Champions League?
«Per me è ancora possibile».
Secondo te chi si giocherà la qualificazione in Champions League?
«Milan, Inter, Napoli, Juventus, Roma e ovviamente l’Atalanta stessa».
E il Como?
«Per me no, anche se sta facendo una stagione strepitosa».
I PROTAGONISTI: DA AHANOR A MALDINI
C’è un giocatore dell’Atalanta che può fare la differenza quest’anno?
«Secondo me Ederson è fondamentale. È l’ago sulla bilancia della squadra, anche se quest’anno sembra un po’ sottotono rispetto agli anni passati. È calato il suo rendimento, però questo dipende anche dal fatto che il metodo di gioco di Gasperini era diverso».
Atalanta molto forte in attacco, ma servirebbe qualche ritocco in difesa?
«Se non ci sono infortuni di giocatori preziosi come Scalvini o Kolasinac, che hanno un po’ condizionato la resa del reparto, la difesa è molto forte. Ahanor è forte. Hien anche. Il portiere è fortissimo. Forse, però, visto l’impegno su tre competizioni, un innesto mirato sarebbe utile per mantenere alto il livello, anche considerata l’età di Djimsiti».
Da scout, cosa ne pensi di Ahanor?
«Per me può diventare un giocatore top a livello mondiale».
Dal campionato alla Champions: con l’Athletic l’Atalanta ha sprecato un’occasione?
«Purtroppo l’Atalanta ha buttato via la partita. Aveva la possibilità di chiudere il discorso qualificazione, anche diretta, e invece non l’ha fatto».
Che partita prevedi con l’Union Saint-Gilloise, in Belgio?
«Queste sono sempre partite difficili, su campi e in stadi particolari, ma il valore dell’Atalanta è superiore».
E domenica, con il Como, l’Atalanta che difficoltà potrebbe incontrare?
«Il Como è una squadra che gioca bene, con giovani motivati. È una partita dove l’Atalanta dovrà davvero tenere un livello altissimo perché il Como è molto fastidioso».
Tra le due, sulla carta chi ha la rosa più forte?
«L’Atalanta ha una rosa più forte e completa, anche se credo che, negli anni, i lariani siano destinati a diventare la nuova Atalanta».
Eppure il Como finora è davanti. Secondo te come mai sta facendo così bene?
«Merito dell’allenatore, molto bravo, e dei tanti giovani di qualità, ma il Como non ha ancora quel livello necessario per competere con le top italiane. Tuttavia può dare fastidio a tutte le squadre».
Un Como di stranieri. A proposito di stranieri, tu hai espresso un pensiero critico sul fatto che ce ne siano così tanti nei vivai italiani.
«Secondo me non aiutano i nostri ragazzi e questo ha conseguenze anche sulla Nazionale. Si dovrebbe mettere un freno, perché poi paghiamo non qualificandoci ai Mondiali per due volte di fila e rischiando la terza esclusione. Incrociamo le dita».
L’Atalanta continua a lanciare i giovani?
«Rispetto ai miei tempi meno. Però se guardiamo Ruggeri e Bernasconi o Carnesecchi e Scalvini che arrivano dal vivaio, possiamo dire che, anche grazie a Gasperini, l’Atalanta qualche giovane talento lo valorizza ancora, portandolo in prima squadra».
Cristiano, ora lavori per la GR Sports Football Agency di Giuseppe Riso e gestisci alcuni giocatori tra cui l’ormai ex nerazzurro Daniel Maldini, ceduto in prestito alla Lazio. A Bergamo non è riuscito a dimostrare il suo valore. Eppure, chi lo vede in allenamento lo dipinge come un campione.
«Daniel è un campione. Sicuramente avrà la possibilità di mettersi in mostra e dimostrare il suo valore, di far vedere le sue qualità».
Lo sguardo di Cristiano Pavone resta inevitabilmente legato a Bergamo e all’Atalanta, la parentesi più importante della sua carriera e, allo stesso tempo, il rimpianto più grande. Due anni intensi, fatti di promozione, Serie A e finale di Coppa Italia, che ancora oggi rappresentano il riferimento principale del suo percorso calcistico. Un legame mai interrotto, fatto di ricordi, affetto e riconoscenza verso una piazza e una squadra che continua a seguire.
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