Cinque stagioni con la maglia dell’Atalanta, due promozioni, una retrocessione vissuta con dignità e un legame con Bergamo che non si è mai spezzato. Antonino Bernardini, centrocampista nerazzurro dal 2003 al 2008, oggi vive ancora in città e segue sempre con attenzione le vicende della Dea. Diretto, spontaneo, pulito nei modi e nel racconto, è uno di quei giocatori che a Bergamo hanno lasciato un ricordo speciale anche per le persone che erano. E soprattutto è uno che con quest'Atalanta si è divertito tanto, dentro e fuori dal campo. Lo si capisce dal modo in cui ripercorre quegli anni, tra promozioni, battaglie di campionato e aneddoti di spogliatoio raccontati con leggerezza e ironia, come lo scherzo indimenticabile a Colantuono. Un racconto che restituisce il clima di un gruppo vero e il legame profondo con una piazza che ancora oggi lo accoglie con affetto.
GLI ANNI A BERGAMO E I RICORDI
Antonino, cinque stagioni in nerazzurro. Che cosa ha rappresentato per te l’Atalanta?
«Il fatto che vivo a Bergamo risponde da solo alla domanda – confida ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Sono stati 5 anni bellissimi: promozioni, retrocessioni, tutto».
A livello calcistico per te è stata l’esperienza più importante?
«Dopo Roma, perché l’Atalanta dei miei tempi non era l’Atalanta di oggi. La piazza più importante in cui ho giocato è stata quella della Roma, ma a livello personale l’Atalanta è stata l’esperienza più importante perché cinque anni sono tanti».
Non era l’Atalanta di oggi, ma la tua era già una squadra che stava gettando le basi di quella che vediamo ora.
«Sì, ma quella di oggi va a giocarsela su qualsiasi campo e si fa rispettare ovunque. Ai miei tempi un po’ meno in Serie A».
Ti sarebbe piaciuto giocare in quest’Atalanta?
«A chi non sarebbe piaciuto? È normale. È una squadra ultra rispettata anche in Europa».
Come mai hai deciso di restare a Bergamo a fine carriera?
«Alla fine resti dove ti trovi bene. È una città a misura d’uomo, una bella città. Prima era anche più tranquilla. Adesso si è un po’ vivacizzata».
Hai un posto del cuore a Bergamo?
«Passeggio spesso in centro».
E ti riconoscono?
«Sì, qualcuno ancora mi riconosce. Fa piacere. Vuol dire che ho lasciato un buon ricordo. Penso anche come persona, oltre che come calciatore».
Il primo anno è stato quello della promozione.
«Con Mandorlini, una bella stagione. Siamo stati praticamente primi per gran parte del campionato. Poi siamo calati un po’. Avevamo l’obbligo di riportare subito l’Atalanta in Serie A dopo la retrocessione dell’anno prima. E ci siamo riusciti».
La seconda stagione, invece, non è andata così bene.
«Siamo partiti malissimo e nel girone d’andata abbiamo fatto proprio male. Nel girone di ritorno, però, abbiamo fatto i punti utili a una qualificazione Uefa, anche se non è bastato e siamo retrocessi per un punto».
Proprio quella retrocessione, paradossalmente, è tra i tuoi ricordi più belli.
«Quando siamo retrocessi matematicamente, contro la Roma alla penultima giornata, i tifosi ci hanno acclamato talmente tanto che Claudio Galimberti, il “Bocia”, scese nel rettangolo di gioco e ci fece fare il giro del campo per prendere gli applausi del pubblico presente. Avevamo fatto un girone di ritorno spettacolare. Fu una cosa davvero inaspettata. Ci sono state diverse vittorie importanti, ma quello è stato il momento più emozionante dei miei 5 anni all’Atalanta. Retrocedi e fai il giro di campo tra gli applausi: non succede ovunque».
Quindi quando martedì sera, dopo la sconfitta per 6-1 con il Bayern, tutto lo stadio ha applaudito la squadra, tu non sei rimasto stupito?
«No, non mi ha stupito. Quello di Bergamo è un pubblico riconoscente. Se vede l’impegno, ti applaude, anche se le cose vanno male».
COLANTUONO E L'ADDIO AMARO
Il terzo anno è arrivata un’altra promozione.
«Stavolta con Colantuono. È stata una promozione diversa dalla prima. Con Mandorlini abbiamo lottato fino alla fine, mentre con Colantuono siamo saliti matematicamente in A con qualche giornata d’anticipo. Siamo sempre stati in testa».
Siete rimasti in A, ma siete partiti con 6 punti di penalizzazione.
«Partire da -6 non è mai bello perché hai un handicap, però alla fine siamo riusciti comunque a mantenere la categoria ed è stata una soddisfazione doppia».
La quinta è stata la tua ultima stagione in maglia nerazzurra. Ti è rimasto qualche rammarico?
«Con Delneri le premesse erano buone. Lui aveva speso parole di elogio nei miei confronti, ma io sono sempre stato uno molto diretto. È stato brutto perché sono stato messo fuori rosa e alla fine ho lasciato l’Atalanta».
Avresti voluto restare?
«Avevo ancora tre anni di contratto e avrei voluto chiudere la carriera a Bergamo. Andarmene è stato il momento più brutto di quei 5 anni».
Pensi di aver pagato la tua schiettezza?
«Certo, perché nel calcio essere schietti non funziona. Nel calcio, soprattutto dopo aver appeso le scarpette al chiodo, non vai avanti se non stai al gioco. E io non sono mai stato uno che stava al gioco, né quando giocavo, né dopo. I tifosi bergamaschi lo sanno bene».
Oggi cosa fai? Ti piacerebbe allenare?
«Sì, mi piacerebbe. Ho allenato una squadra di Eccellenza, la Rivoltana. Ero direttore tecnico e sono subentrato quando la squadra era penultima. In tre mesi e mezzo l’ho portata al sesto posto. Poi però ho smesso. Mi piacerebbe tanto tornare ad allenare, magari in Eccellenza o in Serie D. Se mi danno l’occasione, molto volentieri».
Aspetti ancora una chiamata dell’Atalanta?
«Ci ho provato quando Colantuono tornò all’Atalanta. Lo chiamai chiedendogli un’opportunità. Gli dissi: “Mister buttami dentro. Fammi fare qualcosa”. Lui organizzò un incontro con Finardi, ma tutto finì davanti a un caffè perché scelsero un altro al mio posto. Certo è che sarebbe bellissimo».
Sei rimasto in contatto con qualche ex compagno di squadra?
«Direttamente no, però abbiamo una chat del gruppo della promozione con Colantuono. Ogni tanto ci scriviamo».
Quello con Colantuono è stato lo spogliatoio più bello?
«Sì. Lui era quasi uno di noi, anche perché aveva poco più della nostra età. Era quasi un amico. Ci sono stati tanti bei momenti, anche divertenti. Ricordo che dopo la promozione gli facemmo uno scherzo incredibile. Lui era fuori a cena. Ventola obbligò il guardiano di Zingonia a darci le chiavi dell’auto del mister, una Mercedes nuova. Considera che lui era ed è ancora un po’ tirchio, ma non dirglielo (ride, ndr). Portammo la sua auto al centro del campo di Zingonia e la incastrammo tra le due porte mobili. Noi salimmo tutti sopra la macchina. Ventola gli mandò la foto. Lui tornò di corsa bussando alle nostre camere, urlando e chiedendoci dove avessimo messo la sua auto. Con lui era così: tanti scambi di batture. Ci ha fatti stare bene e noi abbiamo fatto altrettanto con lui vincendo quel campionato di B».
IL PRESENTE E LA SFIDA ALL'INTER
Dell’Atalanta di oggi, invece, che idea ti sei fatto?
«L’Atalanta di oggi è una realtà a livello europeo ormai da anni. Mi fa una grande impressione vederla aver raggiunto questi traguardi. La seguo sempre, anche se sono tifoso romanista. Sono romano e sono cresciuto nel settore giovanile giallorosso, ma l’Atalanta è nel cuore».
Ed è anche impegnata ancora su tre fronti. Partiamo dalla gara di ritorno di Champions con il Bayern.
«Ribaltare il risultato è difficile, ma l’Atalanta può comunque fare bella figura. Come tutti, io non mi aspettavo una sconfitta così pesante. Avevo incontrato un tifoso sotto casa e mi aveva chiesto un pronostico. Ero convinto che a Bergamo non sarebbe stato facile nemmeno per il Bayern. Sicuramente hanno sbagliato partita. Se la rigiocano 1000 volte, 6 gol non li prendono. Il divario c’è. Il Bayern è una squadra super affermata da anni, con grandi campioni. Probabilmente ha anche ritmi diversi, ma 6 gol sono troppi».
La Coppa Italia può essere un obiettivo concreto?
«Sì, ed è anche una scorciatoia per l’Europa. Potrebbe essere l’anno giusto per portarsi a casa il trofeo dopo averlo perso in finale nell’anno della vittoria dell’Europa League. L’Atalanta può giocarsela sia con la Lazio, che con Como o Inter. Anche se dovesse arrivare in finale con i milanesi, potrebbe giocarsela pure con loro. Come sempre del resto».
Quindi se la gioca anche oggi in campionato?
«Certo. Assolutamente».
Come arrivano alla partita le due squadre?
«Sicuramente entrambe ci arrivano ferite. Bisogna capire chi riesce ad archiviare la ferita per prima. Secondo me l’Atalanta farà bene, perché dopo una sconfitta così pesante sei molto arrabbiato».
Più arrabbiato o più deluso?
«La delusione c’è, ma è più la voglia di dimostrare che non sei quello visto in quel 6-1. L’Atalanta ha sempre dimostrato di potersela giocare con tutti anche in Europa. Sicuramente i nerazzurri sono delusi, ma anche arrabbiati per la prestazione».
Che partita ti aspetti quindi?
«Il risultato non è scontato. Per me è una partita da tripla. Mi aspetto una bella Atalanta che va a giocarsela a Milano tranquillamente».
Può giocarsi ancora pure la qualificazione in Champions?
«Sì, ci sono ancora tante partite, ma bisogna iniziare a galoppare».
Del centrocampo atalantino cosa ne pensi?
«È un signor centrocampo. A me dispiace, per esempio, quando Ederson viene criticato. I giocatori non sono macchine che vanno sempre allo stesso ritmo e alla stessa velocità».
Hai nominato Ederson: è il re del centrocampo nerazzurro?
«A me piace tantissimo. De Roon recupera tantissimi palloni, mentre Ederson è un motorino. Sa giocare, sa inserirsi».
Se dovessi scegliere un giocatore dell’Atalanta per la tua squadra, chi vorresti assolutamente?
«Quella che devo allenare o in cui devo giocare?».
Facciamo entrambe e partiamo da chi vorresti avere accanto?
«Kolasinac dietro, che è un armadio a due ante e così mi sento protetto. Ederson e De Roon come compagni di reparto perché giocherei a tre. Con due motorini così me ne starei tranquillo. Ma se ci penso, tutti. Non serve fare nomi. L’Atalanta è una bella squadra».
E se dovessi scegliere un solo giocatore dell’Atalanta per la tua squadra, quella allenata da te?
«Se devo prenderne uno su tutti, scelgo De Ketelaere. Al Milan non mi piaceva nemmeno, mentre qui può fare la differenza. La fa lui e può farla fare anche agli altri con le sue giocate illuminanti e creando spazi. È un gran giocatore e quando manca uno di questa portata, sicuramente incide, com’è successo nelle ultime partite».
Diretto, spontaneo, senza filtri. Antonino Bernardini racconta l’Atalanta come si fa con una parte importante della propria vita. Cinque anni in nerazzurro, promozioni, battaglie salvezza e un rapporto con Bergamo che dura ancora oggi. Un legame che non si è mai spezzato. Perché certi ricordi, tra uno spogliatoio vero e un pubblico che applaude anche nelle sconfitte, restano per sempre.
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